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martedì 6 luglio 2021

Levitazione con uso del Suono – Le proprietà del suono


In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. 

Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.

Disseminate su una vasta area, si trovano varie strutture megalitiche, soprattutto templi, e numerosi monoliti scolpiti e blocchi da costruzione caduti del peso di 100 tonnellate ciascuno. Prima di essere ricostruita in epoca moderna, gran parte di quel che restava di Tiahuanaco giaceva al suolo, come se l’avesse rovesciata una mano invisibile di immensa potenza distruttiva. In realtà la sua fine fu determinata molto probabilmente da una serie di calamità naturali come terremoti e inondazioni – eventi che probabilmente fecero innalzare il lago Titicaca dal livello del mare alla sua altitudine attuale di oltre tremila metri.

La datazione della città è controversa, È molto antica, quanto nessuno è in grado di dirlo; tuttavia nel 1911 un’indagine approfondita svolta dall’autorevole archeologo Arthur Posnansky, professore dell’università di La Paz, ne attribuì la data di fondazione intorno a1 10.000 a.C., presumibilmente durante le catastrofi planetarie che accompagnarono la fine dell’ultima Era Glaciale. Successivamente altri importanti studiosi confermarono la grande antichità di Tiahuanaco, anche se archeologi e storici convenzionali generalmente datano il sito appena al 700 d.C. ...


Il pezzo principale delle rovine della città è la Porta del Sole, un gigantesco portale in pietra del peso di una decina di tonnellate, sulla cui facciata è scolpita una figura maschile che impugna due lunghi bastoni. 

Si tratta del leggendario fondatore di Tiahuanaco, Ticci Viracocha, o Thunupa, che emerse da un’isola al centro del lago all’inizio del tempo, e con i suoi seguaci, detti “”i viracocha”", fondò la città prima di spostarsi a nord, diffondendo la civiltà ovunque andasse.- 

Una leggenda, narrata dai locali indios aymara a un viaggiatore spagnolo che visitò Tiahuanaco poco dopo la conquista, parla della fondazione della città avvenuta all’epoca della Chamac Pacha, o Prima Creazione molto prima dell’arrivo degli incas. I primi abitanti, dotati, secondo la legenda, di poteri soprannaturali, erano capaci di sollevare miracolosamente dal terreno le pietre che “”… venivano trasportate dalle cave di montagna attraverso l’aria al suono di una tromba”".

La Bolivia è agli antipodi dell’Egitto, eppure abbiamo qui una testimonianza che fa pensare che anche gli antichi popoli delle Americhe conoscessero proprietà del suono che vanno al di là della nostra comprensione.

Da dove nascevano questi miti se non erano basati su qualche realtà storica? È possibile che esista un legame tra tradizioni così lontane fra di loro?

A Giza come a Tiahuanaco è stata attribuita una data di fondazione che risale a prima della fine dell’ultima Era Glaciale, 15000-I0000 a.C. circa. è possibile che una tecnologia acustica sia stata esportata in diverse regioni della terra da una cultura globale finora sconosciuta?


Gli indios aymara boliviani e peruviani raccontarono ai primi viaggiatori e storici spagnoli che Viracocha non era soltanto un civilizzatore e un operatore di portenti, ma anche uno scultore, un agronomo e un ingegnere che “”fece sì che terrazze e campi si formassero sui fianchi ripidi dei burroni, e mura di sostegno sorgessero a puntellarli”". Ma diversamente da loro, Ticci Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche.

Portava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e possedeva un “”fare autorevole”". Innumerevoli volte il grande portatore di sapere venne raffigurato così nel folclore e nelle leggende del Sud America, sottolineando il suo evidente aspetto caucasico. Cosa strana, poi, proprio a lui fu attribuita la capacità di muovere i blocchi di pietra con mezzi misteriosi. Un racconto ce lo presenta mentre per primo crea un “fuoco” celeste, che “si spegneva al suo comando, ma le pietre non venivano consumate così che i grandi blocchi potevano essere sollevati con le mani, come fossero di sughero”. Chi erano, esattamente, questi viracocha, e perché veniva loro attribuita la capacità di spostare i blocchi di pietra solo mediante mezzi soprannaturali?



Solo con un fischio

Spostandoci a nord della penisola messicana dello Yucatán, troviamo, nascosti nel fitto della foresta, gli antichi templi dei maya, una civiltà precolombiana dotata di una cultura incredibilmente evoluta. Il loro straordinario impero fiorì nel primo millennio dell’era cristiana, ma è chiaro che avevano ereditato le loro profonde conoscenze da una cultura molto precedente. I maya erano indicibilmente ossessionati non solo dai cicli del cielo e dai movimenti delle stelle ma anche dal passaggio del tempo. Il loro complesso calendario, per esempio, poteva calcolare con precisione date di centinaia di milioni di anni addietro, individuando esattamente il giorno e il mese in cui un certo giorno cadeva.

Uno dei complessi di templi più misteriosi lasciatici dai maya è quello di Uxmal, realizzato, secondo la leggenda, da una razza di nani. Più strana, però, è l’informazione che una leggenda maya ci dà su questi mitici nani: “Per loro il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. A questi potenti nani erano dovute tutte le più antiche realizzazioni del tempo della Prima Creazione, per le quali dovevano solo “fischiare perché le pietre si mettessero nelle costruzioni nella giusta posizione o perché la legna da ardere venisse da sola dalla foresta fino al focolare”.


Nonostante questi poteri soprannaturali, i nani sarebbero stati distrutti da un grande diluvio, anche se molti avevano tentato di mettersi in salvo nascondendosi sottoterra in “grandi serbatoi di pietra come le riserve d’acqua sotterranee, che loro vedevano come barche”.

Troviamo qui, ancora una volta, astratte e forse confuse storie su una razza prediluviana capace di usare il potere del suono per costruire mura di pietra. È facile etichettare questi racconti come fantasie di ignoranti, ma i popoli dell’Egitto e delle Americhe non erano i soli a impiegare il suono nella costruzione dei loro più antichi monumenti.

Costruito al suono di una lira

Secondo gli autori classici greci, Tebe, capitale della Beozia – un antico regno situato a nord ovest di Atene – fu fondata dal fenicio Cadmo, famoso viaggiatore e civilizzatore. Questa grande città, detta Cadmeia in onore del suo fondatore, sarebbe stata completata da un figlio di Zeus di nome Anfione. La cosa più singolare è che Anfione era capace di spostare grosse pietre al suono di una lira, e in questo modo poté costruire le mura di Tebe. Pausania, il geografo greco del secondo secolo dopo Cristo, parla infatti di Anfione che costruisce le mura della città “alla musica della sua lira”, mentre i suoi “canti attiravano dietro di lui perfino le pietre e gli animali”. Anche Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava “forte e chiaro accompagnandosi con la lira d’oro, seguito passo passo da grandi massi”.

Si tratta di semplici favole, basate su invenzioni ed esagerazioni letterarie molto più antiche, o rappresentano in qualche modo la memoria confusa di un tempo in cui gli abitanti di Tebe, uniti sotto un fondatore chiamato Anfione, erano in grado di usare il suono della lira per spostare massi e innalzare mura?


Sembra incredibile, ma se tradizioni del genere poggiano davvero su ricordi alterati di eventi reali, potrebbero contenere importanti informazioni sulle origini di questa tecnologia perduta. 

Le tradizioni riguardanti Cadmo indicano chiaramente che Tebe fu fondata da immigrati fenici che dovettero stabilirsi qui nel terzo o secondo millennio a.C. Cadmo, si dice, introdusse in Beozia l’alfabeto fenicio e il culto di divinità fenicie ed egizie, quindi è possibile che abbia portato con sé, dalla sua terra di origine, anche eventuali conoscenze relative alla tecnologia sonica.

La Fenicia era sede di una grande civiltà marinara fiorita verso il 2800 a.C. nella regione del Mediterraneo orientale che oggi comprende il Libano e la Siria nordoccidentale. Era costituita da una serie di città-stato, ciascuna con un proprio governo e una propria cultura, unite solo dal commercio, dalla religione e dall’abilità nella navigazione. I fenici erano i più grandi marinai dell’antichità, ma essi stessi dicevano di avere appreso le tecniche marinare da una precedente razza di dei.


L’ideazione di Betulia

Come la mitologia classica, le leggende fenicie parlano di un’età dell’oro che precedette la storia ufficiale, quando gli dei e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri. L’argomento è trattato negli scritti di Sanchoniatho, il più antico storico fenicio di cui abbiamo conoscenza, che visse prima delle guerre di Troia, intorno al 1200 a.c.. 
Egli parla del dio Urano, o Cielo, fondatore della prima città chiamata Biblo, che ancora oggi è un fiorente porto libanese. Da qui la razza degli dei colonizzò l’intera sponda orientale del Mediterraneo. Sanchoniatho ci informa anche che uno degli dei, Taautus (il Thoth egiziano, l’inventore della scrittura), fondò la civiltà egizia.

Sapendo tutto ciò, mi incuriosì la scoperta negli scritti di Sanchoniatho di un riferimento alquanto ambiguo alla levitazione delle pietre. Senza fornire alcuna spiegazione, lo storico fenicio afferma che Urano “ideò Betulia creando pietre che si muovevano come dotate di vita propria”.

La parola Betulia indica in questo contesto grandi pietre grezze di dimensioni ciclopiche. È possibile che questa cultura fenicia di Biblo, che Sonchoniatho identifica con una razza di dei, possedesse la capacità di sollevare i blocchi di pietra usando la potenza del suono? Potrebbero gli dei aver trasmesso questa capacità ai loro discendenti fenici, che a loro volta la portarono in Beozia al tempo di Cadmo e Anfione? E se così fosse, da dove potrebbe essere giunta questa conoscenza sulla tecnologia del suono?


Tanto i fenici quanto i loro contemporanei greci, i micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. Un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Aradus, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno, come nella figura .

È inutile dire che esiste una netta somiglianza tra queste strutture ciclopiche e quelle della piana di Giza, in Egitto. Sappiamo che già nel 4500 a.C. popoli di una cultura prefenicia avrebbero navigato non solo nel Mediterraneo ma anche lungo la costa atlantica oltre lo stretto di Gibilterra. È possibile che questo popolo marinaro prima sconosciuto abbia in qualche modo ereditato l’uso della tecnologia del suono da una cultura ancora più antica: forse gli dei degli Anziani dell’Egitto?


Si sa che Biblo era un’attiva cittadina già attorno al 4500 a.C., e che nel 3000 a.C. circa era diventata una civiltà marinara che intratteneva scambi commerciali con paesi come Creta e l’Egitto. 
Molti studiosi sono propensi a credere che Biblo ebbe un suo ruolo importante nella nascita dell’Egitto faraonico. È dunque possibile che una cultura abbia ereditato dall’altra la conoscenza della tecnologia del suono? E quale fu delle due che ereditò? 

A questo problema, almeno per il momento, non c’è una risposta chiara. È il caso però di ricordare che fu attorno al 3500 a.C. che in Egitto si cominciò ad applicare quell’incredibile tecnica litica che, come ho già mostrato, utilizzava attrezzi ad alta tecnologia quali seghe lineari e circolari, torni meccanici e trapani a ultrasuoni.

Per il momento è sufficiente sapere che le tradizioni che collegano il suono alla costruzione di edifici sono universali e non limitate a una particolare etnia, cultura, religione o a uno specifico continente. Ciononostante, gli scettici diranno che leggende del genere sono tutte nate semplicemente dalla superstizione. Per giunta, quando anche fossero “reali”, non ci direbbero praticamente nulla sui metodi eventualmente impiegati nell’antichità per ottenere la levitazione sonica.

