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lunedì 17 maggio 2021

Senza inibizioni

 

Osho, un Maestro fuori dagli schemi. – Centro Olistico Gli Astri asd

 

Bene, togli pure l’asciugamano. Perdonami, Yashu Bharti, ma ora devo dare il via al mio lavoro, e puoi capire che due camicie sono troppe per il mio povero torace, e soprattutto per il povero cuore che si trova all’interno. Il cuore non può comportarsi in modo politico o diplomatico. Non è un diplomatico, è semplice e fanciullo.

Non posso dimenticare Gesù. Lo ricordo più di qualsiasi altro cristiano al mondo. Gesù dice: “Beati coloro che sono simili ai bambini, in quanto di essi è il regno di Dio”. La cosa più importante è quel “in quanto”. In tutte le affermazioni di Gesù che iniziano con “Beati coloro…”, e che terminano con “…il regno di Dio”, questa affermazione è unica, perché tutte le altre sono così costruite: “Beati gli umili perché erediteranno il regno di Dio”. Sono logiche, fanno promesse per il futuro, un futuro che non esiste. Questa è la sola affermazione in cui si dice: “…in quanto di essi è il regno di Dio”: non esiste futuro, nessuna razionalità, nessuna ragione, nessuna promessa di guadagno; una pura affermazione di fatto, o meglio, una semplice constatazione.

Questa affermazione mi ha sempre impressionato, mi lascia sempre stupito. Non posso credere che si possa tornare a stupirsi per la stessa affermazione, per trent’anni… sì, questa affermazione mi ha seguito per trent’anni, e ogni volta mi rallegra infinitamente il cuore: ”In quanto di essi è il regno di Dio”… è così illogico, ma così vero.

Yashu Bharti, ti ho dovuto dire di togliere l’asciugamano, perché non si possono fare due cose nello stesso tempo, in particolare se pesano su un solo cuore. E tu sei stata così buona con me, ogni giorno da quando ti conosco, che quando cerco di ricordare quando iniziò, ho la sensazione di averti conosciuta da sempre, dico davvero.

In realtà, quando penso a Yashu Bharti, non riesco a ricordare quando è entrata nel mio mondo di “intimi”: sembra ci sia sempre stata, seduta al mio fianco, come assistente di un dentista o altro… adesso è diventata assistente editoriale di Raj Bharti, che promozione! Ora puoi avere sotto di te due dottori: non è fantastico? Puoi farli scendere sul ring, e divertirti!

E passo al mio racconto… prima è bene che ci sia sempre una breve introduzione, e se sarà il più irrazionale possibile, sarà perfetta per un uomo come me. A volte rido di me stesso, senza motivo… perché quando esiste una ragione, la risata si arresta.

Si può ridere solo senza una ragione. La risata non ha rapporto con la razionalità, per cui ogni tanto metto in disparte la mia razionalità e anche l’irrazionalità – ricordate: sono due lati della stessa medaglia – e scoppio in una vera risata di cuore.

Ovviamente, nessuno la può sentire. Non è fisica, altrimenti Raj Bharti e Geet Bharti l’avrebbero analizzata con i loro strumenti. Non la possono percepire. Trascende qualsiasi strumentalità.

Guardate che bella parola ho creato: strumentalità, scrivetela proprio così. Vi aiuterà a capire ciò che dico, per lo meno la parte verbale, e forse un giorno capirete anche quella che non è espressa in parole. Questa è la mia speranza, il mio sogno per tutti voi.

Sarete stupiti, perché oggi parlo a lungo, per iniziare. Mi conoscete, vi conosco… andrò il più lentamente possibile. Vi aiuterà a svuotarvi. La mia impresa è tutta qui, lo svuotamento: potete chiamarla “Società di Svuotamento a responsabilità illimitata”.

Ieri vi ho detto che la morte di mio nonno fu il mio primo incontro con la morte. Sì, fu un incontro e qualcosa di più, altrimenti ne avrei perso il vero significato. Vidi la morte, e qualcos’altro che non moriva, che fluttuava al di sopra della morte, fuggiva dal corpo… gli elementi. Quell’incontro determinò il corso di tutta la mia vita. Mi diede una direzione, o piuttosto una dimensione, che non conoscevo prima.

Avevo sentito parlare della morte di altre persone, ma erano solo parole. Non avevo visto, e se anche avessi visto, per me quelle persone non avrebbero avuto significato. Solo se amate qualcuno e questi muore, potete realmente incontrare la morte. Sottolineatelo: Si può incontrare la morte solo quando muore colui che ami.

Quando l’amore unito alla morte ti circonda, accade una trasformazione, una mutazione immensa… è come se nascesse un nuovo essere: non sarà mai più lo stesso.

Ma la gente non ama, e poiché non ama, non può sperimentare la morte così come io l’ho sperimentata. Senza l’amore, la morte non ti dà la chiave dell’esistenza. Unita all’amore, ti dona le chiavi di tutto ciò che esiste.

La mia prima esperienza con la morte non fu un semplice incontro. Fu complessa sotto molti punti di vista. L’uomo che avevo amato stava morendo. L’avevo conosciuto come un padre. Mi aveva allevato in assoluta libertà, senza inibizioni, senza reprimermi, senza impormi dei comandamenti. Non mi aveva mai detto: “Non fare questo”, oppure “Fai così”.

Solo ora posso capire la bellezza di quell’uomo. È difficilissimo per un vecchio non dire a un bambino “Non fare così, fai cosà”, oppure “Siedi lì e stai tranquillo”, oppure: “Fa’ qualcosa; perché stai seduto senza far nulla?”, ma mio nonno non lo fece mai. Non ricordo una sola occasione in cui egli interferì  col mio essere. Si limitava a ritirarsi… se pensava che ciò che facevo fosse sbagliato, si ritirava e chiudeva gli occhi.

Una volta gli chiesi: “Nana, perché chiudi gli occhi ogni tanto, quando sono seduto vicino a te?”

Mi rispondeva: “Oggi non lo capiresti, ma forse un giorno… chiudo gli occhi per non impedirti di fare ciò che fai, qualsiasi cosa sia, giusta o sbagliata. Frenarti non è affar mio. Ti ho portato via a tua madre e a tuo padre. Se non riuscissi neppure a darti la libertà, che senso avrebbe avuto allontanarti dai tuoi genitori? Ti ho preso con me solo perché essi non interferissero nella tua vita. Come posso interferire io?”

“Ma sai,” proseguì, “a volte la tentazione è forte. Mi tenti allo stremo. Non lo sapevo, altrimenti non avrei rischiato tanto. Sembra che tu abbia la genialità di trovare tutte le cose sbagliate e di farle… mi chiedo come fai. O io sono completamente pazzo… o lo sei tu!”

Dissi: “Nana, non ti preoccupare; se qualcuno è pazzo, quello sono io”. E da quel giorno ho sempre detto alla gente: “Non preoccuparti per me, sono un folle”.

Lo dissi per consolare mio nonno, e lo continuo a ripetere per consolare persone che sono veramente pazze. Ma quando ti trovi in un manicomio, e sei la sola persona sana, cos’altro puoi fare se non dire a tutti: “Rilassati, sono io il pazzo, non prendermi sul serio”, ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

Mio nonno aveva l’abitudine di chiudere gli occhi, ma la tentazione era forte… ad esempio, un giorno cavalcavo Bhoora, il nostro servo. Gli ordinai di comportarsi come un cavallo. Lui mi guardò perplesso, ma mia nonna disse: “Che male c’è? Non puoi scherzare un po’? Bhoora, fai il cavallo!”, per cui si mise a fare tutto ciò che fa un cavallo e io lo cavalcavo…

Agli occhi di mio nonno quello era troppo. Chiuse gli occhi e iniziò a recitare il suo mantra: “Namo arihantanam namo… Namo siddhanam namo”.

