Visualizzazione post con etichetta Osho: In amore vince chi ama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Osho: In amore vince chi ama. Mostra tutti i post

martedì 19 marzo 2019

Il nulla e il Tutto


Risultati immagini per Il nulla e il Tutto

Per anni ho riflettuto su quello che mi sembra il messaggio essenziale per essere veramente sani: ama te stesso.

Quando ero un terapeuta, passavo la giornata ad ascoltare frasi del tipo: “Odio me stesso, mi rincresce per me stesso, sono orgoglioso di me stesso, voglio distruggermi, mi sento bene con me stesso”, così ho iniziato a chiedermi: chi è questo sé?

Mi piace immensamente sentirti dire che non esiste alcun sé, mi sembra così liberatorio. Puoi parlarne più in modo più approfondito?


L’intero mondo della terapia ha perso la propria rotta su quest’unico punto: ama te stesso.

Socrate diceva: “Conosci te stesso”. E ci sono stati Maestri, in particolare nella tradizione Sufi, che hanno detto: “Sii te stesso”, ma è esistita solo una persona, in tutta la storia dell’umanità, Gautama il Buddha, che ha detto: “Non esiste alcun sé. Voi siete un vuoto, assoluto silenzio, un non essere”.

Il suo messaggio è stato fermamente contrastato da tutte le tradizioni, poiché tutte dipendevano, in un modo o nell’altro, dall’idea del sé. Forse differivano in alcuni punti, ma su uno erano tutte concordi, e cioè l’esistenza del sé.

Perfino persone come George Gurdjieff, che introdusse un’idea del tutto nuova, e cioè che tu non nasci con un sé, ma te lo devi guadagnare – “Merita te stesso” –, alla fine si arenò con l’idea del sé.

Gautama il Buddha non fa alcuna differenza tra il sé e l’ego, e di fatto non ce ne sono. Fare simili distinzioni è puro sofisma, semplice ginnastica verbale; in questo modo, puoi scaricare l’ego e salvare il sé. Ma il sé è soltanto un altro nome per definire l’ego: stai solo cambiando nomi, e questo non implica alcuna trasformazione dell’essere.

Il messaggio del Buddha è incredibilmente significativo: tu sei un vuoto, non esiste alcunché in te che possa definirsi un io!

Guardando questa verità nella prospettiva della mia visione, quando vi dico: “Fondetevi, dissolvetevi nell’esistenza”, dico semplicemente la stessa cosa in termini più positivi.

Il Buddha ne parlava in maniera così negativa da frenare molte persone, perché, ovviamente, sorse l’interrogativo: “Se non esiste alcun sé, perché preoccuparsi? Cosa c’è da realizzare? Tanti sforzi per arrivare semplicemente a sapere di non essere?”.

Un’intera vita di disciplina, uno sforzo immane per meditare, e il solo risultato che si consegue è la conoscenza di non esistere? Non sembra ne valga la pena! Quantomeno, senza meditazione, senza disciplina, hai un minimo senso di esistere. Può essere falso, ma almeno non ti senti vano e vuoto. Sapendo di non essere, come vivrai? Da quel nulla non potrà sgorgare alcun amore, nessuna compassione, nessuna possibilità di alcun tipo! Dal nulla scaturisce soltanto il nulla.

Pertanto, chi criticava il Buddha descrisse il suo metodo come una forma sottile di suicidio spirituale; di gran lunga più pericoloso del comune suicidio, perché in esso tu sopravvivi, prenderai solo una nuova forma, rinascerai semplicemente. Con il Buddha commetterai un suicidio totale, un assoluto annullamento: di te non resterà più nulla, di te non si saprà più nulla, non verrai mai più ritrovato.

Di fatto, non sei mai esistito!

Il buddhismo morì in India, e una delle ragioni fondamentali fu il modo in cui il Buddha espose la sua filosofia. Posso capire il motivo per cui insistesse tanto sulla negazione: infatti, tutte le altre filosofie erano del tutto positive, e la loro positività si trasformava in ego sempre più forti e solidi. Vedendo che quella positività dava idee tanto egoiche, e che quel fatto diventava un ostacolo frapposto tra voi e l’esistenza, il Buddha andò all’altro estremo.

Per fermare questa idea, divenne totalmente negativo. Né lo si può biasimare, perché le ideologie positive si trovavano in un dilemma strano: devi lasciar cadere l’ego per trovare il sé, devi lasciar cadere l’ego per diventare Dio, devi lasciar cadere l’ego per trovare la liberazione suprema... ma la liberazione di chi? La liberazione del proprio sé.

Dunque, ci si trovava di fronte a qualcosa da conquistare, ma ogni conquista è sempre dell’ego. Non esiste alcuna meta, e la meta è sempre qualcosa di egoico. Vedendo questo stato di cose, il Buddha disse:

“Non esiste alcun sé. Non c’è nulla da conseguire, e non c’è alcuna meta da trovare. Voi non siete mai esistiti, voi non esistete, voi non esisterete mai. Potete solo immaginare, potete solo sognare di esistere”.

È famosa una storia di Chuang-tzu. Non mi stanco mai di narrare le sue storie, perché contengono sempre qualche aspetto recondito da esplorare, ogni volta posso leggerle sotto nuove luci, con nuove prospettive.

Un mattino, si svegliò, chiamò i suoi discepoli e disse loro: “Sono in gran difficoltà e voi mi dovete aiutare”.

I discepoli dissero: “Noi siamo venuti per essere aiutati da te, e tu vuoi il nostro aiuto?”.