Ciò di cui avevo bisogno erano resoconti più affidabili sulla tecnologia sonica e dopo lunghe ricerche trovai quello che cercavo: la testimonianza diretta di due viaggiatori occidentali che avevano assistito all’uso di questa tecnologia, in Tibet, nella prima metà del ventesimo secolo: le due storie sono state entrambe raccolte negli anni cinquanta dall’ingegnere e scrittore svedese Henry Kjellson.

Lo strano caso del dottor Jarl

Il primo caso riguarda un medico svedese, a cui Kjellson attribuisce il nome fittizio di “Jarl”. Negli anni Venti o Trenta – la data esatta non viene fornita – Jarl accettò l’invito di un amico tibetano di andare a trovarlo al suo monastero, situato a sud-ovest della capitale Lhasa. Fu durante il suo anno sabbatico che Jarl avrebbe assistito alla levitazione di blocchi di pietra, alti e profondi un metro e larghi uno e mezzo, mediante l’uso del suono.
L’evento avrebbe avuto luogo in un prato vicino, leggermente in salita verso una parete montuosa orientata a nord-ovest.

Jarl aveva notato che a circa 250 metri sulla parete rocciosa si apriva l’imboccatura di una grande caverna preceduta da un’ampia cornice, accessibile solo tramite funi calate dalla cima dello strapiombo. Qui i monaci stavano costruendo un muraglione in pietra. Notò anche che, a una distanza di circa 250 metri dalla base della parete, era stato interrato un grosso masso piatto, la cui superficie superiore mostrava un ampio avvallamento a tazza, profondo 15 centimetri. Circa 63 metri dietro la pietra interrata, un folto gruppo di monaci vestiti di giallo sembravano intenti a preparare un’operazione coordinata. Alcuni avevano enormi tamburi altri lunghe trombe, molti altri si stavano schierando in lunghe file, mentre uno dei monaci con una corda fornita di nodi segnava accuratamente la posizione di ciascuno. Jarl contò 13 tamburi e 6 trombe: gli strumenti erano situati a circa 5 gradi l’uno dall’altro, formando un arco di cerchio di poco più di 90 gradi centrato sul masso a tazza.

Dietro ogni strumento c’era una fila di otto o dieci monaci, la cui disposizione complessiva aveva l’aspetto di uno spicchio di ruota.




Al centro dell’arco c’era un monaco con un piccolo tamburo appeso al collo con una tracolla di cuoio. Ai suoi lati c’erano altri due monaci forniti di tamburi di media dimensione. Questi erano appesi a telai di legno con corregge di pelle fissate a un paio di bastoni che li attraversavano longitudinalmente fungendo da leve di direzione.

Da un lato e dall’altro di questi due tamburi c’erano altri monaci con le ragdon, enormi trombe lunghe tre metri. Al di là di questi, ai due lati, un altro paio di tamburi di media grandezza, poi una coppia di tamburi ancora più grandi, anch’essi sostenuti da telai di legno tramite cinghie di cuoio fissate ai bastoni.

Progredendo simmetricamente verso l’esterno sui due lati completavano questa vera e propria orchestra: altre due ragdon, altri quattro tamburi grandi (due per lato), altre due trombe e, infine, due ultimi tamburi (vedi figura sotto).



I tredici tamburi erano ricoperti di pelle su un solo lato, e il lato aperto era puntato verso il masso a tazza.

Mentre Jarl osservava la scena, il primo blocco di pietra fu trascinato fino al masso su una slitta di legno trainata da yak.
Presto i monaci trasferirono il peso sull’avvallamento e si ritirarono per permettere l’inizio dell’operazione.
I diciannove strumenti erano tutti puntati come cannoni verso il blocco di pietra, e quando tutto e tutti furono al loro posto, il monaco con il tamburo piccolo cominciò a salmodiare ritmicamente con voce bassa e monotona, battendo con una mano sul lato dello strumento ricoperto di pelle.

Questo emise un suono secco e duro che colpì dolorosamente le orecchie di Jarl. Per tutta risposta, le ragdon suonarono e gli altri tamburi furono percossi con grosse mazze lunghe 75 centimetri e con la testa coperta di pelle.

Di ciascun tamburo si prendevano cura due monaci, che vi battevano a turno.
A parte il monaco con il tamburo piccolo, nessuno pronunciò una parola.


Mentre quella strana cacofonia continuava, Jarl tentò di imprimersi nella mente la sequenza dei tamburi. Il ritmo inizialmente era molto lento, poi prese una tale velocità che egli ben presto non riuscì più a seguirlo: il loro pulsare si fuse diventando un muro compatto di suoni. Incredibilmente, il suono acuto del tamburo piccolo riusciva a penetrare il fragore combinato di trombe e tamburi. Questo gli fece pensare che era usato per segnare il tempo.

Passarono quattro minuti senza che accadesse nulla di insolito.
Poi, all’improvviso, il blocco di pietra prese a ondeggiare leggermente, come se stesse perdendo peso, infine si sollevò in aria, oscillando da una parte e dall’altra.


Poi si alzò, mentre trombe e tamburi venivano inclinati nella sua direzione.

La pietra saliva sempre più in alto, accelerando la velocità e compiendo, secondo le parole di Jarl, un arco di parabola dirigendosi verso l’imboccatura della grotta.

Alla fine, mentre i monaci continuavano a soffiare nelle trombe e a picchiare sui tamburi, il blocco giunse a destinazione piombando di peso sulla cornice con tale forza che mandò polvere e schegge di pietra dappertutto.

Poi, improvvisamente, cadde il silenzio. Volgendo lo sguardo al gruppo dei monaci, circa 240, Jarl notò che nessuno di loro sembrava minimamente colpito da quell’esperienza. Subito fu portato un altro blocco di pietra e l’operazione si ripeté nello stesso modo.

Per alcune ore Jarl poté vedere che con questo metodo furono trasportati dai cinque ai sei blocchi all’ora.

Ogni tanto una pietra piombava sulla piattaforma con tale forza da andare in pezzi. Quando questo accadeva, i monaci che lavoravano nella caverna si limitavano a spingere i frammenti giù dalla cornice.

Jarl ammise di non essere riuscito a capire la funzione dei 200 monaci circa, in file di otto o dieci, dietro l’arco dei diciannove strumenti. Non emettevano alcun suono, limitandosi a osservare il tragitto di volo dei blocchi di pietra che salivano verso la parete.


A suo parere potevano essere lì per imparare la tecnica, o eventualmente per rimpiazzare i monaci che battevano sui tamburi e soffiavano nelle trombe. Oppure, concluse, per conferire un’atmosfera religiosa alla scena o magari avevano usato una forma di psicocinesi coordinata per agevolare il volo delle pietre.

L’aspetto più rivelatore del racconto è la meticolosità dei dettagli con cui Jarl registra il procedimento svoltosi quel giorno.

Annota ogni distanza, ogni angolo, ogni misura, riferendo anche dati apparentemente insignificanti. Sono troppe le informazioni presenti nella relazione conservata da Henry Kjellson per liquidarla come puro parto della fantasia.

La scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra su un masso a tazza al livello del suono, l’aumento graduale del suono delle percussioni, tutto fa pensare a una scienza esatta, a una tecnologia sonica ben nota alla comunità monastica visitata da Jarl. Una delle affermazioni più interessanti è quella che riguarda il modo in cui tutti gli strumenti erano costantemente puntati sul blocco di pietra, dall’inizio al momento in cui giungeva a destinazione.

Se è vero che le comunità monastiche tibetane usavano il suono per far levitare a grandi altezze blocchi di pietra, com’era possibile? 

Che cosa dobbiamo pensare dei 200 monaci schierati dietro i diciannove strumenti? Qual era la loro funzione?

Raggiungere una forma di psicocinesi coordinata, come sembra credere Jarl? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che l’idea di usare il potere della mente per muovere le rocce faceva parte un tempo della rigida pratica di meditazione nota come dogchen, una dottrina segreta trasmessa oralmente dai seguaci del lamaismo tibetano e da singoli sciamani appartenenti a una religione prebuddista che ha il nome di Bonpo.

Cantando in silenzio

Il resoconto di Jarl rappresenta un’affascinante testimonianza di un tipo di tecnologia sonica di cui il mondo oggi ha perduto la conoscenza. Di per sé potrebbe non essere molto di più, ma fortunatamente non è l’unico esempio conservato da Kjellson.

Nel 1939 l’ingegnere e scrittore svedese assisté a una conferenza tenuta da un cineasta austriaco, chiamato Linauer, sui suoi viaggi in Tibet. Kjellson ebbe l’occasione in seguito di discutere a lungo sulle sue affermazioni e, convintosi della loro autenticità, le incluse nel suo libro Forsvunnen teknil ( Tecnologia scomparsa ), pubblicato nel 1961. Quello a cui Linauer sosteneva di aver assistito confermerebbe il racconto di Jarl, e getta nuova luce su quanto sappiamo a proposito delle presunte tecniche ultrasoniche dei costruttori delle piramidi.

Linauer affermò che, mentre si trovava presso un monastero isolato nel nord del Tibet, negli anni Trenta, ebbe il privilegio di assistere a eventi davvero fuori del comune. Tra questi la dimostrazione che due curiosi strumenti sonori, usati in combinazione, erano in grado di sfidare le leggi della natura a cui la scienza ortodossa aderisce in modo così rigoroso.

Il primo di questi strumenti era un gong enorme montato verticalmente su un telaio di legno. Aveva un diametro di 3,5 metri ed era composto da tre diversi metalli: la sezione circolare al centro era d’oro massiccio, e attorno a questo c’era un anello concentrico di ferro puro; questi due metalli erano cinti da un terzo anello di ottone di estrema durezza, che apparentemente possedeva una certa elasticità. L’area centrale, invece, era così duttile che un’unghia vi lasciava il segno.

L’aspetto del gong faceva pensare ad un enorme bersaglio metallico. I1 suono che emetteva quando veniva percosso non aveva nulla a che vedere con quelli prodotti da strumenti simili, perchè invece di emettere una potente nota continua e sostenuta, produceva una sorta di tonfo sommesso che cessava quasi istantaneamente.


Il secondo strumento era anch’esso composto da tre diversi metalli, anche se Linauer non fu in grado di identificarli con esattezza. Secondo i suoi calcoli era alto 2 metri e largo 1 (Kjellson non fornisce la profondità), mentre la sua forma viene detta semiovale, simile a quella del guscio di una cozza.

Sopra la superficie concava erano tese longitudinalmente delle corde ed era sostenuto da una struttura che lo manteneva fisso in posizione leggermente rialzata. I monaci dissero a Linauer che quel curioso strumento a corda non veniva suonato né toccato, ma semplicemente cantava in silenzio, emettendo, secondo le parole di Kjellson, <<un’onda di risonanza non percepibile all’udito>> solo quando il gong veniva percosso producendo il suo suono caratteristico.

In combinazione con questi strani strumenti veniva usata una coppia di schermi, accuratamente posizionati in modo da formare un triangolo con i primi due, il cui scopo sembrava quello di raccogliere, contenere e riflettere l’<<onda di risonanza non percepibile all’udito>> emessa dallo strumento semiovale.

Quando fu il momento di una dimostrazione pratica, un monaco armato di una grossa mazza si avvicinò al gong e cominciò a colpirlo traendone una serie di brevi suoni a bassa frequenza che dovevano avere un effetto peculiare sui sensi dell’udito.


Il gigantesco guscio di mollusco cominciò a emettere quella che immagino fosse una successione di ultrasuoni che, raccolti e deviati, provocavano una temporanea assenza di peso in blocchi di pietra.