Ovviamente, mi fermai, perché quando si metteva a recitare il suo mantra voleva dire che avevo superato il limite, per lui. Era ora di fermarsi… lo scossi e dissi: “Nana, torna in te, smetti di recitare il tuo mantra. Ho smesso il mio gioco. Non lo vedi che era solo un gioco?”

Mi guardò negli occhi, e io guardai nei suoi… per un momento restammo in silenzio. Aspettava che io parlassi: dovette sbadigliare, poi disse: “Bene, devo parlare per primo”.

Dissi: “È giusto, perché se fossi rimasto in silenzio, non avrei più parlato per tutta la mia vita. Hai fatto bene a parlare, e adesso posso risponderti: chiedimi!”

Proseguì: “Ho sempre voluto chiederti: come mai sei così dispettoso?”

Risposi: “È una do manda che devi fare a Dio. Quando lo incontri, chiedigli: ‘Perché hai creato un bambino così dispettoso?’ È un po’ come chiedere: perché tu sei tu? Come si può rispondere? Io non me ne preoccupo affatto: sono semplicemente me stesso. È o non è permesso in questa casa?”, eravamo seduti nel giardino.

Mi guardò di nuovo e chiese: “Cosa vuoi dire?”

Dissi: “Lo sai benissimo. Se non mi è permesso essere me stesso, non entrerò mai più in questa casa. Per cui, per favore, sii chiaro: o entro in questa casa con il permesso di essere me stesso, oppure mi dimentico questa casa e me ne vado ramingo, divento un vagabondo. Parlami con chiarezza e senza esitazione, sbrigati!”

Rise e disse: “Puoi entrare: è casa tua. Se non riesco a resistere e interferisco con te, me ne andrò io. Non occorre che tu lo faccia”.

E lo fece! Due mesi dopo questo colloquio non era più vivo. Non solo lasciò , le lasciò tutte, perfino il corpo, che era la sua vera dimora.

Amo quell’uomo perché amò la mia libertà. Posso amare solo se la mia libertà viene rispettata. Se devo scendere a compromessi, e ottenere amore in cambio della mia libertà, quell’amore non è per me. In quel caso è per comuni mortali, non per coloro che sanno.

In questo mondo quasi tutti credono di amare, ma se guardi gli amanti, sono l’uno prigioniero dell’altro. Che strano amore è questo amore che crea delle prigioni: può l’amore diventare un legame? Ma nel novantanove virgola nove per cento dei casi è così, perché l’amore non è mai esistito.

È un fatto che la gente comune pensi solo di amare; ma essi non amano, poiché quando sorge l’amore, dov’è l’”io” e dov’è l’”altro”? Quando sorge l’amore, immediatamente porta con sé un profondo senso di libertà, di non possessività. Ma quell’amore, sfortunatamente, accade solo molto di rado.

L’amore unito alla libertà: se lo avete, siete un re o una regina. Quello è il vero regno di Dio; l’amore unito alla libertà. L’amore vi dà le radici nella terra, e la libertà vi dà le ali.

Mio nonno mi diede entrambe le cose. Mi diede il suo amore, più di quanto avesse dato a mia madre o persino a mia nonna; e mi diede la libertà, il dono più grande che esista. E morendo mi diede il suo anello e con gli occhi pieni di lacrime mi disse: “Non ho altro da donarti”.

Dissi: “Nana, mi hai già dato il dono più prezioso che esista”.

Aprì gli occhi e chiese: “Qual è?”

Risi e dissi: “Te ne sei dimenticato? Mi hai dato il tuo amore e mi hai donato la libertà. Non penso che un bambino abbia mai avuto tutta la libertà che tu mi hai dato. Cos’altro può servirmi? Cos’altro mi puoi donare? Ti sono riconoscente. Puoi morire in pace”.

Da allora ho visto morire molte persone, ma morire in pace è veramente difficile. Ho visto solo cinque persone morire in pace: la prima fu mio nonno; la seconda fu il mio servo, Bhoora; la terza fu la mia Nani; la quarta fu mio padre e la quinta è stato Vimalkirti.

Bhoora morì solo perché gli era inconcepibile vivere in un mondo privo del suo padrone.. Morì, si rilassò nella morte. Era venuto con noi fino al villaggio di mio padre alla guida del carretto… quando per un po’ non sentì più nulla, nessun rumore veniva dall’interno della tenda, mi chiese: “Beta”, vuol dire figliolo, “vatutto bene?”

E di nuovo continuò a ripetere: “Perché questo silenzio? Perché nessuno parla?” Ma era il tipo di uomo che non curiosava dietro le tende… come poteva, visto che all’interno c’era mia nonna? Quello era il guaio, non poteva guardare… ma continuò a chiedere: “Cosa succede? Perché siete tutti in silenzio?”.

Dissi: “Tutto va bene. Ci stiamo godendo il silenzio. Nana vuole che restiamo in silenzio”. Era una bugia, perché Nana era morto, ma in un certo senso era vero: lui era in silenzio, e in quel modo diceva a noi di stare in silenzio.

Alla fine dissi: “Bhoora, tutto va bene; solo Nana se n’è andato”. Non poté crederci, disse: “Come può andare tutto bene? Senza di lui non posso vivere”. E in ventiquattr’ore morì. Fu come se un fiore si schiudesse… rifiutandosi di stare aperto di sua volontà sotto il sole e sotto la luna. Facemmo di tutto per salvarlo, perché adesso ci trovavamo nella città dove abitava mio padre.

Per l’India era una città piccola, aveva solo ventimila abitanti, e aveva un ospedale e una scuola. Noi facemmo di tutto per lavare Bhoora. Il dottore era stupito, non riusciva a credere che quest’uomo fosse indiano, sembrava troppo europeo, un errore biologico, non so… qualcosa doveva essere andata per il verso giusto.

Così come si dice “Qualcosa deve essere andato storto”, io ho coniato la frase “Qualcosa deve essere andato per il verso giusto”. Perché sempre storto?

Bhoora era in coma a causa dello shock che la morte del padrone gli aveva procurato. Gli avevamo mentito, finché non fummo arrivati in città: solo quando arrivammo e il corpo venne tirato giù dal carro, Bhoora poté vedere cos’era accaduto. Allora chiuse gli occhi e non li riaprì più. Disse: “Non posso vedere il mio padrone morto”. E si trattava solamente di un rapporto tra servo e padrone. Ma tra di loro era sorta una intimità, una vicinanza indefinibile… non riaprì più gli occhi. Questo lo posso affermare: visse solo poche ore, e prima di morire entrò in coma.

Mio nonno, prima di morire, aveva detto a mia nonna: “Prenditi cura di Bhoora. So che ti prenderai cura di Rajah – non te lo devo raccomandare – ma prenditi cura di Bhoora. Mi ha servito come nessuno avrebbe potuto fare”.

Dissi al dottore: “Sei in grado di capire la devozione che doveva esistere tra questi due uomini?”

Il dottore mi chiese: “È un europeo?”

Dissi: “Sembra…”

E il dottore: “Non fare il furbo. Sei un bambino, hai solo sette o otto anni, ma sei molto furbo. Quando ti ho chiesto se tuo nonno era morto, mi hai detto di no, e non era vero”.

Replicai: “No, era vero! Non è morto. Un uomo con un amore così grande non può morire. Se l’amore può morire, il mondo non ha più speranze. Non posso credere che un uomo che ha rispettato la mia libertà, che ha rispettato tanto la libertà di un bambino, possa essere morto solo perché non può più respirare. Non posso pensare che l’assenza di respiro corrisponda alla morte”.

Il medico europeo mi guardò sospettoso e disse a mio zio: “Questo ragazzino sarà un filosofo, oppure diventerà matto”. Sbagliava: sono entrambe le cose. Non si tratta di antitesi. Non sono Soren Kierkegaard: non si tratta di out-out. Ma mi chiedo perché non mi credette… è una cosa così semplice.