Chuang-tzu continuò: “Finora è andato tutto bene, ma questa notte sono stato scosso in profondità: ho sognato che ero diventato una farfalla”.

Tutti risero e dissero: “Che assurdità! Sognare non crea mai alcun fastidio”.

Chuang-tzu replicò: “L’ha creato, perché ora penso che forse sono una farfalla che pensa, che sogna di essere Chuang-tzu. Ebbene, chi sono? E per poter vivere devo essere sicuro di chi sono: sono Chuang-tzu o sono una farfalla?”.

Sembra una cosa assurda, ma di fatto fa affiorare l’assurdità della logica. Se una farfalla non può sognare di essere Chuang-tzu, come può Chuang-tzu sognare di essere una farfalla? E se Chuang-tzu può sognare di essere una farfalla, non c’è alcuna obiezione logica al fatto che una farfalla si sia addormentata al sole del mattino su un fiore bellissimo, e ora stia sognando di essere Chuang-tzu.

Nessuno dei suoi discepoli poté aiutarlo. Per secoli i taoisti hanno usato questa storia come un koan, perché è irrisolvibile, ma per il Buddha non è così.

Chuang-tzu e Gautama il Buddha erano contemporanei, sebbene distanti: uno viveva in Cina, l’altro in India. Erano divisi dalla grande catena himalayana, per cui non potevano comunicare; altrimenti il Buddha avrebbe risolto il problema di Chuang-tzu, poiché egli afferma: “Entrambi sono sogni. Non importa se Chuang-tzu sogna di essere una farfalla, o se la farfalla sogna di essere Chuang-tzu: entrambi sono sogni. Semplicemente, voi non esistete”.

Molti si avvicinarono al Buddha e si allontanarono da lui, perché nessuno può fare del nulla la propria realizzazione esistenziale, a che scopo? Tanta disciplina e tanto preoccuparsi per entrare in meditazione, solo per scoprire di non esistere... che uomo strano, questo Gautama il Buddha! Se andiamo bene così come siamo, che bisogno c’è di scavare tanto profondamente, solo per scoprire che non esiste nulla? Se anche stiamo sognando, almeno c’è qualcosa.

Il mio approccio è simile, ma la prospettiva è del tutto diversa. Io vi dico che non avete un sé, perché siete parte dell’universo... per questo non siete nulla. Solo l’universo può avere un sé, solo l’universo può avere un centro, solo il Tutto può avere un’anima. La mia mano non può avere un’anima, le mie dita non possono avere un’anima; solo un’unità organica può avere un’anima, e noi siamo solo delle parti: esistiamo, ma siamo soltanto delle parti; per questo non possiamo rivendicare di avere un sé.

Pertanto, il Buddha ha ragione – non esiste alcun sé – ma così non aiuta la gente, non aiuta tutti i poveracci incapaci di comprendere le diverse implicazioni di questa affermazione.

Io vi dico: “Voi non avete un sé, perché siete parte di un sé più grande, del Tutto”. Non potete avere alcun sé separato e privato, tutto vostro. In questo modo viene tolta la negatività, e non viene indotto in voi il desiderio positivo di diventare sempre più egoisti. Così si evitano entrambi gli estremi e si mette a fuoco un nuovo approccio esistenziale: l’universo è, io non sono. E qualsiasi cosa accada, e sembra essere in me, in quanto me, è semplicemente universale.

Definirlo “io” significa sminuirlo. Questo è ciò che lo falsifica, non corrisponde alla realtà. Definirlo “sé” lo rende irreale, perché il sé può esistere solo se si è totalmente indipendenti, e voi non lo siete. Neppure per lo spazio di un respiro voi siete indipendenti. Neppure per la frazione di un attimo voi siete indipendenti dal sole, dalla luna, dalle stelle. Il Tutto dona il suo contributo costantemente, ecco perché voi esistete.

Riconoscerlo non è una perdita, è una conquista; tuttavia, non è affatto una conquista dell’ego. Se riesci a cogliere questa sottigliezza... comprendere di essere parte del Tutto, che il Tutto ti appartiene, che tu appartieni al Tutto, è un’incredibile realizzazione. Ciò nonostante, questa incredibile realizzazione non implica neppure l’ombra del sé.

È una delle comprensioni più squisite: noi non siamo separati; non siamo separati dalle montagne, non siamo separati dagli alberi, non siamo separati dagli oceani, non siamo separati da nessuno e da nulla. Siamo tutti interconnessi, intessuti in un’unità. Ciò che si guadagna da questa comprensione è immenso, ma non esiste alcun senso dell’io, di me, del mio. Per ciò che concerne queste cose, si ha solo un assoluto silenzio e un vuoto. Ma questo vuoto non è semplice assenza o mancanza.

Potremmo svuotare questa stanza – possiamo togliere tutti i mobili, svuotare tutto ciò che la riempie – e chiunque verrà dirà: “La stanza è vuota”. Questo è un modo di vedere le cose, ma non è quello giusto.

Il modo giusto è questo: adesso la stanza è piena di vuoto. Prima, il vuoto era ostacolato, spezzato in frammenti a causa dei tanti mobili raccolti, e quell’infinità di oggetti gli impediva di essere un’unica cosa: adesso è un’unità.

Anche il vuoto esiste. È esistenziale; in sé non implica che non esista. Una persona vuota di gelosia diventerà colma d’amore, qualcuno vuoto di stupidità diventerà pieno di intelligenza. Ogni vuoto ha la propria pienezza. E se non riesci a cogliere la pienezza che affiora con ogni vuoto, in maniera del tutto oggettiva ed evidente, sei cieco.