Quando ciò avveniva, un monaco poteva sollevare con una sola mano una queste pietre. Linauer fu informato che con questa tecnica i loro antenati avevano potuto costruire la muraglia di protezione intorno all’intero Tibet.

I monaci gli assicurarono anche (ma di questo lui non fu testimone diretto) che quegli strumenti, e altri simili, potevano essere usati per disintegrare o dissolvere la materia fisica.


Il prezioso racconto di Linauer sembrerebbe aggiungere argomenti a sostegno della tesi che isolate comunità monastiche nel Tibet più remoto fossero in grado di usare il suono per togliere peso alle pietre. Se riusciamo ad accettare come autentiche storie del genere, si rafforza la probabilità che le leggende arcaiche che in Egitto, in Bolivia, in Messico e nell’antica Grecia raccontano di mura, templi e perfino città costruite con strumenti sonori avevano una base reale, per quanto distorta. Inoltre, il racconto di Linauer sull’ “onda di risonanza” usata per “dissolvere la materia” conferma le scoperte di Christopher Dunn a proposito dell’ impiego degli ultra suoni per perforare il granito da parte dei costruttori delle Piramidi.


Non disponiamo di elementi per capire come mai isolate comunità religiose tibetane praticassero forme di tecnologia sonica ancora nella prima metà del ventesimo secolo. È possibile che le avessero ereditate da qualche cultura precedente, prebuddista, come quella dei monaci di Bonpo, la religione sciamanica indiana che influenzò profondamente le pratiche rituali del lamaismo tibetano. Altrettanto possibile è che, totalmente prive di contatto con il mondo esterno, le scuole monastiche sviluppassero queste capacità del tutto autonomamente. Forse la loro profonda conoscenza delle leggi universali li mise in rado di scoprire un mezzo con cui controllare le forze della natura in un modo totalmente diverso dalla visione della scienza che ha il nostro mondo.

Per i religiosi del Tibet, le leggi di gravità di Newton e della relatività di Einstein semplicemente non esistevano, quindi non potevano intralciare la via del progresso. Ma se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo anche immaginare che la cultura egiziana degli Anziani possedeva un’eguale lettura del mondo tanto che fu in grado di sviluppare una conoscenza delle leggi universali che va al di là dell’immaginazione del mondo scientifico. Se così fosse, dobbiamo anche concludere che è solo il nostro approccio rigido e dogmatico a impedirci di sviluppare tecnologie che non sopportano le restrizioni dei limiti della scienza ortodossa.


La perdita più grave

Riconoscere che il lamaismo tibetano potrebbe aver sviluppato, o forse ereditato, una conoscenza avanzata della tecnologia sonica ci porta a chiedere come sia stato possibile che questa notizia non sia mai trapelata nel mondo occidentale. La risposta a questo inquietante interrogativo è un curioso paradosso. Quando Linauer assisté alle straordinarie proprietà del grande gong e dello strano strumento a forma di cozza, i monaci gli spiegarono che avevano custodito gelosamente i segreti della loro tecnologia perché non venisse sfruttata male nel mondo esterno. Di norma i viaggiatori stranieri non venivano ammessi ad assistere agli effetti prodotti dai loro incredibili strumenti. I monaci precisarono che la ragione di tanta riservatezza era la convinzione che se avesse raggiunto l’Occidente, questo antico potere sarebbe stato sfruttato a fini egoistici e distruttivi, e non potevano permetterlo. Una decisione simile è perfettamente comprensibile; il risultato però è stato che le testimonianze offerte da viaggiatori occidentali come Jarl e Linauer sono le uniche notizie che abbiamo in proposito. Inoltre, la distruzione del lamaismo tibetano a opera della Rivoluzione Culturale cinese già dagli anni Cinquanta ha privato il mondo scientifico della sua migliore occasione di confermare che la tecnologia sonica era ancora praticata negli anni Trenta. 

Nonostante le affermazioni contrarie della propaganda cinese, l’occupazione del Tibet prosegue oggi più brutale che mai.

Molti esuli tibetani sono perfettamente al corrente delle storie incredibili che parlano di un tempo in cui i loro antenati avevano la capacità di far levitare blocchi di pietra e di disintegrare la roccia con il solo potere del suono. Questa sfida alle leggi naturali è oggi poco più di un ricordo che va rapidamente sbiadendo nella mente di anziani monaci e lama. Che queste antiche scienze siano state preservate per millenni per poi andare perdute nell’epoca moderna è davvero una perdita gravissima.

Leggere i racconti di Jarl e Linauer e rendersi conto che oggi non esistono più neppure i monasteri è un fatto di una tragicità estrema.

La fiamma della conoscenza si era estinta completamente? Esisteva il modo di riattizzarla ricostruendo i fondamenti teorico-fisici alla base di questa scienza apparentemente perduta, nota al mondo antico? Intendevo scoprirlo con ogni mezzo possibile.

Questo è quanto scrive A. Collins, e cerca con testimonianze storiche di dimostrare come sono state costruite molte Piramidi e Templi in così breve tempo su terreni limitati che non potevano contenere gli operai e le attrezzature necessarie, almeno secondo la nostra conoscenza scientifica.

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sabato 10 aprile 2021

L'alba delle droghe


"Questo libro è costituito da una raccolta di interventi tratti dalla rivista "High Times" diffusa in tutti gli Stati Uniti dai primi anni settanta e specializzata nella controinformazione su ogni tipo di droga. ( ... )

Secondo gli autori i problemi relativi alle sostanze alteranti, legali o illegali che siano, non derivano tanto dai loro principi attivi quanto dalle modalità con cui vengono impiegate, cioè dalla consapevolezza e del senso di responsabilità dei singoli consumatori ..."

Dagli anni settanta ad oggi ci siamo accorti che sperare in un livello di consapevolezza da parte dei "consumatori" di droghe era (diventata?) un'utopia. Per quanto riguarda l'esistenza e l'uso di droghe nella storia umana e nel regno animale, ritengo interessante lo spezzone che segue.
Catherine

È strano, ma l’alba delle droghe coincide con quella della vita su questo Pianeta.

Si pensa che la coltivazione intenzionale dei vegetali psicoattivi sia iniziata nel periodo neolitico poco dopo il 7000 a.C., praticamente in tutto il mondo, ma la raccolta delle piante che fanno strani effetti sulla mente era iniziata già da millenni.

Un’ipotesi fantasiosa sulla scoperta della marijuana, una delle più antiche specie a essere coltivata, può essere metaforicamente considerata valida per tutte le altre. Un abitante delle caverne, particolarmente curioso, nella sua incessante ricerca di cibo, raccoglie un po’ di fiori aromatici, li mette in bocca, ne mastica i semi con i suoi possenti molari e… un’ora dopo lo ritroviamo che vaga inebetito nella foresta, mentre cerca di ricordare cosa è successo.

Oppure: un fulmine colpisce un albero e la fiamma si propaga a un gruppo di arbusti di canapa che si trova nel prato; un uomo di Neanderthal fiuta l’aria, impaurito dal fumo e pronto a scappare… finisce invece col rotolarsi nel fango, muggendo il primo suono umano: wow! Si potrebbe ripetere lo stesso episodio per altre parti del mondo… per la corroborante coca, per l’ipomea lisergica, per l’oppio profumato, per i funghi sacri, per lo spinoso stramonio ...



Forse gli esseri umani hanno imparato l’uso delle droghe dagli animali.

La tradizione popolare australiana vuole che i koala abbiano sviluppato una dipendenza per le foglie dell’eucaliptus, che è il loro unico cibo, perché queste foglie avrebbero un effetto drogante. In Africa, dove gli antenati dell’Homo sapiens si sono evoluti tre milioni di anni or sono, gli effetti esilaranti del caffè, secondo la leggenda, furono scoperti da un pastore abissino, che aveva notato che il suo gregge si era messo a saltare sul pascolo, dopo aver mangiato il frutto di quell’albero verde e lucente; una storia simile viene raccontata nello Yemen a proposito del qat.

La mangusta indiana, dopo essere stata morsicata da un cobra si trascina nella giungla per rosicchiare la radice del mungo, come antidoto. In America le mucche vanno matte per la locoweed, una specie di datura; i gatti divorano l’erba gatta; le renne ruminano funghi. I conigli preferiscono la belladonna o la lattuga selvatica; gli uccelli canori e i topi crescono vigorosi con i semi di canapa; i pesci «sballano» grazie all’azione delle piante tossiche che cadono nell’acqua. 
Persino gli elefanti adorano certi frutti di palma che producono un liquore fortemente inebriante e, secondo le parole di un esploratore del secolo XIX, «dopo averli mangiati, diventano completamente brilli, barcollano, si esibiscono in grandi buffonate, barriscono talmente forte che li si sente per miglia e non è raro che si impegnino in tremende lotte».

Comunque sia, l’uomo imparò presto ad apprezzare le droghe.

Fu una droga a svegliare l’autocoscienza? 

La differenza tra un uomo e una scimmia è un pollice opponibile o qualcosa di più: la scintilla dell’immaginazione accesa nel cervello da una pianta o la capacità di valutare gli effetti di quella pianta, attaccandovisi attraverso l’eternità, sebbene faccia vomitare, cadere nella neve e correre delirando attraverso il sottobosco? 
L’entusiasmo della scoperta diede il via in tutto il mondo alla ricerca premeditata di sostanze che agiscono sulla mente.

Mamme e papà riunivano i loro figli intorno al fuoco, per insegnare loro come provare «l’ebbrezza» disegnando piante sulle pareti annerite delle caverne. 
Fu il succo di alcune piante che per primo si dimostrò così attraente; il liquido prodotto dai papaveri pestati, le dolci creme celestiali di funghi macinati, la resina appiccicosa del luppolo e della canapa, i succulenti sciroppi di granaglie e frutta, la polpa matura di migliaia di radici e di vegetali esotici: masticati, schiacciati, filtrati, macinati, inghiottiti interi, crudi, cotti, fermentati, marciti, freschi, putrescenti, fritti, arrostiti, sciolti fino a diventare zuppe, aromatizzati, risputati o defecati, colti da mucchi di escrementi e piante rampicanti, immagazzinati in vecchie ceste e recipienti, gettati nel fuoco, usati come unguenti sulla pelle, introdotti attraverso qualsiasi orifizio; le ricette erano ricordate e tramandate attraverso generazioni, insieme a ricordi archetipici di sballi mortali, non mangiare quello, caro, ha ucciso la zia!

Dopo secoli di esperimenti, si venne a creare una stirpe speciale, gli stregoni, uomini e donne che sapevano quale droga mangiare e quale no, quando mangiarla e quando no, quali dèi ringraziare e quali maledire. I segreti di questi esperti di sostanze psicoattive sono sempre stati, almeno in parte, segreti di selezione e tecnologia. Non si trovavano nell’armadietto delle medicine, si andava a cercarli sul terreno, e guai a chi sceglieva la pianta sbagliata. 

Diecimila anni fa, sapere come ricavare la birra dall’orzo era altrettanto sensazionale quanto sapere oggi come si fa l’Lsd. Alcuni segreti erano custoditi così gelosamente che rimangono tuttora dei veri e propri misteri. 

Cos’era l’albero della vita? Cos’era l’albero della conoscenza? Che cosa era il nepenthes di Omero, che annegava tutti i dispiaceri? Che sostanze usavano i Sumeri per drogare i cortigiani destinati a essere seppelliti vivi con il re o con la regina: oppio, hashish o semplicemente vino? Che cosa erano soma e haoma, adorati dagli Arii in India e in Persia? Che cosa cuocevano i maghi taoisti cinesi in pentole alchemiche per produrre la divina euforia del non far niente? 