Ma le cose semplici sono sempre le più difficili da credere; quelle più difficili, le più semplici. Perché mai dovresti credere? La tua mente dice: “È una cosa così ovvia, non esistono complicazioni. Non c’è motivo di crederci”. A meno che tu non sia un Tertulliano… se dovessi scegliere una sola affermazione, nell’intera storia di tutte le letterature del mondo, mi spiace, ma non sceglierei tra le parole di Gesù Cristo, né tra quelle di Gautama il Buddha, e, mi spiace, non le sceglierei neppure tra quelle di Mosè o di Maometto, addirittura scarterei anche Lao Tzu o Chuang Tzu.

La mia scelta cadrebbe su questo strano personaggio, di cui non si conosce granché. Di preciso non so neppure pronunciare il suo nome, e meglio che lo sillabi: T-e-r-t-u-l-l-i-a-n-o. E la frase che sceglierei in assoluto è:”Credo quia absurdum”… solo tre parole: “Ci credo perché è assurdo”.

Sembra che qualcuno gli avesse chiesto in cosa credeva e perché, e Tertulliano rispose: “Credo quia absurdum: è assurdo, per questo ci credo”. Il motivo per credere in qualcosa, secondo Tertulliano è l’absurdum: “Perché è assurdo!”

Dimentichiamo per un momento Tertulliano. Stendete un velo su di lui. Guardate le rose. Perché le amate? Non è assurdo? Non c’è motivo di amarle. Se qualcuno insistesse nel chiedervi perché amate le rose, alla fine alzereste le spalle. Quell’alzata di spalle è il Credo quia absurdum. Quello è il senso della filosofia di Tertulliano.

Non capivo perché il dottore non potesse credere che mio nonno non era morto. Io sapevo, come sapeva lui, che per quanto riguardava il corpo, era finito: non c’era niente da dire. Ma esiste qualcosa di più del corpo: è nel corpo, e tuttavia non ne fa parte. Lasciatemelo ripetere per sottolinearlo: è nel corpo, e tuttavia non ne fa parte. L’amore lo mette in luce, la libertà gli fornisce le ali per librarsi alto nel cielo.

C’è ancora tempo?

“Sì, Bhagwan”.

Quanto? Andiamo pianissimo, sembra la celebrazione di un pover’uomo… andate all’estremo, non così, non cos’ piano: quello non è il mio stile. O bruciate o non bruciate affatto. O bruciate entrambi gli estremi nello stesso tempo, oppure lasciate che l’oscurità riveli la sua bellezza.

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata

domenica 28 marzo 2021

Posso solo essere me stesso

 

Ho lavorato tutta la notte a causa di un piccolo appunto da me fatto a Raj Bharti, che forse non l’ha ferito, forse lui non lo ha neppure notato, ma che l’ha fatto sedere pesantemente su di me per tutta la notte. Avevo detto: “Nessun Buddha ha mai avuto un dentista personale, ma Gautama il Buddha ebbe un medico personale”. La cosa non era esatta, per cui ho consultato gli archivi, gli archivi dell’Akasha.

Devo esporre alcune cose, a cui nessuno fa caso, in particolare quegli sciocchi di storici. Non ho fatto un consulto storico. Sono entrato in quella che H. G. Wells ha chiamato “La Macchina del Tempo”, per andare indietro nel tempo. È un lavoro duro, e voi sapete che io sono pigro. Sto ancora ansimando…

Un re, Bimbasara, diede a Buddha un medico, Jeevaka. Bimbasara non era un sannyasin di Buddha, era solo un simpatizzante; come mai diede Jeevaka a Buddha? Era il suo medico personale, ed era il più famoso dell’epoca… lo diede a Buddha solo per competere con un altro re, Prasenjita, che aveva già proposto a Buddha il suo medico, dicendo: “Quando ne hai bisogno, il mio medico personale è a tua disposizione”.

Bimbasara non lo sopportò: se Prasenjita poteva arrivare a tanto, lui volle fare di più, offrendogli in dono il suo miglior dottore. Per cui, sebbene Jeevaka seguisse Buddha ovunque, non fu un suo seguace, ricordatelo. Rimase un hindu, un brahmino.Era strano: il medico di Buddha, era sempre con lui, perfino nell’intimità, eppure rimase un brahmino? Questo rivela la verità: Jeevaka era ancora pagato dal re, e se questi voleva che seguisse Buddha, doveva farlo: il servo esegue gli ordini del padrone.

Tuttavia stette raramente con Buddha perché Bimbasara era vecchio, e aveva bisogno del dottore in continuazione, per cui lo richiamava alla capitale ogni minuto. Raj Bharti, forse tu non ci hai pensato, ma io mi sono rattristato per questa piccola crudeltà: non avrei dovuto dirla. Tu sei unico come chiunque altro. E rispetto al tuo essere un medico di un Buddha, non esistono confronti… né in passato né in futuro, perché non potrà mai più esistere un uomo così semplice e così folle da definirsi Zorba il Buddha.

E questo mi fa ricordare la storia che vi stavo raccontando…

Il mio cuore si è liberato di un peso. Lo potete vedere dal mio respiro, sono veramente sollevato. Era solo un piccolo appunto, ma sono così sensibile… forse più di quanto ci si aspetta da un Buddha. Ma cosa posso farci? Non posso essere un Buddha in base agli altri: posso solo essere me stesso.

Mi sento libero da un peso che forse voi non avete neppure sentito, o forse ne eravate consapevoli , in fondo in fondo, ma lo avete nascosto dietro a una risatina. Ma a me non potete nascondere nulla.

Stranamente, la consapevolezza diventa ancor più chiara e trasparente se aiutata da qualcosa che fa scomparire il corpo. Mi tengo alla sedia solo per ricordarmi che il corpo è ancora qui. Non che io lo voglia, ma non voglio farvi dare in escandescenze… non c’è spazio abbastanza in questa stanza, perché quattro persone diano fuori di matto! Certo, se date dentro di matto, lo spazio è più che sufficiente!

E adesso possiamo ritornare alla nostra storia. La chiamo storia, non che lo sia, ma nella vita tutto è “una storia”, al punto che se sapete leggere la vita, non avete bisogno dei romanzi. Mi chiedo come mai J. Krishnamurti legga romanzi, e romanzi gialli della peggior specie! Gli deve mancare qualcosa… haimé, non riesce a vederlo, un uomo così intelligente, o forse lo vede, ma cerca di nasconderlo dietro quelle letture.

Dice di essere fortunato per non aver letto la Bhagavad Gita o il corano o i Rig Veda… tuttavia legge i romanzi gialli! Dovrebbe parlare anche di questa sua sfortuna… ma non la menziona mai. Io lo so, perché sono stato ospite nella stessa casa in cui si fermava sempre, a Bombay. La signora che ci ospitava mi chiese: “Non ti vedo leggere romanzi gialli, come mai? Pensavo che tutti gli illuminati li leggessero!”

Le chiesi dove aveva preso quell’idea assurda.

Mi spiegò: “Da Krishnamurti. Anche lui soggiorna da me; mio marito è un suo seguace. E anch’io lo amo, simpatizzo per lui. L’ho visto leggere romanzi gialli e ho pensato che dovessero avere qualcosa… per favore, scusa la mia curiosità: ho curiosato nella tua valigia, pensando che ci nascondessi libri gialli”. 

Viaggiavo con tre grosse valigie: quella donna deve aver pensato che mi portassi dietro un’intera biblioteca di romanzi gialli, ma non ne trovò neppure uno. E questo l’aveva lasciata perplessa.

Altri amici di Varanasi, e altri ancora di New Delhi, dove J. Krishnamurti soggiornava sempre, mi hanno chiesto la stessa cosa. Non mi posso sbagliare: troppe persone, da città diverse, mi hanno fatto continuamente la stessa domanda.