Non esiste alcun sé. Questo porta un gran sollievo: non lo dovete amare, non lo dovete odiare, non lo dovete accettare, non lo dovete rifiutare, non dovete fare nulla di nulla; semplicemente non esiste. Potete rilassarvi, e in questo rilassamento ci si fonde con l’universo.

In questo caso il nulla diventa il Tutto.

Il Buddha era estremamente avaro, non avrebbe mai detto che il nulla è il Tutto. E lo sapeva: è impossibile che un uomo che conosce il nulla a tali profondità non conosca anche il rovescio della medaglia... il Tutto. Ma era molto avaro, e un motivo c’era: nel momento in cui sostieni la parola “Tutto”, immediatamente l’ego si sente a proprio agio.

L’ego dice: “Allora non c’è nulla da temere; hai conseguito il Tutto. Nulla era in pericolo, il Tutto dà speranza...”, ecco perché il Buddha insisteva tanto nel negare qualcosa che in senso assoluto è reale. Conduceva la gente verso quella comprensione, ma la negava perché nel momento in cui affermi il Tutto, le persone iniziano a perdersi.

Ma io vorrei dirvi l’intera verità.

Un giorno il Buddha stava attraversando una foresta. Era autunno e l’intera foresta era coperta di foglie secche, e il vento sollevava quelle foglie morte, portandole qui e là, creando una musica squisita... il semplice camminare su quel tappeto era una gioia.

Ananda chiese al Buddha: “Posso chiederti una cosa... non c’è nessuno che ci ascolti, e soltanto di rado ho l’opportunità di stare solo con te. Sebbene stia con te ventiquattr’ore al giorno, c’è sempre qualcuno che, ovviamente, vuole parlare, chiedere... per lui è un’opportunità, visto che io sono sempre con te, ed è giusto che abbia una priorità. Ma oggi non c’è nessuno e vorrei chiederti: hai detto tutto ciò che sapevi? Oppure hai trattenuto qualcosa, non hai voluto rivelarlo?”.

Il Buddha si piegò a terra e si riempì la mano con un mucchio di foglie morte. Ananda chiese: “Cosa stai facendo?”.

Egli disse: “Sto cercando di rispondere alla tua domanda. Cosa vedi nella mia mano?”.

E Ananda rispose: “Vedo alcune foglie”.

Il Buddha continuò: “E cosa vedi in tutta la foresta?”.

Ananda disse: “Milioni e milioni di foglie morte”. Il Buddha concluse: “Ciò che ho detto è pari a questo semplice mucchio di foglie, e ciò che non ho detto equivale alle foglie che vedi in tutta la foresta”.

Ebbene il mio desiderio è condurvi alla foresta, e lasciarvi lì ad ascoltare la musica del Tutto, a camminare e a correre sulle foglie secche, come bambini. Non voglio darvi le poche foglie che ho in mano. Niente affatto, voglio darvi il Tutto!

Inoltre, questa è la mia comprensione: potete aver fiducia in me, oppure no, ma io ho fiducia in voi. Potete trasformarvi, oppure potete perfino diventare miei nemici, ma la mia fiducia in voi rimarrà sempre la stessa. Poiché la mia fiducia non è legata a condizioni che dovete adempire, non dipende affatto da voi. La mia fiducia è la mia gioia, e io voglio donarvi il Tutto.

Il nulla è parte della verità: immensamente rivelatrice, ma che lascia qualcosa di simile a una ferita, qualcosa di inappagato. Verrete sollevati, vi rilasserete, ma ancora cercherete qualcosa, perché il vuoto non può diventare la fine! L’altra parte, il Tutto, deve esservi reso disponibile. Allora il vostro vuoto è pienezza: colmo del Tutto.

In questo caso, il nulla è Tutto. Non è semplice nulla, è Tutto.

Questi sono i momenti in cui i termini contraddittori vengono trascesi, e ogni volta che si trascende qualsiasi termine contraddittorio, ci si illumina. Non importa quale sia la contraddizione, qualsiasi trascendenza di contraddizioni vi porta l’illuminazione. E questa è una delle contraddizioni fondamentali: il vuoto e il Tutto.

La trascendenza non richiede altro che una comprensione silenziosa.

Osho, In amore vince chi ama.

venerdì 15 marzo 2019

L’amore è il mezzo ed è il fine

  Immagine correlata
Per favore, potresti dire qualcosa su queste parole del poeta Kahlil Gibran:

Quando l’amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese.

E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume, vi può ferire.

E quando vi parla, abbiate fede in lui.

Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del Nord devasta il giardino.

Poiché l’amore come vi incorona così vi crocifigge. E come vi fa fiorire così vi poterà. (...)

Tutto questo compie in voi l’amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita. (...)

L’amore non dà nulla fuorché se stesso e non prende che da se stesso.

L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;

poiché l’amore basta all’amore. (...)

L’amore non desidera altro che compiersi.

Kahlil Gibran è un poeta, ma non è un mistico. Un poeta è un sognatore, un mistico è un visionario, e la differenza è immensa. Non si tratta solo di una differenza di quantità, bensì di qualità. Il poeta non guarda la luna, ma il suo riflesso nelle acque agitate del lago; coglie alcuni bagliori qui e là, ma si tratta solo di bagliori, qualcosa di estremamente vago. La sua percezione non è limpida, non può esserlo, perché non è passato attraverso il processo alchemico della meditazione.

Tra lui e la realtà è presente la mente, e la mente interpreta sempre, è un perenne commentatore: non permette mai alla realtà di raggiungerti per ciò che è. La distorce, la raffina, la muta; la modifica in base alla propria gestalt, al proprio schema percettivo. Le dà una forma in base alle proprie idee, la colora; certo, qualcosa della realtà ancora vagola nell’aria, ma si tratta soltanto di qualcosa di frammentario, come se il poeta avesse visto un sogno meraviglioso.