In America, di gran lunga più ricca di allucinogeni dell’Europa, che cosa fumavano esattamente nelle pipe della pace o nel guscio del mais e che cosa inalavano con cannule nasali? Perché i sacerdoti Inca chiamavano la lucente stella Spica nella costellazione della Vergine «Mamma Coca»: credevano forse che venisse da lì? 

In quale età primordiale si imparò a mangiare il nauseante cactus con la tenera pelle di dinosauro o a impastare le cortecciose piante rampicanti e la vite ricca di viticci? Chi fu il primo a immaginare che un fungo strano potesse offrire visioni più imperiose delle sacre montagne degli dèi? 
I mezzi più sofisticati della scienza moderna hanno lasciato insoluti questi problemi; forse devono rimanere per sempre delle ombre nel mitico passato.

Scavare nella storia della droga significa penetrare nel più profondo dei sensi umani: déja-vu, è tutto già successo, tutto succederà di nuovo. 

Le distorsioni dello scorrere del tempo, introdotte dalla droga, portano il partecipante a scivolare senza sforzo, di eternità in eternità, da uno scenario cosmico all’altro. E forse è proprio questo intensificarsi di memoria ancestrale, questo senso di mitologia senza tempo, prodotto dalle stesse droghe, che meglio illumina la loro storia attraverso i tempi. 

Abbiamo imparato molto su come ottenere l’ebbrezza da quando per la prima volta l’umanità si è svegliata sulla Terra, e stiamo ancora imparando. 

Il primo precetto della stregoneria – la scelta basata sul danno o sul vantaggio che effettivamente si prova – rappresenta precisamente la tecnica impiegata dagli scienziati moderni per esaminare il grado di sicurezza di un nuovo medicinale.

Alcuni dei più antichi esempi conosciuti riguardanti l’uso della droga ce lo dimostrano. 

Il carbonio radioattivo ci conferma che i semi rossi di mescal, allucinogeni, trovati in rifugi di roccia situati in Texas e in Messico, erano usati più di diecimila anni fa dai cacciatori preistorici di bufali. Questi semi scarlatti sono altamente tossici e possono risultare letali. 

Quando si scoprì che il peyotl offriva visioni più spettacolari con minore pericolo, venne usato il cactus al posto del fagiolo. Però i fagioli di mescal adornano ancora le vesti dei sacerdoti della Native American Church, in ricordo di quella antica esperienza. 

La scienza della droga progredì ulteriormente quando si cominciò a non mangiare più qualsiasi pianta fosse a portata di mano, ma a sperimentare la lavorazione di speciali preparati.

Un po’ di cocci rotti sono tutto quello che rimane del preparato forse più vecchio della Terra: la semplice, familiare birra. Un alambicco con un setaccio in fondo e cannucce sul bordo esterno è venuto alla luce da strati che risalgono al 6400 a.C. circa in Catal Hüyük, Turchia. 

Alcuni studiosi credono che questa pentola, setaccio e arnesi simili nell’Egitto predinastico, fossero frutto della scoperta di qualche mago del periodo Neolitico che imparò a frantumare l’orzo che aveva raccolto, a passarlo attraverso il colino, lasciarlo fermentare un po’ e bere la poltiglia ottenuta, ricca di proteine e di fermenti, che lo avrebbe trasportato in uno stato mentale insolito.

Già dal 4500 a.C., secondo il dott. Richard H. Blum, gli Egiziani «avevano imparato a elevare al massimo grado la fermentazione e il contenuto alcolico, facendo germogliare il grano in determinate condizioni di umidità e temperatura… E tutte le culture asiatiche Sud-occidentali avevano come bevanda domestica la birra». 

L’atteggiamento sospettoso della civiltà occidentale nei confronti delle droghe è iniziato in un fosco bagno di mistura di orzo. Le paghe giornaliere in Babilonia e in Egitto erano costituite da birra e pane. «Non bere troppa birra», venivano ammoniti gli operai che costruivano le piramidi. «Parli stupidamente e non ti ricordi le parole che ti sono uscite di bocca. Se poi cadi e ti rompi qualcosa nessuno ti darà una mano. I tuoi compagni di bevuta rimangono dove sono e ti dicono: “Lasciamo perdere questo ubriaco”, e se qualcuno ti viene a cercare, ti trova disteso per terra come un bambino». 

Così la birra era la bevanda delle masse lavoratrici e il vino l’elisir dell’aristocrazia.


Le feste egiziane a base di vino erano leggendarie come risulta dai dipinti del Nuovo Regno (1580 a.C. circa). Donne splendidamente vestite e uomini con gioielli costosi siedono comodamente odorando fiori di loto, mentre alcuni servi offrono loro profumi, unguenti, coppe di vino e frutta. In un angolo si vede un tino di vino inghirlandato con piume, più in alto delle danzatrici nude che volteggiano battendo le mani al suono della musica di un’orchestra di donne esotiche. Era facile eccedere, come mostra un altro dipinto descritto da Adolf Erman: «Una signora è accovacciata miseramente a terra, l’abito le scivola dalla spalla, la vecchia serva viene chiamata precipitosamente ma, ahimè, arriva troppo tardi».

Era necessaria una cura per i postumi della sbornia

La prima di cui si abbia conoscenza è riportata su una stele mesopotamica e incidentalmente indica un altro progresso scientifico: un miscuglio di parecchie sostanze in un’unica magica medicina. «Se un uomo beve del vino forte, la sua testa ne rimane colpita e dimentica quello che dice, il suo discorso diventa confuso, la sua mente comincia a vagare e i suoi occhi assumono un’espressione vitrea. Per curarlo, prendi liquerizia, fagioli, oleandro (e altre otto sostanze non identificate), mischiate con olio e vino, prima dell’arrivo della dea Gula (il tramonto). Al mattino, prima dell’alba e prima che qualcuno lo baci faglielo bere e si riprenderà».

Alcune tavolette di Ninive risalenti a circa il 2300 a.C. alludono a delle taverne popolari, chiamate Bit Sakari, e il codice di Hammurabi (quello dell’occhio per occhio, dente per dente) qualche secolo dopo prescrive dure pene per chi si comporta male in questi bar. 
Birra e vino scorrevano liberamente in tutto il mondo.

La Genesi asserisce che Noè, il primo a possedere un vigneto, fosse uno spudorato ubriacone. Gli africani ricavano un ponce da un succo estratto da alcune palme, dal miglio e dal sorgo; gli abitanti del Tibet ricavano il chang dall’orzo; i Peruviani la chica dal granturco; i Messicani il pulque dall’agave. Secondo una leggenda della Cina preistorica, due astronomi reali furono giustiziati per esser stati tanto ubriachi da non aver visto un’eclissi; un’altra racconta che l’inventore del vino di riso venne esiliato.

I Norvegesi adoravano l’idromele, il dolce nettare di miele che era la forza motrice degli exploit di Odino, Freya e Thor. Fra tutti i popoli antichi, i Greci erano i più cauti per quanto riguarda il vino, lo mescolavano sempre con l’acqua e deploravano la pratica barbara di berlo puro. 
Erodoto dice che gli Sciti usavano vino caldo (mescolato a sangue umano) e canape selvatiche e racconta che gli odiati Persiani prendevano tutte le decisioni importanti quando erano completamente ubriachi e riconsideravano le decisioni prese da sobri, quando erano di nuovo ubriachi. 
Come scrive Plutarco, il vino era considerato una medicina. Era anche il liquido con cui venivano somministrati la maggior parte dei rimedi a base di erbe.



A sin. l’idolo di Gazi (Creta), statuetta di terracotta alta 77,5 cm., assegnata al tardo periodo minoico (circa 1350 – 1250 a.C.); a dx sigillo rinvenuto nell’Acropoli di Micene, attribuibile circa allo stesso periodo

I papiri medici egiziani elencano circa 200 farmaci, comprese cipolle, fichi, aglio, anice, ginepro, papavero e semi di sesamo, trangugiati con vino, birra, olio o miele. 
Il commercio di spezie e droghe cominciò incredibilmente presto.

La cassia e la cannella usate per imbalsamare venivano dalla Cina e dall’Asia Sud-orientale, gli aromi di mirra, balsamo e incenso dall’Arabia e dall’India.
Il silphium, la famosa pianta panacea della Grecia, cresceva in Libia e le esportazioni erano così intense che si estinse nel primo secolo d.C..

La più famosa ricetta dell’Egitto era un rimedio per il pianto dei bambini: «Shepen, le granaglie di una pianta di shepen, mescolate con gli escrementi delle mosche appiccicati sul muro, ridotte in poltiglia, passate attraverso un setaccio e somministrate per 4 giorni consecutivi, fermerà il loro pianto immediatamente». 
Se lo shepen era oppio, come molti studiosi pensano, la cura avrebbe dovuto essere veramente efficace, con o senza le cacche delle mosche. Il misterioso nepenthes dell’Odissea potrebbe essere parente di questo.

Quando Telemaco visitò Sparta, la bellissima «Elena, figlia di Zeus, versò nel vino che stavano bevendo una droga, il nepenthes, che calmava tutti i dolori e dava l’oblio. Chi beveva questa mistura non avrebbe versato una lacrima per tutto il giorno, neanche se morivano suo padre o sua madre o se un fratello o l’amato figlio venivano fatti a pezzi da un nemico davanti ai suoi occhi». 
Elena aveva ottenuto la droga da Polidamia, moglie di Tono, in Egitto, «quella terra ricca di molti farmaci, alcuni benefici, altri mortali, e dove tutti conoscono la medicina». L’identità del nephentis ci ha resi perplessi fin da allora. Teofrasto disse che probabilmente si trattava del frutto dell’immaginazione di un poeta; Dioscoride sospettava che fosse una mistura di giusquiamo e oppio; molti hanno pensato si trattasse di hashish. 
Louis Lewin ha dato brevemente la versione moderna: «Esiste solo una sostanza al mondo capace di agire in questo modo, ed è l’oppio».

Quanto sapevano gli antichi sull’oppio ci dà un rapido panorama dello sviluppo di due scienze gemelle: farmacologia e tossicologia. 


Capsule e semi del Papaver sonniferum sono stati portati alla luce in zone neolitiche in tutta Europa. In Egitto, in Grecia e a Cipro sono stati rinvenuti dei vasi a forma di capsula, spilli e amuleti, mentre a Creta è venuta alla luce la statua di una dea Minoica del papavero, incoronata da un diadema di capsule di papavero incise (1300 a.C. circa). Tavolette mediche assire recano le parole Hul Gil che sono state tradotte «pianta che dà gioia» oppure «cetriolo maleodorante».

Alcuni pensano che si tratti di oppio. Infine nel secolo V a.C., Ippocrate, il padre della medicina greca, afferma inequivocabilmente che il succo del papavero è usato in medicina come antidolorifico. Aristotele, che con le sue speculazioni filosofiche su animali e piante è considerato il padre della biologia, nomina il papavero, definendolo «ipnotico» (da Hypnos, dio del sonno). Teofrasto, suo allievo ed erede degli scritti del Maestro, diede il suo contributo, sulla scia della tradizione del Maestro, con una massiccia Ricerca sulle Piante, in cui si parla, forse per la prima volta, di incidere il papavero per ottenere l’oppio.

Un altro allievo famoso di Aristotele, Alessandro Magno, portò con sé, in Persia e in India, degli esperti erboristi; questi ritornarono in Patria con un notevole patrimonio di informazioni relative alle piante medicinali asiatiche, informazioni che tuttavia non impedirono allo stesso Alessandro di morire di febbre a Babilonia dopo una solenne sbornia. 