Molti l’hanno visto leggere libri gialli in aereo. E, per dirvi la verità, io stesso l’ho visto per caso su un volo da Bombay a Delhi: leggeva un giallo! Il destino ci ha fatto volare entrambi sullo stesso aereo, per cui posso affermarlo con certezza assoluta, senza bisogno di altri testimoni: io sono un testimone oculare.

Io posso creare un racconto traendo spunto da qualsiasi incidente: deve solo essere inserito nel contesto giusto. Questa mattina vi ho raccontato della volta in cui la regina di Bhopal visitò il nostro villaggio e ci invitò per la festa annuale. Quando ancora era al villaggio chiese alla mia Nani perché mi chiamava Rajah.

Rajah vuol dire “Re”, e in quello stato era riservato al sovrano. Perfino il marito della regina non era chiamato Rajah, ma solo “Principe”, Raj-kumar, proprio come il povero Filippo d’Inghilterra è chiamato “principe Filippo”… sebbene sia il solo che sembri un re! Neppure la regina sembra una regina… mi spiace per il povero Filippo.

Lo chiamano “principe” perché non ha lo stesso sangue: ed è il sangue, per lo meno in quel mondo idiota, a determinare ogni cosa. Altrimenti il sangue è solo sangue… in un laboratorio neppure il sangue di un re o di una regina rivelerebbe alcuna diversità.

In questa stanza, entrambi siete dottori, poi c’è una nurse, e la quarta persona, sebbene non sia né un dottore né una nurse, è tutte e due le cose, senza diplomi, ovviamente… per cui tutti capirete che il sangue non può essere un fattore determinante.

La regina Elisabetta ha il sangue giusto, non su basi scientifiche, ma in base alla loro idiozia… Carlo, suo figlio, lo ha ereditato, almeno al cinquanta per cento. Filippo è un estraneo, e solo per consolarlo lo chiamano “principe”.

Allo stesso modo, in quel piccolo stato, la donna che ne era sovrana era chiamata “regina”, rani, ma non esisteva un “rajah”. Il marito stesso era solo un principe Raj-kumar. La sua domanda era naturale, e vi stupirà sapere che di fatto era illegale dare il nome Rajah a chiunque.

Mia nonna rise e disse: “È il re del mio cuore, e per ciò che concerne la legge, presto lasceremo questo stato, ma non posso cambiargli nome!”.

Io stesso mi stupii quando disse che avremo presto lasciato lo stato… solo per salvare il mio nome? Quella notte le dissi: “Nani, sei impazzita? Solo per salvare uno stupido nome… qualsiasi nome andrà bene, e in privato puoi sempre chiamarmi Rajah. Non è necessario che ce ne andiamo”.

Mi rispose: “In cuor mio sento che presto lasceremo questo stato. Per questo ho rischiato tanto…”

E accadde. Questo incidente si verificò quando avevo otto anni, e l’anno dopo lasciammo quello stato per sempre… ma lei non smise mai di chiamarmi Rajah. Io cambiai il nome, perché Rajah, “il re”, da solo era troppo snob, e non volevo che la gente ridesse di me a scuola. Inoltre, non volli che altri, fatta eccezione per mia nonna, mi chiamasse Rajah: era una cosa privata tra me e lei.

Ma la regina si sentì offesa da quel nome. Che persone meschine questi re, regine, presidenti, primi ministri… che banda! Eppure sono potenti: sono inconcepibilmente idioti e sono altrettanto potenti: che mondo strano!

Dissi a mia nonna: “Mi sembra che non solo sia offesa dal mio nome, è anche gelosa di te”. Era evidente: “Non voglio nessuna conferma da te…”. Questo episodio determinò tutto il mio stile di vita.

Non ho mai chiesto a nessuno se ho ragione o torto. Giusta o sbagliata che sia, se voglio fare qualcosa, la voglio fare, e la renderò giusta, anche se è sbagliata!

Non ho mai permesso a nessuno di interferire nella mia vita. E questo mi ha dato tutto ciò che possiedo: non molto in questo mondo, non ho nessun conto in banca, ma mi ha dato ciò che realmente ha valore: il gusto per la bellezza, per l’amore, per la verità, il sapore dell’eternità… in breve, di se stessi.

Che ore sono, Geet Bharti?

“Otto meno tre minuti, Bhagwan”.

Bene. Sono stato severo anche con te, questa mattina. Non ne parlerò, dirò solo questo: con le persone che amo, mi dimentico il galateo. Per cui inizio a fare e a dire cose che vanno bene solo se sono da solo, ma l’amore è questo: essere con qualcuno come se si fosse soli… e a volte mi capita di essere duro con l’altra persona.

Posso sempre dire “mi spiace”, ma è così formale. E quando colpisco, e colpisco spesso, lo faccio con un amore tale che un “mi spiace” non servirebbe a nulla. Ma puoi vedere le mie lacrime, dicono più di quanto io possa dire… molto di più.

Ricorda: anche in futuro sarò duro, forse ancor di più… è il mio modo di amarti. Spero lo capirai, se non oggi, domani o forse dopodomani. Più di questo non posso dire, perché per i prossimi due giorni ho prenotato le mie sedute, e vero… il resto è aperto, ma per i prossimi due giorni, ci sarò!

Dicevo che dopo un anno lasciammo quello stato e quel villaggio. E prima vi ho detto che sulla strada mio nonno morì. Quello fu il mio incontro con la morte. Non fu affatto orribile, come accade più o meno a quasi tutti i bambini del mondo. Fortunatamente rimasi per ore con mio nonno moribondo, morì lentamente… piano piano. Potei sentire la morte mentre accadeva, e ne potei sentire il silenzio.

E fui fortunato anche perché la mia Nani era presente. Forse, senza di lei, mi sarebbe sfuggita la bellezza della morte, perché l’amore e la morte sono così simili, forse sono la stessa cosa.

Lei mi amava, riversava su di me il suo amore, e la morte era presente, avanzava lentamente.

Un carretto… ancora posso sentirne il rumore… le ruote che raschiano sulle pietre… Bhoora che urla in continuazione ai buoi… il suono della frusta che li colpisce… posso ancora sentire tutto questo. È così profondamente radicato nella mia esperienza che non penso verrà mai cancellato, neppure dalla mia morte. Perfino morendo, forse sentirò il suono di quel carretto.

La mia Nani mi teneva la mano, ed io ero completamente stordito; non sapendo cosa accadeva, ero assolutamente presente. La mano di mio nonno era appoggiata sul mio grembo. Io tenevo le mani sul suo torace… e piano piano il respiro scomparve. Quando sentii che non respirava più, dissi a mia nonna: “Mi spiace, Nani, ma sembra che non respiri più”.

Lei disse: “Va bene. Non ti preoccupare. Ha vissuto a sufficienza, non serve chiedere una vita più lunga”. E mi disse anche: “Ricorda, ci sono momenti indimenticabili, ma non chiedere di più. Ciò che è, è sufficiente!”.

È sufficiente? Lasciatemi dieci minuti, vi dirò quando fermarvi. Ho più fretta io di voi… alla fine vi ho sedotti. E adesso posso dire, con infinita gioia, fermatevi.

 

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata

 

martedì 8 dicembre 2020

Quel palazzo

 

Geet Bharti… benissimo; dopo essere stato colpito hai visto le stelle e con te le posso vedere anch’io.

Il villaggio in cui sono nato non faceva parte dell’Impero Inglese. Era un piccolo stato retto da una regina mussulmana. Posso vederla in questo momento. È strano anche lei era bella come lo è la regina d’Inghilterra. Ma c’era una cosa buona: era mussulmana mentre la regina inglese non lo è. Donne simili dovrebbero essere sempre mussulmane perché in questo caso se ne starebbero sempre velate dietro a un burqa. Ogni tanto veniva a visitare il nostro villaggio e ovviamente, la sola casa in cui poteva fermarsi era la nostra; inoltre amava mia nonna.