Invece il mistico conosce la realtà direttamente, nella sua immediatezza; non esiste alcuna interpretazione. L’esistenza e il mistico sono in profonda comunione. Solo ogni tanto il poeta è in una sorta di comunicazione con l’esistenza, ma non è mai in comunione. Nella comunicazione resti separato, per un istante esiste un ponte, ma comunque sei separato. Nella comunione tu non esisti più, non sei unito soltanto per un istante; semplicemente, tu non sei presente. Non si tratta di creare un ponte: sei immerso, sei in sintonia profonda; sei all’unisono con la realtà.

Ricorda tutto questo, prima di iniziare a meditare su queste bellissime parole di Kahlil Gibran, sono stupende! Gibran è uno dei poeti più intuitivi della nostra epoca, ma è un poeta, non un mistico; non è un buddha, non è un Cristo. Non ha visto la realtà, ne ha soltanto sognato; i suoi sogni sono meravigliosi, ma i sogni restano sogni: anche se a volte riflettono la realtà, si limitano a rifletterla. Sono echi lontani, oppure addirittura echi di echi di echi.

Kahlil Gibran dice:

Quando l’amore vi chiama, seguitelo.

In questa affermazione è implicito che l’amore sia qualcosa di esterno a te, e che tu lo debba seguire. In realtà, quando l’amore è presente, tu non ci sei; non c’è nessuno che lo segua: l’amore è travolgente! L’amore è una dissoluzione dell’ego: chi sarà mai presente a seguirlo? E chi potrebbe non seguirlo? Se ancora esistesse qualcuno che lo segue, non sarebbe amore; in quel caso dovrebbe trattarsi di qualcos’altro: forse biologia, forse chimica, forse psicologia, ma non amore. Dev’essere qualcosa di istintivo: bramosia camuffata d’amore, che ostenta quell’immagine. Dev’essere qualcosa di animale.

Quando l’amore è presente, l’amante non esiste per nulla: non possono coesistere. È qualcosa di impossibile, non è nella natura delle cose: quella coesistenza è letteralmente impossibile. Se l’amante è presente, l’amore non esiste; se è presente l’amore, non troverai l’amante da nessuna parte. Ebbene, chi lo potrebbe mai seguire? Chi è presente a udire il richiamo dell’amore, e chi lo dovrebbe seguire? Se qualcuno fosse presente, allora mancherebbe qualcosa; mancherebbe qualcosa di essenziale, di fondamentale.

L’affermazione è splendida, ma non è frutto di uno spazio meditativo. È un’eco remota, Gibran ha sognato tutto questo.

Se lo chiedi a un buddha, dirà: “Quando l’amore è presente, tu non ci sei. E non c’è modo di non seguirlo, non è per nulla possibile contrastarlo. Tu sei amore!”. Ma in quel caso devi comprendere la multidimensionalità del fenomeno dell’amore.

La dimensione più bassa è animale; il novantanove per cento delle persone non va mai oltre questa dimensione. Pertanto, quando ascoltano parole come queste: Quando l’amore vi chiama, seguitelo, le interpretano in base alla propria realtà.

In tutti i linguaggi del mondo abbiamo questa espressione: “Cadere tra le braccia dell’amore”, è un modo di dire significativo. Come mai “cadere” in amore? Perché nel novantanove per cento dei casi si tratta davvero di una caduta: le persone precipitano nel mondo degli istinti, della biologia, della fisiologia; sono dominate dagli ormoni, dalle secrezioni di ghiandole, dalla loro chimica corporea. Accade negli animali, accade negli alberi; non è nulla di speciale, non è nulla di umano.

Io non direi mai: “Quando la tua biologia ti chiama, seguila”. Direi: “Osserva, sii consapevole, sii attento e presente”; infatti, se non sei consapevole, inevitabilmente ne verrai travolto, sarai dominato dalla parte più bassa del tuo essere, dall’elemento più periferico. Verrai dominato e diretto da forze naturali inconsce; ed è ciò che accade: in nome dell’amore le persone si comportano semplicemente come animali. È una caduta! Ma nell’amore esistono anche dimensioni più elevate...

Il primo tipo d’amore sembra venire dall’esterno. E di fatto è proprio così: viene dall’esterno perché scaturisce dalla circonferenza, e il centro si ritrova a seguire la circonferenza. Quella circonferenza è la cosa più esterna che ci sia in te, è al di fuori di te: tu sei lontanissimo da tutto ciò, nel ricettacolo più intimo del tuo essere... quando l’amore ti chiama, significa che proviene dalla periferia, da qualche parte all’esterno del tuo essere.

Un uomo si innamora di una donna, oppure una donna si innamora di un uomo, ma non è nulla di speciale che caratterizzi l’essere umano, non è parte della dignità umana: è una caduta, e ti porterà infelicità. Inoltre, ricorda che sarà possessivo... di più: se osservi con attenzione, vedrai che non solo è possessivo, in profondità sarà presente anche un desiderio di essere posseduto. Sei già posseduto dalla natura, adesso la cosa comporterà altre implicazioni: l’uomo sarà posseduto dalla donna, la donna sarà posseduta dall’uomo... e da qui l’insieme del conflitto dato dal cosiddetto amore.

