6 aprile 2016

Libertà da parole, insegnamenti, pensieri

6 APRILE 2016


 
Ero seduto insieme a un gruppo di persone anziane. Erano tutti pensionati e parlavano con foga tra di loro, ma ovviamente non facevano che discutere su questo mondo e sull’aldilà: si poteva dire che discutessero di religione.

In un certo senso era vero, perché quelli che definiamo testi sacri sono anch’essi pieni di questo tipo di pettegolezzi senza valore, a tal punto che, a volte, ho la sensazione che le cosiddette sacre scritture siano state scritte proprio da quei vecchietti!

Se mai la religione può essere qualcosa, è la vita stessa; ma che connessione potrà mai avere tutto questo con delle teorie inutili? Se mai la religione può essere qualcosa, è la scoperta della propria vera essenza; ma che connessione potrà mai esserci con questi inutili pettegolezzi?

Eppure le scritture sono tutte piene di parole, e le menti delle cosiddette persone religiose non fanno che arrampicarsi sui vetri con i loro sogni. I testi sacri e i loro insegnamenti non permettono alla vera religione alcun passaggio, le impediscono di entrare nelle loro menti.

In cosa consiste una mente religiosa?

La mia definizione di una mente religiosa è questa: una mente libera da ogni sorta di parole, insegnamenti e pensieri. Una mente religiosa non è una mente immaginifica; al contrario, non esiste nessun’altra forma di comprensione che sia più terrena e che abbia una base altrettanto solida nella verità.

Mentre mi divertivo ad ascoltare la conversazione di quei vecchietti, un santo passò di lì. In quel momento quegli uomini stavano discutendo su come una persona può ottenere la salvezza: quali sono gli sforzi che deve compiere, e quante incarnazioni occorrono. Anche il santo si buttò a capofitto in questa discussione: senza dubbio, nessuno più di lui aveva maggior diritto a dire la sua, pertanto la sua voce si levò alta, sopra tutte le altre.

Ciascuno cercava sostegno nei testi sacri per rafforzare la propria opinione, ma nessuno era pronto ad ascoltare o ad accettare il punto di vista di qualcun altro. Un vecchio era dell’opinione che la salvezza si conquisti dopo aver vissuto centinaia di incarnazioni all’insegna della penitenza più severa. Un altro pensava che non fosse affatto necessario, visto che la salvezza giunge unicamente per grazia divina. Un terzo disse che non si poneva il problema di trascendere il proprio essere indegni, poiché quello stato di indegnità era un’illusione: bastava un lampo di vera comprensione per farlo semplicemente dissolvere, così come accade quando ci si immagina un serpente, vedendo una corda.

A un certo punto, qualcuno mi chiese: “Cosa ne pensi, tu?”.

Cosa avrei potuto dire? Mi ero tenuto nascosto in un angolo, per evitare che qualcuno si accorgesse di me. Fino a quel momento non avevo alcuna conoscenza dei testi sacri, fortunatamente: non avevo mai fatto l’errore di percorrere quella strada; pertanto, anche quando mi fu chiesto, rimasi zitto. Ma, poco dopo, qualcun altro tornò a chiedermi: “Perché non dici qualcosa?”.

Anche se avessi voluto dire qualcosa, che cosa avrei potuto dire? Erano così in tanti a parlare, io ero l’unico che ascoltava; dunque, anche allora rimasi zitto. Forse fu proprio il mio silenzio che iniziò a parlare, perché alla fine l’attenzione di tutte quelle persone si focalizzò su di me. Forse erano tutti stanchi e cercavano una pausa.

Fui preso in trappola e dovetti dire qualcosa. Per cui raccontai loro una storia...

In un villaggio c’era questa usanza: quando un giovane si sposava, lui o la sua famiglia doveva spendere come minimo cinquemila rupie nella festa di nozze. Il villaggio era molto ricco e nessun matrimonio era mai stato celebrato al di sotto di quella somma; la cosa era addirittura riportata nei loro testi sacri: nessuno aveva mai letto quelle scritture, ma questo era ciò che il prete del villaggio aveva detto loro. E chi poteva mai mettere in dubbio il prete? Quei testi erano stati scritti in un dialetto locale del passato, e lui li ricordava tutti a memoria; inoltre, nessuno li aveva mai messi in discussione o confutati. Ciò che vi era scritto era la verità: quale autorità superiore poteva mai esistere? Se qualcosa è racchiuso nei testi sacri, è una garanzia che si tratta di verità.

Ma accadde che in un’occasione un giovane e sua moglie celebrassero un matrimonio pagando solo cinquecento rupie. Di certo questo giovane doveva essere un vero rivoluzionario, altrimenti come avrebbe mai potuto osare tanto?

Gli abitanti del villaggio gli chiesero quante rupie aveva speso, e lui rispose: “Cinquecento!”.

Al che il gruppo di anziani che governava il villaggio, il panchayat, si riunì e gli disse: “La cosa è fondamentalmente sbagliata, un matrimonio non si può celebrare al di sotto delle cinquemila rupie”. Il giovane rise e disse: “La cosa per me non significa nulla... voi potete continuare a discutere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Io ho ormai sposato mia moglie e sono felice così!”. E dopo aver detto queste parole, il giovane se ne tornò a casa sua.

Anch’io mi alzai e dissi a quei vecchietti: “Addio, amici miei, continuate pure a discutere... adesso per me è tempo di andarmene!”.

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