Stavano parlando, quando vidi la regina per la prima volta senza il velo. Non potevo crederci: una regina così bruttina!? Allora compresi lo scopo del burqa, del velo, gli hindu lo chiamano purdah. È perfetto per le donne brutte. E in un mondo migliore sarebbe usato anche per uomini brutti: per lo meno, non affronterebbero nessuno con la loro bruttezza. È un’aggressione. Se la bellezza è un’attrazione, cos’è la bruttezza? È un’aggressione dalla quale nessuno si può difendere. Nessuna legge ci protegge.

Le scoppiai a ridere in faccia, e la regina mi chiese perché ridevo.

Risposi: “Rido perché mi sono sempre chiesto quale fosse lo scopo dei purdah e del burqa e oggi l’ho imparato”. Non penso abbia capito, ma sorrise. E sebbene fosse una donna brutta, devo ammettere che aveva un bel sorriso.

Il mondo è pieno di cose strane. Ho incontrato molte persone belle, ma quando sorridevano il volto si distorceva, diventava brutto. Ho visto il Mahatma Gandhi, anche lui lo vidi quando ero bambino, era orribile… dovrei dire che era di una bruttezza unica, ma la sua bellezza stava tutta nel sorriso: sapeva sorridere, su questo non ho niente da dire. Sono contro di lui in tutto il resto, perché fatta eccezione per il suo sorriso era pattume, era putrido! Era un vero Bodhi-garbage (garbage in inglese significa “spazzatura n.d.t.) ho sentito dire che il nostro Swami Bodhigarbha viene chiamato Bodhigarbage. Mi piace… hanno aggiunto una qualifica a quel nome, dandogli la giusta qualifica: io l’ho chiamato Bodhigarbha, ma questo è solo il suo futuro. La gente può vedere sopra cosa cammina, e l’ha chiamato Bodhi-garbage. Forse questo nome sarebbe stato appropriato per il Mahatma Gandhi.

La regina… (Geet Bharti trattiene uno starnuto). Questo mi ha veramente distratto. Lo sai, Geet Bharti, che in India la gente crede che quando starnutisci il diavolo entra dentro di te? Per cui ogni volta che starnutiscono, gli indiani impediscono al diavolo di entrare schioccando le dita (Baghwan fa schioccare le dita) e ripetendo: “Om shanti, shanti, shanti… Om shanti, shanti, shanti… Om shanti, shanti, shanti…”, e si devono far schioccare le dita tre volte. Non so come chiamiate questo schiocco gli indiani lo fanno…

Non so se il diavolo venga trattenuto, ma per lo meno ciò che stavi facendo non è stato affatto disturbato. Tu sei un ebreo, non un hindu, e per lo meno non hai ripetuto il rituale indiano… altrimenti sarei veramente rinsavito, e io di questo ho paura. Non mi sbaglio: parlo proprio di “rinsavire”… ne sono terrorizzato.

Posso sentire il vostro imbarazzo. Non è necessario: sono un folle che ha paura di rinsavire, e quel rituale potrebbe far rinsavire chiunque. Ma grazie a Dio sei ebreo! Come un perfetto inglese, hai fatto del tuo meglio per trattenere lo sternuto, e posso capire anche questo. Un inglese trattiene tutto, perfino uno starnuto in particolare alla presenza di qualcuno che pretende di essere il più santo.

Ma rilassati, io non ho quella pretesa. Puoi starnutire con gioia, e così non mi distrarrai. Anzi, potresti darmi qualche spunto per la storia che vi sto raccontando. Ma torniamo al lavoro. Ci siamo distratti abbastanza con questo starnuto.

Come vi dicevo, il mio villaggio faceva parte di uno stato molto piccolo, Bhopal. Non era parte dell’Impero Inglese, e la regina di Bhopal ci veniva a trovare ogni tanto: ho parlato di la sua bruttezza e la bellezza del suo burqa tempestato di zaffiri, mi fecero ridere… la regina era profondamente colpita da mia nonna e la invitò nella capitale per le feste annuali.

Mia nonna le rispose: “Non posso venire, perché non posso lasciare il mio bambino solo per così tanti giorni”.

In hindi “il mio bambino” è una frase bellissima mera beta: vuol dire “il mio ragazzo, il mio bambino”.

La regina ribatté: “Non ci sono problemi: porta anche lui. Anch’io lo amo!”

Non capisco perché mai dovesse amarmi. Non avevo fatto nulla di male. Perché punirmi? L’idea di essere amato da un mostro che si protendeva verso di te… e così carica di belletti, sembrava un mostro. Forse le piaceva masticare gomma, era gommosa… Nella mia vita non ho mai avuto paura, tranne che per quella donna. Ma l’avventura di un viaggio nella capitale, ospite della regina, nel suo bellissimo palazzo, del quale avevo sentito narrare mille e una storia era troppo grande per me… per cui, sebbene non volessi più vedere quella donna, andai con mia nonna alla festa annuale.

Ricordo il palazzo. È uno dei più belli dell’India. È circondato da cinquecento acri di foresta e da un lago di cinquecento acri…la regina fu gentile con noi, ma io confesso che evitai il più possibiledi guardarla in faccia. Forse è ancora viva, perché non era molto vecchia all’epoca…

Quel palazzo divenne la causa di un fatto strano: dovrei chiamarla una coincidenza. Un giorno dissi a Sheela: “Bene, sono pronto a trasferirmi sull’Himalaya”, e quello stesso giorno il figlio della regina di Bhopal telefonò, dicendo che se la cosa ci interessava erano pronti a offrirci il loro palazzo, lo stesso di cui vi sto parlando.

Quel palazzo… per un istante non potei credere che ce lo volessero offrire. Hanno perso tutto: lo stato è stato annesso all’India. Alla famiglia reale era rimasto solo quel palazzo e i mille acri di terra. Ma anche così è un regno bellissimo: cinquecento acri di alberi secolari, e cinquecento acri coperti da un lago, che è parte del più grande lago di Bhopal, il lago più grande dell’India.

Non penso che al mondo esista un lago paragonabile a questo, è immenso. Non ricordo quanto sia grande ma da nessun punto è possibile vedere l’altra sponda.. Quei cinquecento acri d’acqua appartengono al palazzo, pur essendo parte del lago di Bhopal.

Dissi a Sheela: “È troppo tardi. Di’ al principe e a sua madre, se è ancora in vita, che li ringraziamo per l’offerta, ma che ora abbiamo deciso di andare sull’Himalaya”.

“Per sette anni ho cercato poche migliaia di acri di terra, e i politici hanno sempre interferito. Digli che mi ricordo della mia visita e che quel palazzo mi è piaciuto e ancora mi piace, anche perché lui me lo ha offerto… ma ho deciso di andare sull’Himalaya”.

Sheela era sconvolta: “Ti sta offrendo un palazzo senza volere soldi… e deve valere due milioni di dollari!”, Sheela pensa in dollari.

Ribattei: “Due milioni o venti milioni di dollari, non fa differenza. Il mio “grazie” vale molto di più. Quanto pensi valga? Digli: ‘Bhagwan ti ringrazia, ma la tua offerta è arrivata in ritardo di poche ore. Solo poche ore fa poteva essere accettata… ora è impossibile!’”

Quando sentì la risposta, il principe rimase sconvolto. Non poteva credere che si potesse offrire un palazzo senza volere un compenso a qualcuno che si limitava dire: “Mi spiace, grazie tante!”.

Conosco il palazzo. Vi fui ospite nella mia infanzia, e di nuovo più tardi: l’ho visto con gli occhi di un bambino e con quelli di un giovane. Non venni ingannato quando lo vidi da bambino, ma fu ancora più bello quando lo capii, più tardi. Un bambino, sebbene sia innocente, ha dei limiti: il suo sguardo non può comprendere tutto. Vede solo le cose apparenti.