In seguito vennero fondate delle scuole greche in Sira e ad Alessandria; esse promossero la diffusione della farmacologia e tramandarono gli insegnamenti aristotelici in arabo. 
Si venne così a formare un bagaglio di informazioni disponibili, da aggiungere e quelle fornite dal folclore dei raccoglitori di erbe (rhizotomoi) e dai venditori di medicinali (pharmakopolai).

Inoltre, le ricerche botaniche avevano anche l’appoggio dello Stato, specialmente dei governanti che avevano paura di venire avvelenati. 
Mitridate VI, re del Ponto in Asia Minore (120 – 63 a.C.), descrisse tutte le piante medicinali conosciute nel suo regno e assunse un rizotomo di nome Crateua in qualità di medico personale. Insieme si guadagnarono la fama di saperne più di ogni altro al mondo sui veleni. Il re diede il suo nome al più rinomato sistema per prevenire gli avvelenamenti, che da allora si chiamò cura mitridatica (somministrazione di sostanze tossiche in dosi progressivamente crescenti allo scopo di ottenere l’assuefazione dell’organismo ai veleni e la conseguente immunità), e il suo erborista fornì i disegni più verosimili di piante che siano mai stati fatti a quell’epoca.

Tra queste piante c’era un papavero ora battezzato Papaver dubium, da cui si ricava l’oppio. L’arte dell’avvelenamento era talmente sviluppata che talvolta si rivelava vana persino la precauzione di assumere schiavi in qualità di assaggiatori. Tacito racconta che quando Nerone salì sul trono romano nel 54 d.C. aveva incaricato una donna, precedentemente processata per avvelenamento, di preparare un veleno a effetto rapido da mettere nel vino di suo fratello Britannico. La difficoltà consisteva nell’escogitare un modo per ingannare l’assaggiatore. 

Ricordando che Britannico preferiva il vino riscaldato Nerone gli portò una coppa di vino che, secondo lo schiavo, era troppo caldo per essere bevuto. Il veleno venne quindi versato nella coppa insieme all’acqua fredda e l’ignaro Britannico bevve il vino in un sorso. Pochi secondi dopo la pretesa al trono di Nerone era incontrastata, tranne che da sua madre, anche lei avvelenatrice famosa.

Anticamente la più grande autorità di tutto il Mediterraneo in fatto di medicinali era Dioscoride, un medico nato in Asia Minore che aveva viaggiato in lungo e in largo con l’esercito di Nerone e aveva raccolto una vasta mole di informazioni. 
Dioscoride compilò un’opera fondamentale, De Materia Medica, che comprende un migliaio circa di medicine di origine animale, vegetale e minerale. Di queste, circa 600 erano piante (circa 100 in più di quelle conosciute da Teofrasto e 450 più di Ippocrate). Disegni di molte di queste specie, di cui alcuni si rifacevano a quelli di Crateua, furono conservati in un codice bizantino del 512 d.C. e divennero la base delle illustrazioni botaniche per i successivi mille anni.


Le descrizioni di Dioscoride sui farmaci e i loro effetti, sebbene sommarie, erano di gran lunga superiori alle precedenti. Tra le piante esaltate da Dioscoride si annoverano: la canapa, l’oppio, l’elleboro bianco e nero, il giusquiamo, l’aloe, la cicuta, l’aconito, la ruta siriana, il calamo, le cipolle, il ginepro e una grande quantità di fiori e spezie.

Il suo compendio ebbe una grande influenza su Galeno e Plinio il Vecchio e sui grandi erboristi che seguirono. Fino al culmine del Rinascimento il De Materia Medica fu considerato un’autorità quasi infallibile. Incidentalmente, Dioscoride fu il primo a usare la parola anestesia nella sua accezione moderna. 

L’influsso di Dioscoride sulla farmacologia permane ancora nei testi moderni come il Merck Index, che attualmente comprende 42.000 prodotti chimici e farmaci, facilmente consultabile grazie all’ordine alfabetico introdotto per la prima volta da questo sapiente medico militare quasi 20 secoli fa. D’altra parte il Merck Index segue anche un modello già usato nei papiri egiziani, che elencavano le varie malattie, con le rispettive prescrizioni.

Questo è anche l’ordine che si trova negli insegnamenti medici ayurvedici dell’India, di portata molto più vasta. Le prime tracce scritte della medicina indiana si trovano nei testi religiosi e magici dei Veda del secondo millennio a.C. e successivamente la medicina progredisce e si concretizza in enciclopedie attribuite ai dottori Charaka e Susruta.

«Non esiste sostanza al mondo che non sia medicina» proclamava Charaka, e dimostrava la sua asserzione prescrivendo migliaia di farmaci per ogni malattia possibile o immaginabile. Charaka riporta la prima conferenza del mondo sui farmaci tenutasi nel VII secolo a.C., e sembra probabile che il suo lavoro sia una compilazione di tutto lo scibile indiano dell’epoca, relativo alle piante dell’India. Tra le innovazioni di Charaka si annoverano l’identificazione di circa 80 varietà di vino, il trattamento dei malati mentali in celle imbottite, canti e danze rituali (mantra) per rendere i farmaci più efficaci, addestramento intensivo di danzatrici come avvelenatrici, note minuziose su come conservare i farmaci e fumare erbe aromatiche con pipe di canna o in sigari intrecciati. In casi di tosse tubercolare per esempio, Charaka raccomanda che il «paziente fumi un sigaro arrotolato con tela di lino impregnata di arsenico rosso, palas, carote selvatiche, manna di bambù e zenzero secco. Dopo aver fumato, il paziente può bere il succo della canna da zucchero o acqua gur».

Il medico Susruta elencò più di 760 piante medicinali, compresi anestetici, veleni, narcotici e spezie. 
La liquerizia e il pepe erano le sue medicine preferite; mango, microbolani, peperoni e datura i suoi afrodisiaci. 
Fu il primo chirurgo plastico del mondo; rifaceva i nasi che erano stati tagliati come punizione per l’adulterio. Susruta affumicava le sale operatorie con erbe aromatiche e usava la belladonna, la canapa e la datura per provocare uno stato di torpore. La serpentaria (Rauwolfia serpentina), da cui i chimici moderni estraggono un tranquillante, la reserpina, era prescritta per la febbre, il morso del serpente, il colera, in caso di parto difficile e per la «follia» o demenza.


L’origine della farmacologia cinese è attribuita al mitico imperatore Shen Nung.

Secondo la tradizione egli provò un centinaio di droghe su se stesso e, dato che poteva rendere il suo corpo trasparente quando voleva (una bella metafora per l’introspezione causata dalle droghe!), era in grado di osservare gli effetti di queste droghe e prendere, se necessario, un antidoto. 

Era quindi in grado di classificarle: le droghe «superiori» non erano velenose, ma ringiovanivano; quelle «medie» erano in un certo grado tossiche, a seconda della dose; quelle «inferiori» erano velenose, ma utili per alcune malattie.

La prima farmacopea cinese (Pen T’sao) adottò questo schema e venne attribuita a Schen Nung, sebbene in realtà fosse stata redatta da studiosi della dinastia Han (206 a.C. - 220 d.C.). Vi sono elencate 365 erbe terapeutiche – una per ogni giorno dell’anno – comprese: canapa, efedra, rabarbaro, liquerizia, sesamo, zenzero, cassia, cannella e il meraviglioso afrodisiaco e toccasana ginseng. Come la mandragora nell’Occidente, più la radice di ginseng assomigliava al corpo umano, più era ritenuta efficace.

Alcune polveri effervescenti venivano somministrate nel vino e una di queste, il ma-fei-san, probabilmente un preparato di canapa, fu uno dei primi anestetici usati in Cina. Venne introdotto per la prima volta dal famoso chirurgo Huat’o alla fine della dinastia Han per i casi in cui l’agopuntura, le misture o i balsami si rivelavano inefficaci e si doveva ricorrere alla chirurgia. Hua usava pochi farmaci, ma era talmente esperto in questo campo che un uomo politico del tempo, avendo paura di essere avvelenato, lo fece condannare a morte – arrestando così il progresso della chirurgia cinese per centinaia d’anni.

Comunque, prima di morire, Hua aveva addestrato i suoi allievi in esercizi fisico-ginnici (le posizioni dei 5 animali) che vengono considerati i precursori del T’ai chi ch’uan e di tutte le altre arti marziali. I maghi taoisti incominciarono presto a cercare l’immortalità praticando il kung-fu, nutrendosi di cibi genuini e usando moltissimi farmaci. Indubbiamente molti erano solo ciarlatani, ma questo non si può dire del grande alchimista Ko Hung (300 d.C. circa). 

Ko, secondo una leggenda, era riuscito a trasformare delle erbe e dei metalli preziosi in un elisir dell’immortalità usando il cinabro, e si narra che alla sua morte la sua salma fosse diventata incredibilmente leggera, come se fosse rimasto solo il sudario, svuotato del corpo. Ko stabilì delle regole per migliorare il processo respiratorio e la circolazione sanguigna con l’aiuto di tonici e diete speciali.

Per i disturbi comuni sottolineò la necessità di cure semplici e poco costose, come la sua prescrizione per l’asma: un composto di efedra, liquerizia, cannella e semi polverizzati di albicocche. Rimedi simili furono diffusi in lungo e in largo dai monaci buddisti che, spostandosi lentamente dall’India alla Cina, dal Giappone all’Asia Sud-orientale, raccoglievano le varie erbe. 

Secondo una leggenda, il tè venne scoperto da Bodhidharma, il fondatore del buddismo Ch’an (lo zen), che, essendosi addormentato durante una meditazione, per punizione si tagliò le palpebre; nel punto in cui caddero le palpebre insanguinate crebbe la pianta del tè, dalla quale ricavò una bevanda che in seguito lo avrebbe tenuto sveglio (storie simili abbondano in Arabia a proposito dei monaci Sufi e della scoperta del caffè). 
Questi infusi presero presto posto nella farmacologia cinese accanto al ginseng e ai vini e costituiscono tuttora una parte importante della medicina, dato che vengono ancora usati dai «dottori scalzi» della Cina.

Durante il Medio Evo, mentre la scienza europea sonnecchiava, le farmacologie cinese e araba erano nel loro fulgore e quando queste due tradizioni si incontrarono con la medicina indù sulla via della seta, ogni dottore o «drogato» fu notevolmente interessato.

L’Europa medievale divenne un Continente di storie favolose, un calderone ribollente di segreti magici e di racconti provenienti dall’Arabia, dall’India e dal Catai. La medicina ufficiale si distingueva a malapena dalla stregoneria; le streghe probabilmente avevano una conoscenza più profonda sui farmaci di quella dei dottori. 

Il più importante anestetico, oltre all’alcol, era la spongia sonnifera, un insieme di oppio, mandragora, gelso, cicuta, edera legnosa, romile e succo di lattuga, con cui si imbeveva la spugna. Gli intrugli delle streghe avevano più o meno gli stessi ingredienti, con un’aggiunta di allucinogeni solanacei. 
Carestie, vaiolo, peste, dilagavano nelle città infestate dai topi. I cittadini affamati mangiavano con riluttanza segale di frumento che li avvelenava di ergotismo (il fuoco di Sant’Antonio), una specie di pazzia accompagnata da piaghe aperte e cancrena. I deboli e i moribondi cercavano rifugio nella Chiesa, dove farmacia significava raccogliere erbe nei campi e la medicina significava sperare in Dio.