Ogni volta che sei posseduto da qualcuno, in te esiste una dicotomia: vuoi essere posseduto e vuoi essere libero. In te è presente un conflitto: vuoi essere posseduto perché la cosa ti valorizza, sei qualcosa che può essere posseduto. Qualcuno ti mostra rispetto, qualcuno pensa a te come a un tesoro; pertanto l’idea di essere posseduto ti fa sentire bene.

D’altra parte, simultaneamente, hai la sensazione di essere ridotto a una merce, a un bene di consumo: potresti essere un tesoro, ma un tesoro non ha alcuna consapevolezza. Stai diventando una cosa, vieni declassato al mondo degli oggetti, diventi un oggetto di possesso: stai perdendo la tua soggettività e la libertà della tua soggettività, da qui il conflitto.

E vivrai nell’infelicità; infatti, qualsiasi cosa farai non farà che appagare parte del desiderio, l’altra metà rimarrà frustrata. Se permetti che qualcuno ti possieda, il tuo desiderio di essere libero rimarrà frustrato, lotterà. Se non permetti che qualcuno ti possieda, sarai libero; ma qualcosa in te continuerà a fremere all’idea che nessuno ti possieda: vuol forse dire che nessuno vede in te un valore? Vuol forse dire che nessuno è attratto da te, nessuno ti degna di attenzione, che sei del tutto inutile?

A questo livello d’amore l’infelicità è una conseguenza naturale. Osservalo, perché grazie all’osservazione ti puoi elevare al di sopra di tutto ciò. In quel caso puoi iniziare a elevarti in amore, anziché cadere. L’arte di osservare diventa qualcosa di simile a una scala: dal livello più basso a quello più elevato.

La seconda dimensione è più vicina a ciò che Kahlil Gibran dice più avanti:

L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto; poiché l’amore basta all’amore.

Ma di nuovo Gibran fornisce un ragionamento errato del perché l’amore non possiede e non vorrebbe essere posseduto.

Egli dice: ... poiché l’amore basta all’amore. Non è così! L’amore non basta a se stesso: l’amore ha bisogno di essere condiviso. Esiste un’energia immensa e straripante che ha bisogno di essere condivisa: il fiore non è sufficiente a se stesso; ha bisogno dei venti e del sole così da poter sprigionare il suo splendore nascosto, la sua fragranza, il suo profumo. Se non gli viene permesso di liberare la propria fragranza, in cuor suo ne soffrirà.

L’amore soffre maggiormente quando non c’è nessuno con cui condividerlo. La più grande sofferenza nell’amore si ha quando hai qualcosa da donare e non c’è nessuno che lo riceva.

Certo, è vero: L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto... è verissimo! Ma il motivo dato da Kahlil Gibran non è quello vero: è poetico, ma non ha alcuna intuizione nella realtà dell’amore.

L’amore è non possessivo perché l’essenza stessa dell’amore è la libertà: se ami una persona, vuoi che sia assolutamente libera. E se ami qualcuno, lo puoi amare solo se prima di tutto hai amato te stesso. Quella è la condizione di fondo: non puoi amare gli altri, se non sei in un profondo amore con te stesso. Il primo amore, ovvero l’amore principale, è per se stessi: quando questa fiamma inizia ad ardere in te, ovvero l’amore per te stesso...

Per secoli non ti è stato detto nulla di tutto ciò; anzi, ti è stato insegnato l’esatto opposto: “Non amare te stesso, altrimenti saresti egoista”. Tutti ti dicono: “Ama gli altri!”. Persino i cristiani che pensano di seguire il Cristo hanno frainteso la sua affermazione, la cui rilevanza è davvero rivoluzionaria.

Gesù dice: “Ama i tuoi nemici come te stesso”. E i cristiani hanno preso solo una metà di questa affermazione, essi dicono: “Ama i tuoi nemici”, ma così hanno dimenticato il presupposto essenziale.

Gesù dice: “Ama i tuoi nemici come te stesso”, ma se non ami te stesso, in che modo potrai mai amare i tuoi nemici? Quale potrà mai essere il criterio? Prima di tutto devi amare te stesso, solo allora potrai addirittura amare i tuoi nemici... e che dire degli amici? Che dire degli amanti?

Il primo amore deve accadere dentro di te, è qualcosa di interiore. Accade solo quando diventi silente, consapevole, meditativo, quando esci dalla mente. La mente è possessiva, è dittatoriale, è un despota: vuole dominare, perché il nucleo centrale della mente è formato dall’ego, e l’ego può cavalcare qualsiasi cosa... qualsiasi cavallo andrà bene! Andrà bene il denaro, il potere, il sapere, l’ascetismo, la virtù, l’amore... persino l’amore! Anche l’amore verrà convertito in un cavallo che l’ego potrà cavalcare.

L’amore è non possessivo solo quando non è frutto della mente, ma Kahlil Gibran non sa nulla della nonmente. La meditazione è lo stato di nonmente: l’amore dovrebbe nascere in uno stato di nonmente, e perché un simile amore accada devi preparare quello stato. Quell’amore non giungerà dall’esterno, non verrà da un altrove: quando sei silenzioso, zampilla dall’interno del tuo essere, scaturisce dentro di te.

La meditazione opera come una primavera, e i fiori che stavano aspettando quella primavera all’improvviso si schiudono. Il tuo essere interiore diventa così colmo di profumo, è così fragrante, straripa di una tale fragranza che lo devi condividere. E quella fragranza è talmente tanta che non puoi esserne avaro!

Un’antica storia tibetana narra di un Maestro che per tutta la vita negò a chiunque di diventare suo discepolo. Più si negava, più aumentava la sua fama; e un numero sempre più grande di persone si presentava per chiedere l’iniziazione, ma lui rifiutava sempre. Le sue condizioni erano tali per cui nessuno riusciva a soddisfarle.