Quando lo visitai in gioventù – di nuovo venni ospitato – capii che era una delle architetture più belle del mondo, in particolare a causa della sua ubicazione. Ma dovetti rifiutarlo.

A volte ci si sente così bene nel rifiutare qualcosa, perché sapevo che accettandolo avremmo avuto guai all’infinito. Quel palazzo non avrebbe potuto essere mio. I politici, che sono diventati onnipotenti – privi di cultura, corrotti, privi di talento e immorali – si sarebbero messi di mezzo. E sebbene io l’abbia rifiutato, si sono subito interessati, pensando che il principe mentisse: come si può rifiutare un’offerta simile?

Sono venuto a sapere che lo stanno assillando in tutti i modi, per sapere cosa lo ha spinto a offrirmi il palazzo. Io non l’ho accettato. I realtà, non è successo nulla, solo una telefonata… gli uomini politici indiani devono essere i peggiori del mondo.

Ovunque ci sono politicanti, ma nessuno è paragonabile agli indiani. La ragione è semplice: L’India è rimasta in schiavitù per duemila anni. Per pura fortuna, nel 1947 l’India è diventata indipendente. Dico per pura fortuna, perché ancora non se lo merita: il merito va tutto ad Attlee, il primo ministro inglese dell’epoca.Era un socialista, un sognatore. Pensava all’uguaglianza e alla libertà e a tutte le altre grandi idee... lui fu il vero padre della libertà dell’India.

Di per sé l’India non la conquistò, né se la meritava. Per pura fortuna Attlee era il primo ministro inglese.

Dopo duemila anni di schiavitù, gli indiani sono diventati astutissimi: la schiavitù è finita, ma l’astuzia è rimasta. Nessun Attlee poté distruggerla. Nessuno può farlo: è diffusa nell’India intera… alla fine di questo secolo l’India sarà la nazione più popolata. Il solo pensiero non mi fa dormire…

Quando voglio star sveglio, penso all’India alla fine di questo secolo: mi basta! A quel punto neppure le pillole contro l’insonnia possono fare qualcosa: quale incubo potrebbe essere peggiore di questo?

Ho rifiutato quello splendido palazzo. Ancora mi spiace per aver dovuto opporre un rifiuto al solo uomo che sia venuto da me offrendomi qualcosa senza chiedere denaro. Ma ho dovuto farlo. Certo, mi spiace per lui… ho dovuto rifiutare perché avevo deciso, e quando decido qualcosa, giusta o sbagliata che sia, non torno sui miei passi. Non posso annullare la mia decisione, non è nella mia natura: è una forma di testardaggine…

Che ore sono?, Geet Bharti?

“Dieci e trentuno, Bhagwan”.

Bene! Datemi dieci minuti. Ricordandomi di questo, non ho dormito tutta la notte.

Senza la mia insistenza, dove saresti? Ti saresti fermato da tempo. Continua, non fare la mamma ebrea… sei ebreo e al tempo stesso una moglie! Perfino Dio non sapeva come cavarsela, e ha ideato lo Spirito Santo.

Povero Geet Bharti, non importa con quanta durezza io lo colpisca, non si vendica mai. Bene! Tutti – e quando dico tutti, mi riferisco a Mosè, gesù, Buddha – tutti saranno gelosi di me. Gautama , il Buddha aveva il suo medico personale, ma nessun Buddha ha mai avuto il suo dentista personale. Non furono così fortunati… come minimo nessuno ha avuto mai un Geet Bharti al seguito, questo è più che certo.

Bene, adesso fermati.

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata

 

domenica 15 novembre 2020

Il destino è strano

Meditation woman Sticker by Heike Maria - White - 3"x3"

 

Guardavo delle fotografie del corteo del matrimonio della principessa Anna e, stranamente, la sola cosa che mi ha impressionato in quella sequenza di assurdità sono quegli splendidi cavalli, la loro danza gioiosa. Guardandoli, mi sono ricordato del mio cavallo. Non ne ho mai parlato, neppure a Gudia, che ama i cavalli. Ma ora che non mantengo più segreti, posso parlare anche di questo.

In realtà avevo quattro cavalli. Uno era mio – e voi sapete quanto sono pignolo… anche adesso nessun altro può guidare la Rolls. È semplice pignoleria. Anche allora era la stessa cosa. A nessuno, neppure a mio nonno, permettevo di cavalcare il mio cavallo. Ovviamente, a me era permesso cavalcare i cavalli di tutti. Sia mio nonno che mia nonna ne avevano uno. Era strano, in un villaggio indiano, che una donna cavalcasse un cavallo, ma era una donna strana, cosa si poteva farci? Il quarto cavallo era per Bhoora, il servo che mi seguiva in continuazione, a distanza ovviamente, armato di fucile.

Il destino è strano. Non ho mai fatto del male a nessuno in tutta la mia vita, neppure nei miei sogni. Sono assolutamente vegetariano… ma il mio destino è stato di essere sempre seguito da una guardia, fin dall’infanzia: non so perché. Dai tempi di Bhoora, ho sempre avuto una guardia. Ancor oggi mi seguono o mi precedono, ma le mie guardie sono sempre presenti: Bhoora iniziò questo gioco.

Vi ho già detto che sembrava un europeo. Per questo fu chiamato Bhoora, che significa “il bianco”. Neppure io conosco il suo vero nome. Sembrava un europeo, ed era strano in quel villaggio dove nessun europeo era mai arrivato…

Perfino da bambino capii che la presenza di Bhoora aveva un senso: due volte tentarono di rapirmi. Non sapevo perché mai qualcuno dovesse essere interessato a me. Ma ora lo posso capire: mio nonno, sebbene non fosse ricco dal punto di vista occidentale, in quel villaggio era molto ricco. E i dacoit… adesso Geet Bharti sarà in difficoltà nel sillabare questa parola…

Non è inglese, viene dall’hindi dacu, ma l’inglese è una lingua molto elastica: ogni anno assorbe ottomila parole di altre lingue, per questo si espande sempre di più. È inevitabile che diventi la lingua del mondo intero, nessuno potrà impedirlo. Da parte loro, tutte le altre lingue del mondo tendono a restringersi, sono molto timide. Credono nella purezza, nell’impedire l’ingresso ad altri linguaggi: è inevitabile che restino piccole e primitive. Dacoit è una traslitterazione di dacu, che significa “ladro”, non nel senso comune: indica una banda armata e organizzata, in questo caso è una “dacoitria”.

Fin dalla mia infanzia, in India era cosa normale rapire i figli dei ricchi e minacciare di tagliare loro le mani, se non veniva pagato un riscatto.. A volte si minacciava di accecare il bambino, oppure, se i genitori erano molto ricchi, di ucciderlo. E i poveri genitori, per salvare il bambino, erano disposti a fare qualsiasi cosa.

Due volte tentarono di rapirmi. Due cose mi hanno salvato: il mio cavallo, uno stallone arabo fortissimo, e Bhoora, il servo. Gli era stato ordinato di sparare in aria, non sulla gente che tentava di rapirmi, perché era contro le norme giainiste. Ovviamente, mia nonna aveva sussurrato nell’orecchio di Bhoora: “Non preoccuparti degli ordini di mio marito: prima spara pure in aria, ma se non funziona, ricorda, se non spari ai rapitori, io sparerò a te!” Ed era molto abile con le armi. L’avevo vista sparare, e centrava sempre il bersaglio. Assomigliava a Gudia, non le manca quasi nulla.

In molti versi Nani assomigliava a Gudia, persino nei dettagli: colpiva sempre il segno, senza girarci intorno. Ci sono persone che girano intorno all’infinito, e si deve scoprire cosa vogliano realmente. Non lei: era precisa, matematica! Disse a Bhoora: “Ricorda, se torni senza di lui, dicendo che è stato rapito, ti sparerò immediatamente!”. Io, Bhoora, mio nonno lo sapevamo, perché quel bisbiglio era stato fatto a voce così alta che l’intero villaggio l’aveva sentito. Era determinata, lo era sempre!