Un rimedio abbastanza comune per la cecità consisteva nell’ingoiare un verme vivo tutto intero recitando il Padre Nostro; il salasso praticato con sanguisughe e l’applicazione di ventose era la cura indicata per la peste bubbonica. Le droghe ricreative preferite (tranne che dalle streghe) per l’estasi momentanea che procuravano erano ancora l’idromele, la birra e il vino. I centri della cultura ufficiale erano i monasteri dove gli amanuensi trascrivevano a mano, laboriosamente, vecchie pergamene in rovina. 
Alla fine, proprio per questo coscienzioso lavoro di copiatura, la scienza araba, tradotta in latino, filtrò lentamente in Europa facendola uscire dal buio dell’ignoranza.

E che splendori offrì al mondo il genio della farmacologia musulmana! 

I filosofi-scienziati orientali conservarono la tradizione greca e romana e la arricchirono con gli splendori della conoscenza asiatica delle droghe.

Dal profondo dell’Africa e, attraverso la Persia, dall’India e dalla Cina della dinastia T’ang arrivarono le novità fino a Salerno e Cordova tanto velocemente quanto potevano portarle gli stalloni arabi. Quello che era cominciato come misticismo divenne una vera e propria scienza. 

L’alchimista Geber (760 d.C.) sviluppò l’erbario di Dioscoride fino a farlo diventare una rispettata dissertazione sui veleni, aggiungendo elettuari di bhang (canapa), segale cornuta, noce vomica, mercurio, arsenico e cinabro. Cercò di penetrare il mistero della «pietra filosofale» con cui si potevano tramutare i metalli vili in oro, e durante tali studi scoprì l’acido nitrico, l’acido solforico e la distillzione dell’alcol. Rhazes di Bagdad (900 d.C.) comprese la patologia del vaiolo e di altre pestilenze terrificanti, tuttavia, 7 secoli dopo i dottori europei indossavano ancora maschere a forma di uccello per difendersi dalla peste. 

Il visionario persiano Avicenna (980 – 1037) trasformò l’antichissima mitologia in ricerca clinica, provocando gli anestetici su se stesso e registrando i suoi esperimenti in un grosso trattato sui farmaci: si dice che, come risultato, morì di una dose eccessiva di oppio. Nel secolo XIII Ibn Beitar ampliò l’opera di Avicenna e redasse il più completo trattato musulmano in fatto di materia medica, in cui erano contenute le applicazioni terapeutiche di circa 1400 farmaci.

Lentamente anche l’Europa venne a conoscenza di questi progressi. 

Lo scrittore Chaucer, per esempio, conosceva bene «la lunga relazione di Avicenna sul veleno e il suo modus operandi» e le opere di altri farmacologi arabi sono nominate nei suoi Racconti di Canterbury. La ricca tradizione musulmana assorbì la cola e la kanna dall’Africa, il qat dallo Yemen, la datura e il betel dall’India, la noce moscata e i chiodi di garofano dalle Isole delle Spezie, e in cambio diede al mondo l’oppio, l’hashish, il caffè e l’alcol. 

La mandragora, la mirra, la teriaca, la trigonella, l’aconito, il cardamomo e molte altre droghe esotiche ben conosciute in Arabia arricchirono la medicina cinese nel secolo XIII. I capi mongoli come Kublai Khan, che governava la Cina quando Marco Polo la visitò nel secolo XIII, erano degli instancabili bevitori, e i loro eredi, gli imperatori Moghul dell’India, coltivavano l’oppio e la canapa e fecero diventare l’uso di questa droga una pratica comune a corte.

Gli esperti tantrici usavano vino, carne con spezie e frullati di marijuana durane complicate cerimonie erotico-religiose. Le dinastie T’an, Sung, Yuan (mongola) e quella Ming (cinese) raccolsero tutte le informazioni che l’Asia poteva fornire sui farmaci in magnifiche farmacopee, la più importante e famosa delle quali è considerata il Pen Ts’ao Kang Mu di Li Shishchen, del secolo XVI. 

Per completarla ci vollero ben 27 anni; forniva 8160 ricette per 1871 sostanze differenti. 

L’Europa nel frattempo stava cominciando a scoprire il caffè e cercava di bandirlo tacciandolo di essere un intruglio satanico degli infedeli.


Quando Marco Polo tornò a Venezia per parlare ai suoi concittadini dell’ambra grigia, del muschio, del vino di spezie, della canfora, del salnitro, dei chiodi di garofano, del pepe, delle noci di cocco, dello zenzero, del latte condensato, del fiele di coccodrillo, dello spiganardo, della noce moscata e di altre medicine preziose di cui aveva fatto tesoro – per non parlare degli spaghetti, della polvere da sparo, dell’amianto, della carta moneta e della setta degli Assassini – venne considerato un pazzo visionario e bugiardo.

Comunque, l’influenza illuminatrice del grande flusso del sapere musulmano fu senza dubbio importante. Valerio Cordus (1514-44) diede all’Europa la sua prima vera farmacopea, versione riveduta e corretta di quella di Dioscoride. Egli trasformò l’acido solforico di Geber nel soave olio di vetriolo, più tardi denominato etere. Un suo contemporaneo, lo stravagante medico svizzero Paracelso, bruciò i libri di Avicenna per protesta contro la creduloneria tipica e piena di pregiudizi del passato, ma astutamente conservò le ricette dell’etere e della tintura d’oppio (il laudano) per uso personale.

Gli Arabi impararono a fare la carta dai Cinesi ed esportarono questa carta di cotone in tutto il Mediterraneo. In Spagna crescevano rigogliosi i prati di canapa e lino, e dal secolo XIII la carta che se ne ricavava fu largamente usata in Castiglia. Da lì fu introdotta, attraverso i Pirenei, in Francia, poi in Germania, dove nel 1454 J. Gutemberg stampò la Bibbia con caratteri tipografici mobili. La nuova tecnologia permise subito di stampare erbari che resero possibile una più ampia diffusione dell’informazione sui farmaci, invece di affidarsi a dicerie e a vecchi manoscritti ammuffiti.

Incominciò così il Rinascimento, la rinascita del sapere in un’Europa stanca di epidemie letali e di crociate inutili. L’esperienza si sostituì alle dicerie con la conoscenza di centinaia di piante farmacologiche. Nel 1542 apparve l’Historia Stirpium, che rimproverava gli studiosi per la loro ignoranza, riassumendo migliaia di anni di notizie sulle piante locali e straniere e fornendo nuove e sbalorditive illustrazioni xilografiche di numerose piante. Fuchs vi incluse anche alcune piante americane come il mais indiano. L’età delle scoperte era in piena fioritura. 
Al posto dell’oro e delle spezie, Colombo era tornato dall’America con scoperte come il tabacco, il granturco e gli allucinogeni da fiuto (la cohoba delle Antille, che contiene il Dmt).

Improvvisamente si aprì un nuovo Continente, ricco di piante di droga da esplorare e da sfruttare. Grande fu lo stupore degli esploratori quando scoprirono che questo Continente non era certo le Indie dei loro sogni, ma una nuova e strana terra. Quando, nel 1499, Amerigo Vespucci arrivò nell’Isola di Margarita, al largo del Venezuela, invece di Mandarini vestiti di seta che bevevano tè trovò degli indigeni seminudi che masticavano foglie di coca: «Avevano l’apparenza e il comportamento di bruti e masticavano come dei ruminanti le foglie di una certa erba verde, tanto che potevano parlare a malapena… Lo facevano frequentemente e masticavano poche foglie alla volta.
La cosa ci sembrava meravigliosa, perché non capivamo il segreto né il perché». 

Vespucci non sapeva certo di essersi imbattuto in una tradizione sacra, che risaliva a 4000 anni addietro, ma capì che non era arrivato nel Catai. Quando, nel 1532, Pizzarro arrivò in Perù, gli fu offerta la spumeggiante chicha (birra di mais) in calici d’oro. In risposta fece arrestare il re degli Incas, si fece pagare il riscatto, costituito da una stanza piena d’oro, poi lo uccise e fece fondere lo scintillante Tempio del Sole, che era adorno di fregi d’oro che riproducevano ramoscelli di coca. 

I preti dell’Inquisizione sdegnarono la pianta divina degli Incas come se fosse erba del diavolo, ma con essa nutrirono le tribù conquistate per incrementare il lavoro forzato delle miniere. Benché Monardes di Siviglia e altri avessero già notato gli stupefacenti poteri stimolanti della coca, gli europei incominciarono a interessarsi a questa droga solo nel secolo XIX.

Quando Cortes conquistò il vecchio Messico, percorrendo a cavallo il più grande impero psichedelico che il mondo abbia mai conosciuto, domandò dell’oro come rimedio specifico contro «una malattia del cuore» di cui soffrivano gli europei. Montezuma lo coprì d’oro e gli mostrò con orgoglio i vasti giardini di piante medicinali. Offrì ai conquistatori «il cibo degli dèi»: cioccolato schiumoso, sigarette fatte con foglie di tabacco, e pulque. L’ospitale imperatore comandò ai suoi stregoni di preparare pozioni sacre che comprendevano senza dubbio funghi magici, peyotl, semi di ipomea e il sinicuihi, un allucinogeno che agiva sul senso uditivo. 
Cortes rifiutò tutto definendolo «cibo stregato» e continuò imperterrito a massacrare 60.000 e più Aztechi. Poco dopo, Coronado capeggiò una spedizione verso il Nord alla ricerca delle Sette città d’oro. Tutto quello che scoprì fu il bacino di Los Angeles dove notò che il fumo degli accampamenti sembrava non salire mai e che gli indigeni bevevano la datura per diventare chiaroveggenti.

Gli psichedelici sacri del Messico e del Sud-Ovest furono tenuti nascosti, pena la morte. Tutti, eccetto due. Infatti Cortes spedì dei semi di cacao all’Infanta di Spagna e ben presto le nobildonne spagnole iniziarono a bere la cioccolata calda anche in chiesa. E il tabacco… faceva parte degli psichedelici? Era la droga miracolo dell’America, veniva usata molto di più delle altre, ed era spesso mischiata con altre piante. La piacevole Nicotiana tabacum veniva fiutata e bevuta come succo dal Messico al Cile.

Ma in Nord America alcune specie più aspre (la Nicotiana rustia, l’attenuata e la bigelovii) venivano usate nelle cerimonie e i primi racconti lasciano pensare che fossero allucinogene: sciamani che cadevano in trance, guerrieri pellirossa che ridacchiavano davanti a cilindri d’erba alti 60 centimetri, intere tribù che aspiravano una pipa dopo l’altra e danzavano in un delirio magico, molto probabilmente dovuto alle altre droghe fumate insieme al tabacco. 

Comunque, persino nei tabacchi commerciali lavorati, i chimici hanno scoperto degli alcaloidi di armala, che sono strettamente connessi agli alcaloidi dello yagè, il rampicante dell’Amazzonia che provoca le visioni. 

C’è ancora molto da imparare su queste piante sacre. 

William Embodem fa notare che «in pochi decenni ci furono più spagnoli convertiti al fumo che Indiani convertiti al Cristianesimo», e lo stesso vale per gli Inglesi, i Francesi e gli Olandesi. Poco dopo l’arrivo a Londra di alcune pipe, del tabacco e di un indiano, a opera di sir W. Raleigh, il re Giacomo I indisse una fiera «campagna contro il tabacco» (1604), che non trattenne affatto i suoi leali sudditi dal fumarlo! Il tabacco divenne un importante commercio in Virginia e i colonizzatori continuarono a cercare altre sostanze vegetali.