Aveva solo un giovane che si prendeva cura di lui; neppure lui era un discepolo, perché quel Maestro non diede mai l’iniziazione a nessuno. Poiché stava invecchiando, aveva permesso a questo giovane... il ragazzo aveva manifestato il desiderio di servirlo. Aveva detto: “Se anche non mi vuoi dare l’iniziazione, va benissimo, non farlo; ma permettimi di stare qui al tuo servizio, lascia che mi prenda cura dei tuoi bisogni fisici, stai invecchiando...” e il Maestro glielo aveva concesso.

Il giorno in cui stava morendo, chiamò il giovane e gli disse: “Corri al villaggio e di’ alla gente che chiunque desidera essere iniziato può venire immediatamente”.

Il ragazzo non ci poteva credere. Disse: “Ma cosa mi dici delle tue regole di fondo? Le condizioni che imponi sono così impossibili che nessuno finora è riuscito ad adempierle”.

Il Maestro rise e disse: “Adesso ti posso dire la verità! Tutte quelle condizioni erano soltanto una strategia per non dire alla gente che ancora non mi ero realizzato, per cui non avevo nulla da donare, come avrei dunque potuto dare qualcosa a qualcun altro? Non ho mai voluto dire di non essermi ancora illuminato, per cui ho ideato questa strategia: ho sempre detto alle persone che ancora non erano degne di ricevere l’iniziazione. Ma adesso mi sono realizzato – è accaduto proprio stamattina! – e ne sono talmente gravido che voglio sprigionare tutta quella fragranza.

“Dunque, non esiste alcuna condizione. Va’ immediatamente e raccogli chiunque voglia ricevere l’iniziazione e di’ a tutti che questo è il mio ultimo giorno. Al tramonto del sole anch’io scomparirò da questo mondo, per cui restano solo poche ore. Raccogli quante più persone ti è possibile!”.

Il giovane non ci poteva credere, ma era il Maestro a ordinarlo, per cui corse. Gli abitanti del villaggio a loro volta stentavano a crederci, pensarono che si trattasse di uno scherzo: quell’uomo era stato talmente irremovibile rispetto alle condizioni da rispettare, e quelle regole erano talmente impossibili... solo un superuomo poteva rispettarle!

Per cui quella povera gente disse: “Ma noi non ne siamo degni!”.

E il giovane spiegò: “Adesso il Maestro non chiede alcuna preparazione da parte vostra. A chiunque voglia ricevere l’iniziazione, a chiunque voglia condividere la verità, egli è pronto a donarla”.

Alcune persone si incuriosirono: “Che cos’è questa novità?”, per cui, solo per pura curiosità, conoscendo benissimo quel vecchio da parecchi anni, senza crederci ma per curiosità, seguirono il giovane. Qualcun altro, al quale era appena morta la moglie, si sentiva davvero triste, per cui disse: “D’accordo, mi farà bene andare da quel vecchio per avere un po’ di consolazione, e se mi vuol dare qualche consiglio o un po’ di saggezza, perché non accettarlo?”. Un giovane era disoccupato, aveva perso il lavoro e se ne stava seduto senza nulla da fare, per cui disse: “Va bene, vengo anch’io”. Persino un bambino, vedendo quella folla che si incamminava verso l’eremitaggio, si accodò: non era andato a scuola quel giorno, e pensò fosse un’ottima scusa dire che era andato da quel sant’uomo; per cui si unì agli altri.

Il giovane guardò quella folla e stentava a crederci: aveva visto arrivare dal Maestro persone molto sagge, gente di incredibile purezza, individui innocenti, virtuosi, puritani, asceti... e tutti erano stati respinti. E questa folla variegata! Scoppiò a ridere: “Che cosa accadrà? Sembra tutto così pazzesco! E cosa potrà mai ricevere questo bambinello? E i motivi per cui costoro stanno andando dal Maestro sono così assurdi: a qualcuno è morta la moglie, qualcuno è disoccupato, qualcuno è in vacanza, il bambino non è andato a scuola...”.

Comunque tornò con questa folla, e il Maestro non chiese neppure: “Chi vuol essere iniziato?”, si limitò a chiamarli a uno a uno, e diede loro l’iniziazione. Il giovane commentò: “Non riesco a credere ai miei occhi! Non avrei mai immaginato che qualcosa di simile potesse mai accadere!”.

Il Maestro disse: “Tutto è molto semplice. Adesso possiedo qualcosa e lo devo donare; in passato non l’avevo, dunque non avevo nulla da dare. E che senso aveva mostrare il mio nulla alla gente? Per cui ho finto di avere qualcosa, ma dicevo a tutti che non erano pronti. Adesso, che queste persone siano pronte oppure no non fa alcuna differenza: io devo sgravare me stesso!”.

Questo è sempre stato il modo di agire dei Maestri. Quando una nuvola è carica di pioggia, non si preoccupa se si scaricherà sulle rocce o su un terreno coltivato, non le interessa sapere se quella terra è fertile o no: si limita a piovere! Si scioglie in pioggia senza porre alcuna condizione.

La stessa cosa è vera per ciò che riguarda l’amore: quando ami te stesso, quando il tuo amore è esploso, quando è diventato una realtà dentro di te, lo condividi! Non è affatto sufficiente a se stesso: ha bisogno della condivisione. Anche la verità ha bisogno della condivisione, l’essenza buddhica necessita della condivisione, la consapevolezza cristica la richiede: è qualcosa di irresistibile, dev’essere condivisa; non c’è modo di evitarlo.

Altrimenti, perché mai nella sua vecchiaia, quando il Buddha aveva ormai ottantadue anni, ancora viaggiava e parlava alla gente, condividendo il suo messaggio? Era malato, era vecchio, ogni giorno diventava sempre più debole, ma comunque viaggiava. I suoi discepoli gli dicevano: “Adesso, per favore, fermati!”. E lui rispondeva: “Non posso, devo donare. Fino al mio ultimo respiro devo condividere”. E di fatto fu così che accadde... Quando stava per morire, ormai era giunto il suo ultimo giorno, il Buddha annunciò che stava per lasciare il corpo e aggiunse: “Qualcuno ha qualcosa da chiedere?”.

Si erano riuniti diecimila discepoli, tutti i suoi sannyasin piangevano e dissero: “Hai risposto a ogni cosa! Da quarantadue anni non fai che rispondere, mattino, pomeriggio e sera. Hai risposto a qualsiasi cosa noi abbiamo potuto pensare, chiedere o su cui potevamo interrogarci; anzi, hai detto diecimila volte più di ciò che avremmo potuto domandare. Adesso non c’è più nulla da chiedere”.

Il Buddha era solito chiedere ogni cosa tre volte, per cui di nuovo domandò: “Avete delle domande?” e tutti negarono. E di nuovo lui chiese: “Forse qualcuno ha qualcosa da chiedere, ma non osa per non assillarmi in questo ultimo istante della mia vita. Non preoccupatevi, chiedete! Fino al mio ultimo respiro voglio condividere, devo condividere”.

Ma tutti negarono, dicendo: “Non abbiamo nessuna domanda”.

Al che lui disse: “Addio. Adesso posso chiudere gli occhi e iniziare a scomparire”.

E aggiunse: “Prima scomparirò dal corpo, poi dalla mente, poi dal cuore, e infine dall’anima. Come una candela che si spegne... la fiamma scompare: non la riesci a vedere da nessuna parte, perché adesso non è in nessun luogo”.

Proprio dopo aver chiuso gli occhi ed essere scomparso dal corpo e dalla mente, quando stava per raggiungere il terzo stadio, un uomo giunse di corsa. Per trent’anni aveva atteso il momento di porre una domanda, ma c’era sempre stata una cosa o l’altra che glielo aveva impedito. In realtà, per trent’anni non era riuscito a vedere il Buddha: aveva sempre voluto andare a trovarlo, a volte aveva dei clienti, altre volte degli ospiti, altre volte ancora la moglie era malata oppure c’erano altri impedimenti, per cui aveva sempre rimandato. È il comune modo di vivere del genere umano: rimandare a domani... “La prossima volta che il Buddha verrà, gli farò la mia domanda.”

All’improvviso aveva sentito nel villaggio la voce che quello era l’ultimo giorno del Buddha: “Domani non ci sarà più”, per cui aveva chiuso il suo negozio. Persino i clienti erano rimasti allibiti e gli avevano chiesto: “Cosa stai facendo?”.

E lui aveva detto: “Basta così! Adesso non posso aspettare!”.

La moglie gli disse: “Mi sento davvero male!” – le mogli stanno sempre male! – “Ho un terribile mal di testa!” – e di solito, quando tu vai da un Buddha, le mogli hanno sempre un mal di testa terribile! – “Dove stai andando?”.

L’uomo disse: “Lasciami in pace! Non ho neppure il tempo per risponderti!”.

Ed era accorso. La moglie lo seguì, i clienti lo seguirono: “Cosa succede? È forse impazzito all’improvviso? Un uomo così posato, un uomo d’affari così puntiglioso!”.

Arrivò  e  disse  ai  discepoli:  “Voglio  fare  una domanda!”.

Risposero: “È troppo tardi. Il Buddha ce l’ha chiesto tre volte, e noi abbiamo detto che non ci sono più domande da porre. E tu, dove sei stato? Per trent’anni è passato dal tuo villaggio, in pratica ci è passato ogni anno: dove sei stato?”.

L’uomo spiegò: “Mi dispiace, ma ho sempre rimandato, credendo che ci potesse sempre essere un domani. Adesso non posso più rimandare, e non so se in una mia vita futura incontrerò mai più un uomo come Gautama il Buddha. Chi può dirlo? Non posso perdere questa opportunità!”.

Prese vita un battibecco, l’uomo diceva: “Voglio chiederlo a lui!” e i discepoli replicavano: “Adesso non è possibile!”.

E il Buddha aprì gli occhi e disse: “Questo non è giusto. Io sono ancora vivo, lasciate che chieda! Fino al mio ultimo respiro, se sono vivo, non vorrò mai che si dica di me: ‘Il Buddha era vivo e un uomo era andato a interrogarlo, ma è stato respinto’. Lasciate che chieda”.

E si disse pronto a rispondere, e rispose...

Amore, verità, beatitudine... in essi esiste un’essenza intrinseca: hanno bisogno di essere condivisi, non sono mai sufficienti a se stessi. La condivisione è una parte essenziale, ma essi non sono possessivi. La motivazione è del tutto diversa, e questo perché l’amore fondamentalmente dona libertà: dona libertà a se stessi, dona libertà agli altri.

Un amore che diventa una schiavitù non è amore, è lussuria: è animale, non è umano. L’amore dona libertà, in questo caso diventa umano; ma ancora è una sorta di relazione.

Esiste un’ulteriore dimensione dell’amore. Nel primo caso, l’amore è un bisogno biologico; nel secondo è una condivisione psicologica; nel terzo tu sei amore! Nel primo caso è un rapporto, una possessività; nel secondo è una relazione, un’amicizia, un essere amichevoli; nel terzo tu sei l’amore in quanto tale: il tuo stesso essere è amore, irradi amore! Solo in quel caso l’amore è giunto a un crescendo: ha raggiunto l’Assoluto, il culmine, e lo si può chiamare Dio.

Gesù dice giustamente: “Dio è amore”, io vorrei mutare quell’affermazione solo di un pochino, le stesse parole, ma posizionate diversamente. Vorrei dire: “L’amore è Dio”; infatti, quando dici che Dio è amore, intendi semplicemente affermare uno degli attributi di Dio; potrebbero essercene molti altri. Io dico: “L’amore è Dio”, Dio stesso non è altro che un attributo dell’amore... è essenza divina!

E infine Kahlil Gibran fa una terza affermazione:

L’amore non desidera altro che compiersi.

È un’affermazione splendida, ma solo in apparenza. In profondità manca qualcosa: è inevitabile che qualcosa manchi! Non è un errore di Gibran: è solo un poeta, lo si può perdonare. Egli dice:

L’amore non desidera altro che compiersi.

No, neppure quel desiderio è presente, poiché l’amore in sé è un adempimento. Non si pone affatto il problema di un compimento in un futuro: in amore non esiste alcun futuro. L’amore conosce solo un tempo, cioè questo istante, l’adesso. L’amore è il mezzo ed è il fine: è appagamento, è adempimento, e da questo compiersi scaturisce la fragranza.

Dunque, fino a un certo punto Gibran ha ragione, quando dice: L’amore non desidera altro... ma nella seconda parte di questa affermazione – che compiersi – commette un errore.

Anche quello è un desiderio: compiersi. Neppure quel desiderio è presente: l’amore non ha alcun desiderio. In effetti l’amore accade solo quando hai raggiunto un punto di assenza di desiderio.

È ciò che io definisco “andare al di là della mente”. La mente ha desideri, quando scivoli fuori dalla mente, sei una nonmente. Lì non esiste alcun desiderio, nessun ricordo, nessuna immaginazione, nessuna fantasia, nessun futuro, nessun passato. Esisti quieora!

Proprio questo corpo è il Buddha. Proprio questo spazio è il paradiso del fiore di loto.

Osho, In amore vince chi ama.


lunedì 22 febbraio 2016

AMA TE STESSO

22 FEBBRAIO 2016



Questo è il vero interrogativo da porsi: “Come mai non siamo esseri che amano?”.
Non si tratta di amare questa persona o quell’altra, non è questione di amare l’amico o il nemico. La domanda è: “Sei in amore, oppure no?”. Ami il tuo corpo? Ti sei mai preoccupato di toccare il tuo corpo con una carezza amorevole? Ami te stesso? No, tutte le religioni ti insegnano a odiarti: tu sei una persona sbagliata e devi essere riaggiustata; sei un peccatore e devi diventare un santo. Come puoi amare te stesso? 

Non sei neppure in grado di accettarti. E queste sono le radici della tua realtà!
Io ti insegnerò ad amare te stesso. E se potrai amarti, se potrai gioire nell’essere te stesso, naturalmente il tuo amore continuerà a diffondersi; diventerà un’aura che ti avvolgerà, allora amerai i tuoi amici, e in un certo senso amerai anche i tuoi nemici... poiché, così come i tuoi amici ti definiscono, allo stesso modo anche i tuoi nemici ti definiscono.

Questa è una grande intuizione: allo stesso modo in cui i tuoi amici ti determinano, anche i tuoi nemici lo fanno... un’inimicizia lunga una vita è una relazione, è una relazione profonda. Pertanto, un uomo di comprensione amerà anche i suoi nemici; non per ragioni spirituali, ma per il semplice motivo che anche loro lo determinano, sono parte della sua esistenza. Senza di loro, esisterebbe un vuoto che nessun altro potrebbe colmare.
La questione non va posta nel modo in cui la pose Gesù. In quel caso si tratta di semplice egoismo: ama i tuoi nemici perché tu sei un essere spirituale superiore, mentre loro sono solo semplici esseri umani; pertanto, amali, dimostra loro il vero sentiero spirituale. Così non fai altro che appagare il tuo ego.

Anch’io ti dirò: “Ama il tuo nemico”, ma non per lo stesso motivo. Ti dirò: “Amalo, perché ti determina, è parte di te, così come tu sei parte di lui; non solo l’amico, anche il nemico è un’estensione del tuo essere”. Questo non ti rende “il più santo”, si tratta di una semplice comprensione di come opera la psicologia.
Ama te stesso! Ma puoi amarti solo se lasci cadere l’idea di essere un peccatore. E puoi lasciar cadere quell’idea solo se lasci andare l’idea che esista un dio.

Se esiste un dio, tu sei un peccatore, non puoi essere null’altro. Se esiste un dio, tu sei inevitabilmente un peccatore. Tu sei stato espulso dal regno di Dio, e verrai riammesso solo se diventi ubbidiente, così ubbidiente da perdere la tua individualità in nome di un dio ipotetico che non hai mai visto e che non vedrai mai.

Le tue religioni non ti permettono di amare te stesso, poi però parlano di tutte quelle stronzate sull’amare i propri nemici e sull’amare i propri vicini. Ma osserva questa evidenza: se non riesci ad amare te stesso, non potrai mai amare nessun altro nel mondo intero. Quell’energia d’amore deve sorgere dal tuo cuore, e laggiù è seduto un peccatore, condannato in modo assoluto, in attesa di essere gettato nelle fiamme dell’inferno.

OSHO: IN AMORE VINCE CHI AMA