Mio nonno guardò da un’altra parte. Io non potei trattenermi, scoppiai a ridere e chiesi: “Perché ti volti? L’hai sentita. Se sei un vero giainista di’ a Bhoora di non sparare a nessuno!”

Ma prima che mio nonno potesse dire qualcosa, la mia Nani disse: “Ho parlato a Bhhora anche a nome tuo, per cui stai tranquillo”. Quella donna sarebbe stata capace di sparare anche a mio nonno. La conoscevo: non l’avrebbe fatto letteralmente, ma metaforicamente, cosa ancora peggiore. Per cui mio nonno non disse nulla.

Per due volte tentarono di rapirmi. Una volta il mio cavallo mi riportò a casa, e una volta Bhoora dovette sparare, ovviamente in aria. Forse se fosse stato necessario avrebbe sparato al mio rapitore, ma non fu necessario, per cui salvò se stesso e la religione di mio nonno.

Da allora, cosa strana, cosa che mi sembra stranissima, visto che io non ho mai fatto del male a nessuno, mi sono trovato molte volte in pericolo: la mia vita è stata minacciata parecchie volte. E io mi sono sempre chiesto , visto che la vita prima o poi finisce da sola, perché mai a qualcuno interessi tanto finirla a metà… a che scopo? Se ci fosse uno scopo convincente, potrei smettere di respirare in questo stesso istante.

Una volta lo chiesi ad un uomo che cercò di uccidermi. Ho avuto la possibilità di chiederglielo, perché alla fine divenne un sannyasin: “Ora che siamo soli, dimmi perché volevi uccidermi”. A quei tempi, al Woodland di Bombay, davo il sannyas a singole persone nella mia stanza. Gli dissi: “Siamo soli. Posso darti il sannyas, non ci sono problemi. Ma prima di diventare sannyasin, dimmi perché volevi uccidermi. Se mi convinci, posso smettere di respirare adesso, qui di fronte a te!”

Si mise a piangere e a singhiozzare, tenendomi i piedi. Gli dissi: “Questo non serve, devi convincermi dello scopo”.

Rispose: “Ero solo un idiota. Non posso dirti altro”. Forse questo è il motivo per cui persone assolutamente inermi come me vengono minacciate in tutti i modi. Sono stato avvelenato…

Proprio l’altro giorno Sheela si è preoccupata perché Gudia, parlando con lei, ha detto in senso metaforico: “Se Bhagwan morisse, mi sentirei sollevata…”.

Ovviamente Sheela è rimasta sconvolta. Mi ha detto: “Adesso non riesco più a dormire, perché Vivek si prende cura di te, e mi ha detto che sarebbe sollevata se morissi! È pericoloso, ti potrebbe avvelenare!”

Ho riso e ho risposto: “Sheela torna in te! Di certo parlava in senso metaforico. Dopo dieci anni vissuti vicino a me, chiunque diventerebbe un filosofo: non è altro che metafisica e metafora… non ti preoccupare. È l’ultima persona nell’universo intero che potrebbe farmi del male. Io posso farmi del male, non lei… non ti preoccupare”.

Ma posso capire la sua preoccupazione. Sheela ha assunto una responsabilità enorme, diventando la mia segretaria. È naturale che si preoccupi. Ha sempre paura che mi possa accadere qualcosa, poiché in quel caso dovrebbe rispondere a milioni di persone che nel mondo intero mi amano. Anche voi potete capire la sua responsabilità e la sua preoccupazione.

Le ho detto: “Posso capirti, ma non preoccuparti. Ogni tanto Gudia dà in escandescenze, ma anche in quel caso non mi ha mai fatto del male. Non può, le è impossibile…”.

Ogni tanto chiunque può dare in escandescenze, in particolare una donna; soprattutto se deve vivere ventiquattr’ore, o forse di più, ogni giorno, con un uomo come me, che non è affatto gentile, è sempre duro, cerca in continuazione di spingerti fino al limite estremo, e non ti permette di tornare indietro. Non fa che spingerti e dirti: “Buttati, prima di pensarci su!”

La mia Nani era di certo simile a Gudia, in particolare quando dava in escandescenze. L’ho vista, ma non mi ha mai preoccupato. La vedevo afferrare il fucile e correre verso la stanza di mio nonno. Ma io continuavo a fare le mie cose. Lei mi chiedeva: “Non hai paura?”

Le rispondevo: “Fa’ ciò che vuoi, e lasciami fare i fatti miei!”

Rideva: “Sei un ragazzo strano. Io voglio uccidere tuo nonno, e tu cerchi di fare un castello di carte… sei matto?”

Ripetevo: “Vai e uccidi quel vecchio. Io ho sempre sognato di farlo, perché dovrei preoccuparmi? Non mi disturbare!”

Si sedeva vicino a me e iniziava ad aiutarmi a costruire il castello di carte.

Eppure ricordo quando disse a Bhoora: “Se qualcuno tocca il mio bambino, non devi sparare in aria solo perché crediamo nel giainismo… questo è un ottimo credo, ma nel tempio. Nel mondo dobbiamo comportarci secondo le regole del mondo, e il mondo non è giainista. Perché mai dovremmo comportarci secondo la nostra filosofia?”

La sua logica era ferrea, lampante! Se parli con un uomo che non sa l’inglese, non gli puoi parlare in inglese! Se gli parli nella sua lingua, è più probabile che sorga una comunicazione. Le filosofie sono linguaggi, sia chiaro: non hanno altro significato, sono linguaggi. Quando sentii che mia nonna diceva a Bhoora: “Quando un dacoit cerca di rapire il mio bambino, parla la lingua che lui conosce, lascia perdere il giainismo”, in quel momento compresi, anche se non con la chiarezza che acquisii con gli anni. Ma a Bhoora deve essere stato chiarissimo! E di certo mio nonno capì, perché chiuse gli occhi e iniziò a ripetere il suo mantra: “Namo arihantanam namo… namo siddhanam namo…”

Io risi e mia nonna sogghignò; Bhoora, ovviamente, si limitò a sorridere, ma tutti capimmo la situazione, e come sempre mia nonna aveva ragione.

Vi parlerò di un’altra somiglianza tra Gudia e mia nonna: ha quasi sempre ragione, persino con me. Se dice qualcosa, posso non essere d’accordo, ma so che alla fine avrà ragione lei. Io non sarò d’accordo, questo è vero, perché sono testardo. Ve l’ho ripetuto in continuazione: mi impunto su ciò che sono, giusto o sbagliato. Il mio essere sbagliato è mio, e lo amo per questo; ma per ciò che concerne l’essere giusto o sbagliato… ogni volta che sorge un conflitto, so che Gudia alla fine avrà ragione… per il momento decido io… e sono testardo!

Mia nonna aveva la stessa qualità: aveva sempre ragione. Disse a Bhoora: “Pensi che quei dacoit credano nel giainismo? E questo vecchio…”, e indicò mio nonno che stava ripetendo il suo mantra… “Questo vecchio pretende che tu spari in aria, solo perché noi non uccidiamo nessuno. Lascialo perdere. Chi dice che lui debba uccidere? Tu sei giainista?”

Per istinto sapevo che se Bhoora lo fosse stato, avrebbe perso il lavoro. Fino a quel momento non me l’ero chiesto: per la prima volta mi preoccupai di Bhoora, e mi misi a pregare. Non so a chi, perché i giainisti non credono in un Dio. Dissi a me stesso: “Dio, se ci sei, salva il lavoro di questo poveretto”. Capite? Persino allora dissi: “’Se’ ci sei…”, neppure in quella situazione potei mentire… ma grazie a Dio, Bhoora non era un giainista. Rispose: “Non sono giainista, per cui posso fregarmene…”

E la mia Nani concluse: “Allora ricorda cosa ti ho detto io e non cosa ti ha detto questo sciocco”.