Nel 1676, in America, uno squadrone di soldati, stazionato a Jamestown mangiò della datura e fu talmente scosso dai suoi effetti bizzarri che da quel momento la datura venne popolarmente conosciuta come «erbaccia di Jimson» (da Jamestown). La ricerca di sostanze vegetali nuove fu la base delle spedizioni commerciali. Il tabacco proveniente dall’Occidente e il caffè dall’Oriente conquistarono l’Europa del secolo XVII. Fumose caffetterie servivano da centri di smistamento e di commercio ed erano centri di raccolta di tutte le ciacchiere su ciò che accadeva nel mondo. Qui nacquero l’assicurazione moderna, la novella come forma letteraria e maestose istituzioni scientifiche (come la Reale Accademia Britannica).


Audaci trame di intrighi internazionali diffusero il caffè, il tè e il tabacco in tutto il mondo e queste droghe divennero simboli e forze politiche. 

I coloni americani manifestarono la loro ribellione buttando in mare casse di tè inglese nel porto di Boston (1773). Ben presto si potè facilmente individuare da quale parte della rivoluzione si trovasse una persona da ciò che beveva per colazione. 

Il Godfrey’s Cordial era uno sciroppo contenente laudano (tintura di oppio) in uno sciroppo dolce di melassa, che veniva comunemente usato come sedativo per calmare neonati e bambini nell’Inghilterra vittoriana.

Le droghe erano gli ingredienti chiave nel «commercio triangolare»: rum, schiavi e melassa nelle Indie occidentali: oppio, tè e seta in Asia. 

Il laudano, un soluzione alcolica d’oppio, era particolarmente apprezzato come medicinale. 

Nel secolo XVII il medico Thomas Sydenham lo prescriveva talmente spesso che venne soprannominato dr. Opiatus. La canapa fu piantata in tutto il mondo a causa della fibra che se ne ricavava, ma gli schiavi africani (e più tardi i servitori indiani) ne fecero conoscere all’America un uso diverso. La British East India Company inviò migliaia di avventurieri all’estero. 
L’uso di fumare tabacco e oppio vennero introdotti a forza in Cina e ciò portò nel secolo XIX alle guerre dell’oppio. Gli asiatici persero e questa sconfitta fu ipocritamente descritta dagli Inglesi come «l’apertura della via della Cina».

In Europa giunsero così tante piante medicinali che la scienza e la tecnologia progredirono a un ritmo vertiginoso. Il botanico reale svedese Carlo Linneo inventò la classificazione secondo varietà e specie per portare ordine in questo caos. Coltivò, inoltre, piante di canapa sul suo balcone, per confermare la sessualità delle piante, innalzata in seguito a scienza della genetica dal naturalista agostiniano Gregorio Mendel. I protochimici, come il «marchese de Outrage», nel secolo XVII, fecero esperimenti secondo regole dettate da Cordus e Paracelso: l’estrazione di sostanze mediante soluzioni alcoliche. 

Nel 1798, cercando di trovare una base per strappare l’India agli Inglesi, Napoleone condusse le sue truppe e un contingente di osservatori scientifici in Egitto. Qui, un intero esercito di francesi fece la conoscenza dell’hashish. Nel Nord Africa alcuni dottori francesi impararono a conoscere il valore medico della canapa e J.J. Moreau de Tours creò la moderna psicofarmacologia e una cura a base di droghe psicotomimetiche grazie ai suoi studi sulla datura e sull’hashish (1845).

L’India era la destinazione più ambita dai giovani ufficiali britannici e molti, come Robert Clive, primo governatore del Bengala, diventarono degli oppiomani. Un giovane e brillante chirurgo, William B. O’Shaughnessy, introdusse la canapa nella medicina occidentale (1839) e il telegrafo in India. Ci furono nel parlamento inglese molti dibattiti sull’oppio e sulla canapa che culminarono nelle prime massicce ricerche governative moderne sui medicinali (per esempio The Indian Hemp Drugs Commission Report, del 1894). 

Nel frattempo gli esperti impegnati a studiare i Veda scoprirono che in età remote i loro avi erano legati alla grande famiglia della lingua Indo-Europea. La preparazione di medicinali grezzi fece sviluppare a tal punto le tecniche di analisi chimica che nel 1806 un chimico tedesco, F.W.A. Sertürner, riuscì a estrarre un alcaloide dall’oppio e lo chiamò morfina, in onore di Morfeo, il dio del sonno. 

Ciò diede inizio, nel secolo XIX alla grande era della tossicologia alcaloidea. 

Caventou e Pelletier a Parigi isolarono la stricnina dalla noce vomica, il chinino dalla china, la caffeina dal caffè; altri seguirono con l’atropina dalla belladonna, la conina dalla cicuta e la josciamina dal giusquiamo. La disponibilità di alcaloidi puri pose la farmacologia in una posizione solida e permise un esame minuzioso del rapporto dose-effetto, esposto nel formulaire di François Magendie del 1821, il precursore delle moderne farmacopee.

Ben presto alcuni giovani esploratori perlustrarono il Pianeta alla ricerca di altre medicine. Richard Spruce si inoltrò lungo il Rio delle Amazzoni e, in un fantastico squarcio di preveggenza, raccolse dei ramidi yagè (ayahuasca caapi) per analisi chimiche. 

Se qualcuno si fosse preso il compito di analizzarle si sarebbe reso conto che alcune specie dell’America e dell’Europa, completamente diverse tra loro, possono contenere le stesse sostanze chimiche, e di conseguenza sarebbe nata la scienza della chemiotassonomia che Spruce aveva previsto. 
Solo 70 anni dopo i chimici riconobbero che la «telepatina» ottenuta nel rampicante amazzonico era uguale all’arina contenuta nella vecchia e familiare ruta siriana di Dioscoride.

Ma le cose andarono diversamente e gli esemplari raccolti da Spruce vennero usati per altri scopi. Richard Evans Shultes di Harward li fece analizzare nel 1969 e scoprì la straordinaria longevità di questi allucinogeni: erano attivi esattamente come se fossero stati raccolti il giorno prima. 

Nel frattempo il Rio delle Amazzoni aveva prodotto un’altra rivelazione scientifica. Il naturalista Alfred R. Wallace raccolse piante, farfalle e bestie nelle stesse fertili giungle e Charles Darwin fece altrettanto durante il viaggio del Beagle. Entrambi avevano letto il Saggio sulla popolazione umana di Maltus e, indipendentemente l’uno dall’altro, venero colpiti dai principi della selezione naturale che è divenuta la base della biologia moderna. 

«In base ai principi della selezione naturale il cervello di un selvaggio dovrebbe essere appena poco superiore a quello di una scimmia antropomorfa. 
In realtà però il cervello del selvaggio è solo di poco inferiore a quello del filosofo» scrisse Wallace, osservando molto chiaramente che anche la minima alterazione nella coscienza potrebbe provocare profondi cambiamenti nella specie. «Con la nostra venuta è nato un essere in cui la sottile forza che noi chiamiamo “mente” è divenuta molto più importante della pura e semplice struttura corporea». 

Inevitabilmente ogni scoperta di qualche nuova droga è stata accompagnata da un periodo di intenso uso popolare.

Thomas De Quincey ha fondato la moderna letteratura sulla droga con le sue Confessions of an English Opium Eater (Confessioni di un mangiatore di oppio inglese) (1821), che sono il diretto risultato delle sue esperienze con il laudano che egli aveva preso per calmare i dolori al viso e allo stomaco. Ovviamente non esistevano leggi contro l’uso di narcotici e De Quincey stesso osserva che «il numero di mangiatori di oppio amateur (come li potrei definire io) era, a quel tempo, enorme». 

Non solo ne facevano largo uso poeti come Coleridge, Crabbe e Thompson; c’erano anche migliaia di lavoratori, filatori, casalinghe e commessi che, di notte, annegavano i loro dispiaceri nel gin e nel laudano e, di giorno, intervallavano le ore di lavoro faticoso e ingrato con pause per il caffè.

L’influenza internazionale dell’opera di De Quincey fu enorme. Alfred de Musset e Charles Baudelaire pubblicarono traduzioni di De Quincey, adattando liberamente il testo per poter includere le loro esperienze personali con il vino, l’hashish e l’oppio. 

La maggior parte dei grandi romantici francesi conobbe o fece parte del «Club des Haschichins» fondato da Théophile Gautier, e gli eloquenti Les Paradis artificiels di Baudelaire (1860) gli hanno assicurato una posizione di primo piano tra gli autori classici della letteratura sulla droga. 
Nel frattempo, a Schenectady, New York, uno studente americano di nome Fitz Ludlow leggeva avidamente De Quincey, sperimentava tutte le droghe ottenute nello scaffale del farmacista locale e scriveva il primo grande compendio americano sull’uso di una droga a scopo ricreativo: The Hasheesh Eater (1857).

Ma la sottocultura mondiale della droga di cento anni fa era ancora concentrata sulla vecchia ricerca di nuovi anestetici. 

Sin dal Medio Evo gli unici antidolorifici disponibili per la chirurgia erano la mandragora, l’oppio, la belladonna e le bevande alcoliche, che riuscivano a malapena a calmare le urla dei pazienti legati con cinghie in quelle camere dell’orrore chiamate sale operatorie. È vero che il dolce olio di vetriolo di Valerio Cordus (etere) veniva usato occasionalmente nel secolo XVIII, ma ci vollero ulteriori progressi nella tecnologia per renderlo veramente pratico. 
Joseph Priesteley scoprì l’ossigeno e il protossido d’azoto (1772) e sir Humphry Davy fece esperimenti con il protossido d’azoto nella Pneumati Institution del dott. Thomas Beddoes, a Bristol (1800), come fecero Coleridge, De Quincey e Tom Wegwood (famoso per la ceramica omonima).

Ben presto le feste a base sia di etere che di gas esilarante furono di gran moda tra i giovani. 

Le dimostrazioni della medicina ambulante resero popolare l’etere e il protossido d’azoto, somministrati con strani congegni meccanici. Sam Colt, per esempio, attraversò l’intero West con sei vistosi indiani e una bombola di protossido, cercando di guadagnare abbastanza per poter brevettare il suo nuovo revolver, e dopo poco tempo i medici captarono il messaggio. 
Un giovane dentista, Horace Wells, assistette a una di queste rappresentazioni teatrali e si organizzò con un collega, William Morton, per una dimostrazione sul gas esilarante nell’aula del solenne chirurgo John Collins Warren, nel Massachussetts General Hospital a Boston (1844). Sfortunatamente Wells non conosceva la giusta quantità di gas da somministrare al suo corpulento paziente che si contorceva in agonia mentre gli veniva estratto il dente, e Wells uscì da questo esperimento con la fama di «impostore».

Il dott. Charles Johnson suggerì che venisse usato l’etere, una sostanza più attendibile, e Morton lavorò al perfezionamento di una spugna inalatrice che ne somministrasse dosi più equilibrate. Nel 1846 Morton ritornò nell’aula di Warren e anestetizzò un paziente per permettere a Warren di rimuovere un tumore dalla faccia di un uomo. «Signori», annunciò gravemente Warren nel silenzio stupito che accolse il successo dell’operazione, «questa non è un’impostura». E in realtà non lo era.

Tutti, con qualsiasi scusa, volevano provare, e i dottori gareggiavano fra di loro per scoprire altri anestetici. Sir James Simpson, un grande ostetrico di Edimburgo, riunì la moglie e i suoi amici intorno al tavolo da pranzo per provare varie sostanze chimiche, e scoprì che il cloroformio agiva molto più velocemente dell’etere, quindi si rivelava più efficace nell’alleviare i dolori del parto. (La regina Vittoria partorì sotto l’effetto del cloroformio). 

Un altro celebre insegnante di Edimburgo, sir Robert Christison, capo della British Medical Association, sperimentò su se stesso la coca, la canapa, l’oppio, l’aconicotina, la stricnica e persino alcuni estratti della temibile fava del Calabar dell’Africa occidentale.

L’ultimo dei più importanti alcaloidi vegetali a essere isolato nel secolo XIX fu la cocaina, a opera di Albert Niemann di Göttingen, intorno al 1860. Un intraprendente chimico, Angelo Mariani, introdusse sul mercato un vino a base di coca, molto popolare, e inventò il metodo moderno di pubblicizzare un prodotto facendo inizialmente degli omaggi: Sarah Bernhardt, Alphonse Mucha, Papa Leone XIII, i presidenti Grant e McKinley, H. G. Wells e Thomas Edison furono tra le migliaia di persone che provarono l’inebriante tonico. Successivamente, nel 1884, il giovane Sigmund Freud si comprò un grammo di cocaina Merck ($ 1,27) e pubblicò Uber Coca, una brillante monografia che suggeriva l’uso della droga come anestetico e cura per il morfinismo. 
Un suo amico, Carl Koller, un anno dopo dimostrò l’uso della cocaina come anestetico locale per la chirurgia oculistica, una scoperta che scosse il mondo e che riempì le pagine dei quotidiani e dei giornali scientifici per molti mesi.

Fare esperimenti con un’infinita varietà di droghe su se stessi, animali, pazienti, parenti e amici, divenne parte di ogni corso di addestramento per studenti di medicina, e si ebbe un’intera nuova generazione di medici. 

Il mondo si aprì a una nuova e vasta coscienza: come la medicina era una volta derivata dal magico, così ora si tornava al misticismo scientifico per spiegare i celestiali effetti mentali delle droghe. William James, che aveva riso sotto l’effetto del gas esilarante ad alcune feste da giovane, a Edimburgo, nel 1901, parlò della «rivelazione anestetica». Era nato il secolo XX.

Incominciò l’esplorazione dei mondi interiori attraverso le tecniche della scienza moderna.

Sir Weir Mitchell, che aveva fatto esperimenti con il peyotl e la mescalina sin dal 1880, lo fece provare a James. Lo studio sul peyotl fu il prototipo dello studio contemporaneo sugli allucinogeni e, con la maggiore comunicazione tra i vari circoli scientifici, i ricercatori vennero più tempestivamente a conoscenza dei lavori dei propri colleghi. Il piccolo classico Mescal, opera di Henrich Klüver (1928), per esempio, venne letto nel 1936 dallo studente di Harvard Richard Schultes che, per tale motivo, lasciò lo studio della medicina per la botanica e partì per l’Oklaoma con l’antropologo Weston La Barre per studiare i riti indiani a base di peyotl. 

Il libro di La Barre, The Peyotl Cult, viene ora consultato dai capi indiani come guida alle vecchie usanze; Schultes è ora il botanico più importante del mondo per lo studio degli allucinogeni vegetali, e il suo illustratore, Elmer W. Smith, fornisce i disegni di piante psicoattive più accurati del nostro tempo.

Ci furono altri strani collegamenti. Koller fondò una clinica specializzata in malattie oculari a New York, dove curò un bambino di dieci anni che soffriva seriamente di astigmatismo e miopia. Il ragazzo era Chauncey Leake, che in seguito organizzò il laboratorio di farmacologia dell’Università della California a San Francisco, da cui vennero l’etere di vinile per l’anestesia generale, le anfetamine come stimolanti per il sistema nervoso centrale, la nalorfina come antagonista della morfina.

La scoperta delle anfetamine, a opera di Gordon Alles (1927), avvenne durante la ricerca di sostituti dell’efedrina e dell’epinefrina per l’asma, ricerche che sono state condotte sin dai tempi di Ko Hung. Alles scoprì anche gli effetti psicotropici del Mda, una sostanza sintetica molto simile negli elementi costitutivi alla noce moscata. 

Ma l’esplosione dell’uso delle droghe, avvenuta nel secolo XIX, ci è fuggita dalle mani. 

William Halsted inventò l’anestesia che paralizza i nervi con la cocaina (1885), ma sviluppò una dipendenza così forte per la droga che i suoi amici dovettero metterlo a bordo di una goletta e lasciarvelo per parecchi mesi in modo che potesse disintossicarsi. Lo fece, ma divenne dipendente dalla morfina che si procurava dalla provviste della nave. Per molto tempo il fatto che Halsted, uno dei fondatori dell’Università John Hopkins, fosse un morfinomane, fu un segreto custodito gelosamente all’Istituto. Uno studente di Halsted, James Leonard Corning, inventò l’anestesia spinale con la cocaina.

In ogni famiglia c’era un padre vizioso e ubriacone o uno zio dissoluto; madri intristite scolavano litri su litri di medicinali brevettati, ragazzini allevati con sciroppi per la tosse a base di cocaina passavano poi alle bevande gassate a base di cola. 

Ragazze che lavorano passavano gli intervalli per il pranzo nelle fumerie cinesi; negri «fatti» di coca diventavano invulnerabili alle pallottole; adolescenti fumavano spinelli e massacravano intere famiglie – almeno secondo i giornali popolari e i notiziari della polizia, dove queste terrificanti immagini di «drogati» iniziarono a circolare per prime. 

La febbre della proibizione fece presa sull’America. Inviperiti riformatori come Carrie Nation e tromboni come Henry Anslinger colsero l’opportunità per imporre la loro dubbia moralità sulla Nazione col motto: «Arrestiamo il crimine». Eroina e cocaina vennero bandite dall’Harrison Narcotic Act (1914); l’alcol dal Volstead Tax Act (1937). Per un curioso cavillo della storia, antropologi e capi indiani riuscirono a salvare il peyotl dall’Inquisizione generale (1937), purché il suo uso fosse limitato ai membri della Native American Church.

Venne proibito ai dottori di prescrivere l’eroina anche ai tossicomani che stavano morendo per la sua mancanza, e l’uso delle droghe a scopo ricreativo proseguì di nascosto. Il risultato fu la creazione, non la prevenzione, del crimine organizzato. Sebbene molte droghe svanissero dal mercato, ricomparvero nelle mani dei re del crimine, ancora più contenti di fornire a prezzo inflazionato delle emozioni che prima si potevano provare a poco prezzo. Vennero accumulate fortune con il commercio di gin fatto in casa, di coca a Hollywood, di eroina a New York. 

Ma la proibizione si dimostrò impossibile, come è sempre stata. 

Quando finì la proibizione del liquore, il jazz salì lungo il fiume da New Orleans a New York in una nuvola di fumo di marijuana, e i musicisti negri divennero i precursori della cultura moderna. Gli spacciatori da strada – Mezz Mezzrow e Detroit Red (Malcom X) – diventarono eroi popolari, mentre Lady Day cantava i blues. E gli uomini della legge li arrestavano a migliaia.

La Seconda guerra mondiale interruppe il flusso naturale di droghe vegetali che vennero sostituite da sostanze sintetiche e diventarono l’incubo degli anni Cinquanta: i nazisti con la coca, la metedrina e il metadone, gli americani con la dexedrina e i barbiturici, le casalinghe con i tranquillanti e gli uomini d’affari di nuovo con le bevande alcoliche. 

Sembrava che il mondo stesse diventando tranquillamente matto in un vestito di flanella grigia, incapace di scegliere tra Joe McCarthy e Marilyn Monroe. 

«Ho visto le migliori menti della mia epoca distrutte dalla pazzia, morenti di fame, nude, isteriche, che si trascinavano all’alba tra le strade di quartieri negri cercando una dose di eroina», scriveva Allen Ginsberg, e William Burroughs replicava con la campana a morto del romanticismo di De Quincey sui narcotici: «Posso sentire l’autorità circondarmi, sentire loro là fuori che si muovono sistemare i loro infernali delatori, che cantano sommessamente sul mio cucchiaio e sulla siringa...». 
Ma nel 1943 Albert Holfmann, un chimico che stava facendo delle ricerche sui derivati della segale cornuta nei laboratori Sandoz, in Svizzera, accidentalmente assorbì attraverso le mani del dietilammide di acido lisergico. Improvvisamente i regni della coscienza alterata predicati da James divennero disponibili a dosi di microgrammo.

Sotto la coscienza narcotizzata degli anni Cinquanta stava germogliando una rivoluzione.

Filosofi-scienziati riscoprirono gli allucinogeni magici: Huxley e Osmond, Schultes e Hofmann, Wasson e Heim: una generazione di veterani Sufi dediti alla nuova alchimia. Dapprima, questa bomba atomica della farmacologia, l’allucinogeno più potente che il mondo abbia mai conosciuto, venne salutato come «psicotomimetrico»: una cura adatta per un mondo schizofrenico. 

Certamente l’Lsd imitava molto bene la psicosi negli ambienti clinici dove dottori e pazienti se lo aspettavano. È la natura delle medicine degli stregoni a esagerare la mente naturale. Ma col continuo trasferimento di informazioni nelle comunicazioni moderne, nulla rimane nei laboratori per molto tempo. 
Poeti e artisti sapevano da lungo tempo della marijuana, erano pronti per l’acido, e gli psicologi glielo diedero – a Praga, a Palo Alto, forse persino a Pechino.

Era l’alba dell’età degli «psichedelici» – prima dozzine, poi migliaia, quindi milioni. Kesey la portò fuori dai manicomi; Leary e Alpert la portarono ad Harvard; Ginsberg in India; Snyder in Giappone. 

Gli uomini della legge, sgomenti, cercarono allo stesso modo di diffondere la proibizione in tutto il mondo, con trattati come la Single Convention on Narcotic Drugs delle Nazioni Unite (1961) – un accordo davvero ridicolo di fronte a Nazioni come l’India che promettevano di porre fine all’uso di sacre tradizioni preistoriche in 25 anni. 
Antiche scene ricorrevano in modo moderno: un intero esercito di americani, come i loro predecessori francesi, provarono il fumo e l’eroina in Vietnam. 

Caffè, cocaina, marijuana ed eroina divennero i raccolti più esportati delle antiche terre psichedeliche in Messico e Sud America… I giovani in tutto il mondo incominciarono a coltivarsi la propria erba e i funghi magici. 
Le droghe, una volta disprezzate, emergevano con successo nella borghesia, e la «sottocultura della droga» non rappresentava più una minoranza, se mai lo era stata.

E per il futuro?

«Mediante la somministrazione di agenti psichedelici adatti si può ottenere il comportamento desiderato», scrivevano Willis Harman e James Fadiman, una strana preveggenza nel 1966.

L’abilità di selezione e la tecnologia dello stregone aumenteranno l’uso di droghe specifiche per scopi specifici: qualche volta separatamente, qualche volta combinate, talvolta in modo poco saggio, ma qualche volta fornendo più istruzione in una serata che in vent’anni di scuola. 
Veleni mentali e filtri amorosi, più potenti di quanto oggi si possa immaginare, governeranno il mondo.

Prodotti chimici ibridi, come il Dob e l’Mmda, fluttuano già attraverso le menti di anime avventurose: droghe per il lavoro, per il gioco, per il corpo, per lo spirito; ce ne saranno di più, mai di meno. 

Gli alchimisti continueranno a scoprire molecole nuove e rischiose. L’uso di droghe vegetali e derivati, incessante da tre milioni di anni, continuerà a coprire un mondo sempre più piccolo sotto gli occhi vigili di satelliti di comunicazione. Polizia narcomaniaca cercherà di fermare l’inevitabile. 
Rimarranno da esplorare nuovi mondi in dimensioni lontane; potremo salutare nuove forme di coscienza in alcuni di loro. 

Lo spazio interno incontrerà lo spazio esterno: uno scambio galattico su innumerevoli e immensi Pianeti uniti strettamente. È meraviglioso vivere nel mattino dell’era spaziale.

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