Dava sempre del “vecchio sciocco” a mio nonno, un termine che io riservo a Geet Bharti, ma quel “vecchio sciocco” è morto. Mia madre… mia nonna è morta – scusatemi, di nuovo ho detto “mia madre. Davvero non posso credere che non fosse mia madre, ma solo mia nonna.

A proposito, vi stupirà sapere che tutti i miei fratelli e le mie sorelle – saranno una dozzina, escluso me – chiamano mia madre Ma, tranne me: io la chiamo Babi. In India tutti si chiedevano come mai, perché questo nome indica la moglie del fratello più anziano, che in India è chiamato bahaiyya. I miei zii chiamavano mia madre Babi, ed era giusto. Ma perché io la chiamo anche oggi , così? Perché ho conosciuto un’altra donna come mia madre: la madre di mia madre.

Dopo aver conosciuto Nani come mia madre in quei primi anni, mi fu impossibile chiamare Ma, madre, un’altra donna. L’ho sempre chiamata la mia Nani, sapevo che non era veramente mia madre, ma mi fece da madre.

Mia madre rimase un po’ distante, un po’ estranea. E anche se è morta, la mia Nani mi è più vicina. E anche se mia madre  ora è illuminata, ancora la chiamerò Babi, e non Ma. Se lo facessi sarebbe come tradire una morta e io non posso farlo. Spesso mia nonna mi ha chiesto: “Come mai chiami Babi tua madre? Chiamala mamma! ”Ma io evitavo sempre di rispondere… questa è la prima volta che ne ho parlato, con voi.

In un certo senso la mia Nani è diventata parte del mio essere. Mi amava immensamente. Una volta, quando un ladro entrò in casa, lottò contro di lui a mani nude,, e io vidi quanto può essere feroce una donna… un vero pericolo! Se non fossi intervenuto, avrebbe ucciso quel poveretto! Dissi: ”Nani! Cosa fai! Per favore, lascialo andare!” Solo perché io lo chiesi, lo lasciò andare… il poveretto non poteva credere che quella donna fosse seduta su di lui, con le mani sul suo collo… di certo lo avrebbe ucciso: bastava una piccola pressione sulla gola e l’uomo sarebbe morto.

Quando parlò a Bhoora, sapevo che non parlava a vanvera, e lo sapeva anche Bhoora, e quando mio nonno iniziò a recitare il suo mantra sapevo che anche lui aveva capito.

Venni assalito due volte. Per me era una gioia, un’avventura. Di fatto, in cuor mio, avevo sempre desiderato sapere cosa fosse un rapimento. È sempre stata una mia caratteristica: potete chiamarlo il mio carattere. È una qualità che mi rende felice. Andavo sempre, col mio cavallo, nei boschi che ci appartenevano. Mio nonno aveva promesso che tutti i suoi averi sarebbero stati miei, e mantenne la parola: non diede mai cinque lire a nessun altro.

Possedeva migliaia di acri di terreno. Certo, a quell’epoca non avevano nessun valore, ma a me non interessava il valore. Erano così belli: quegli alberi svettanti, e quel lago maestoso; e quando d’estate i manghi erano maturi, l’aria era fragrante… andavo in quella direzione così spesso che il cavallo imparò la strada.

Sono ancora lo stesso… se un posto non mi piace, non ci torno.

Sono stato a Madras solo una volta, solo perché non mi era piaciuta, in particolare non mi è piaciuta la lingua: suona come se tu stessi litigando col mondo intero, è una cosa che odio. E odio quel tipo di linguaggio, per cui dissi al mio ospite: “Questa è la prima e l’ultima volta che ti vengo a trovare”.

Mi chiese: “Perché è l’ultima?”

Dissi: “Odio questa lingua. Tutti sembrano litigare. So che non è vero, è un modo di parlare…” comunque sia, detesto Madras, non mi piace per niente.

Krishnamurti ama Madras, ma sono affari suoi. Ci va ogni anno. È un Tamil, ed è nato vicino a Madras: per lui è logico andarci. Perché mai io ci dovrei andare?

Ho visitato molti luoghi. Come mai? Senza motivo. Mi piaceva. Mi piace essere in viaggio. Lo capite?... in cammino. Non sono un uomo che ha affari qui o là, o da qualche parte. Sono semplicemente in cammino. Lasciate che lo dica in altre parole: sono una giostra! Ora penso che abbiate capito!

Andavo sempre a cavallo, e guardando i cavalli al corteo del matrimonio della principessa Anna, non riuscivo a credere che l’Inghilterra potesse avere cavalli così belli. La regina è bruttina, non voglio dire orribile per educazione. E il principe Carlo di certo non è un principe: guardatelo in faccia! Lo direste un volto principesco? Forse in Inghilterra… e gli ospiti! Le personalità? Soprattutto il sommo sacerdote: come lo chiamate in Inghilterra?

“L’arcivescovo di Canterbury, Bhagwan”.

Arcivescovo, un nome perfetto per un tal puntini puntini puntini. Altrimenti, qualcuno direbbe che a causa del mio frasario non posso essere illuminato. Ma penso che tutti nel mondo capiranno cosa intendo dire con puntini puntini puntini, perfino l’arcivescovo!

Tanta gente, ma a me sono piaciuti solo i cavalli! Quelli erano veramente grandi! Che gioia! E che passi! Che danza! Pura e semplice celebrazione. Subito ho ricordato il mio cavallo, e quei giorni… quella fragranza esiste ancora. Posso vedere il lago, e me stesso, bambino, seduto sul cavallo, nei boschi. È strano, sebbene il mio naso sia coperto dalla maschera dell’anestesia, posso sentire il profumo dei manghi, degli alberi del nim, dei pini, e l’odore del mio cavallo.

È un bene che in quei giorni non fossi allergico agli odori, oppure, chi può dirlo, forse ero allergico ma non ne ero consapevole. È una strana coincidenza che l’anno della mia illuminazione fosse anche l’anno in cui iniziò la mia allergia. Forse ero già allergico senza esserne consapevole. E con l’illuminazione, venne la consapevolezza.

Ora abbandono anche l’illuminazione e dico all’esistenza: “Per favore, cancella anche l’allergia, così posso tornare a cavalcare un cavallo”. Quello sarà un gran giorno, non solo per me, ma per tutti i miei sannyasin.

Esiste una sola fotografia che viene continuamente stampata in tutto il mondo, mentre cavalco un cavallo del Kashmir. È solo una foto, in realtà non lo cavalcavo: fu il fotografo a volermi riprendere sul cavallo, e io lo amavo – mi riferisco al fotografo – per cui non potei rifiutarmi. Aveva portato il cavallo e i finimenti, per cui accettai… mi sedetti sul cavallo, e dalla foto si può vedere che anche il mio sorriso non è vero. È il sorriso che si fa quando il fotografo lo chiede: ma se posso trascendere l’illuminazione, chi può dirlo, forse posso trascendere per lo meno la mia allergia per i cavalli. In questo caso potrei avere intorno a me lo stesso mondo:

il lago…

i monti,

il fiume…

mi mancherà solo mia nonna.

Geet Bharti, non sei il solo ebreo qui dentro. Ricordalo, tu non hai fretta, io sì: mi fa male la vescica! Per cui, ti prego… voglio sempre avere l’ultima parola. Geet Bharti, saresti stata una perfetta moglie bisbetica! È vero! Trovati un bel ragazzo e vai in luna di miele… guarda, già pensi che ti abbia lasciato andare. Non avere troppa fretta. La tua vescica non ti fa male… adesso… Bene.

È “favoloso”! Uso questa parola per la prima volta nella mia vita… è semplicemente favoloso! Non so cosa significhi, ma quando la vescica ti fa male, che importanza ha?

 

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata