lunedì 17 maggio 2021

Senza inibizioni

 

Osho, un Maestro fuori dagli schemi. – Centro Olistico Gli Astri asd

 

Bene, togli pure l’asciugamano. Perdonami, Yashu Bharti, ma ora devo dare il via al mio lavoro, e puoi capire che due camicie sono troppe per il mio povero torace, e soprattutto per il povero cuore che si trova all’interno. Il cuore non può comportarsi in modo politico o diplomatico. Non è un diplomatico, è semplice e fanciullo.

Non posso dimenticare Gesù. Lo ricordo più di qualsiasi altro cristiano al mondo. Gesù dice: “Beati coloro che sono simili ai bambini, in quanto di essi è il regno di Dio”. La cosa più importante è quel “in quanto”. In tutte le affermazioni di Gesù che iniziano con “Beati coloro…”, e che terminano con “…il regno di Dio”, questa affermazione è unica, perché tutte le altre sono così costruite: “Beati gli umili perché erediteranno il regno di Dio”. Sono logiche, fanno promesse per il futuro, un futuro che non esiste. Questa è la sola affermazione in cui si dice: “…in quanto di essi è il regno di Dio”: non esiste futuro, nessuna razionalità, nessuna ragione, nessuna promessa di guadagno; una pura affermazione di fatto, o meglio, una semplice constatazione.

Questa affermazione mi ha sempre impressionato, mi lascia sempre stupito. Non posso credere che si possa tornare a stupirsi per la stessa affermazione, per trent’anni… sì, questa affermazione mi ha seguito per trent’anni, e ogni volta mi rallegra infinitamente il cuore: ”In quanto di essi è il regno di Dio”… è così illogico, ma così vero.

Yashu Bharti, ti ho dovuto dire di togliere l’asciugamano, perché non si possono fare due cose nello stesso tempo, in particolare se pesano su un solo cuore. E tu sei stata così buona con me, ogni giorno da quando ti conosco, che quando cerco di ricordare quando iniziò, ho la sensazione di averti conosciuta da sempre, dico davvero.

In realtà, quando penso a Yashu Bharti, non riesco a ricordare quando è entrata nel mio mondo di “intimi”: sembra ci sia sempre stata, seduta al mio fianco, come assistente di un dentista o altro… adesso è diventata assistente editoriale di Raj Bharti, che promozione! Ora puoi avere sotto di te due dottori: non è fantastico? Puoi farli scendere sul ring, e divertirti!

E passo al mio racconto… prima è bene che ci sia sempre una breve introduzione, e se sarà il più irrazionale possibile, sarà perfetta per un uomo come me. A volte rido di me stesso, senza motivo… perché quando esiste una ragione, la risata si arresta.

Si può ridere solo senza una ragione. La risata non ha rapporto con la razionalità, per cui ogni tanto metto in disparte la mia razionalità e anche l’irrazionalità – ricordate: sono due lati della stessa medaglia – e scoppio in una vera risata di cuore.

Ovviamente, nessuno la può sentire. Non è fisica, altrimenti Raj Bharti e Geet Bharti l’avrebbero analizzata con i loro strumenti. Non la possono percepire. Trascende qualsiasi strumentalità.

Guardate che bella parola ho creato: strumentalità, scrivetela proprio così. Vi aiuterà a capire ciò che dico, per lo meno la parte verbale, e forse un giorno capirete anche quella che non è espressa in parole. Questa è la mia speranza, il mio sogno per tutti voi.

Sarete stupiti, perché oggi parlo a lungo, per iniziare. Mi conoscete, vi conosco… andrò il più lentamente possibile. Vi aiuterà a svuotarvi. La mia impresa è tutta qui, lo svuotamento: potete chiamarla “Società di Svuotamento a responsabilità illimitata”.

Ieri vi ho detto che la morte di mio nonno fu il mio primo incontro con la morte. Sì, fu un incontro e qualcosa di più, altrimenti ne avrei perso il vero significato. Vidi la morte, e qualcos’altro che non moriva, che fluttuava al di sopra della morte, fuggiva dal corpo… gli elementi. Quell’incontro determinò il corso di tutta la mia vita. Mi diede una direzione, o piuttosto una dimensione, che non conoscevo prima.

Avevo sentito parlare della morte di altre persone, ma erano solo parole. Non avevo visto, e se anche avessi visto, per me quelle persone non avrebbero avuto significato. Solo se amate qualcuno e questi muore, potete realmente incontrare la morte. Sottolineatelo: Si può incontrare la morte solo quando muore colui che ami.

Quando l’amore unito alla morte ti circonda, accade una trasformazione, una mutazione immensa… è come se nascesse un nuovo essere: non sarà mai più lo stesso.

Ma la gente non ama, e poiché non ama, non può sperimentare la morte così come io l’ho sperimentata. Senza l’amore, la morte non ti dà la chiave dell’esistenza. Unita all’amore, ti dona le chiavi di tutto ciò che esiste.

La mia prima esperienza con la morte non fu un semplice incontro. Fu complessa sotto molti punti di vista. L’uomo che avevo amato stava morendo. L’avevo conosciuto come un padre. Mi aveva allevato in assoluta libertà, senza inibizioni, senza reprimermi, senza impormi dei comandamenti. Non mi aveva mai detto: “Non fare questo”, oppure “Fai così”.

Solo ora posso capire la bellezza di quell’uomo. È difficilissimo per un vecchio non dire a un bambino “Non fare così, fai cosà”, oppure “Siedi lì e stai tranquillo”, oppure: “Fa’ qualcosa; perché stai seduto senza far nulla?”, ma mio nonno non lo fece mai. Non ricordo una sola occasione in cui egli interferì  col mio essere. Si limitava a ritirarsi… se pensava che ciò che facevo fosse sbagliato, si ritirava e chiudeva gli occhi.

Una volta gli chiesi: “Nana, perché chiudi gli occhi ogni tanto, quando sono seduto vicino a te?”

Mi rispondeva: “Oggi non lo capiresti, ma forse un giorno… chiudo gli occhi per non impedirti di fare ciò che fai, qualsiasi cosa sia, giusta o sbagliata. Frenarti non è affar mio. Ti ho portato via a tua madre e a tuo padre. Se non riuscissi neppure a darti la libertà, che senso avrebbe avuto allontanarti dai tuoi genitori? Ti ho preso con me solo perché essi non interferissero nella tua vita. Come posso interferire io?”

“Ma sai,” proseguì, “a volte la tentazione è forte. Mi tenti allo stremo. Non lo sapevo, altrimenti non avrei rischiato tanto. Sembra che tu abbia la genialità di trovare tutte le cose sbagliate e di farle… mi chiedo come fai. O io sono completamente pazzo… o lo sei tu!”

Dissi: “Nana, non ti preoccupare; se qualcuno è pazzo, quello sono io”. E da quel giorno ho sempre detto alla gente: “Non preoccuparti per me, sono un folle”.

Lo dissi per consolare mio nonno, e lo continuo a ripetere per consolare persone che sono veramente pazze. Ma quando ti trovi in un manicomio, e sei la sola persona sana, cos’altro puoi fare se non dire a tutti: “Rilassati, sono io il pazzo, non prendermi sul serio”, ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

Mio nonno aveva l’abitudine di chiudere gli occhi, ma la tentazione era forte… ad esempio, un giorno cavalcavo Bhoora, il nostro servo. Gli ordinai di comportarsi come un cavallo. Lui mi guardò perplesso, ma mia nonna disse: “Che male c’è? Non puoi scherzare un po’? Bhoora, fai il cavallo!”, per cui si mise a fare tutto ciò che fa un cavallo e io lo cavalcavo…

Agli occhi di mio nonno quello era troppo. Chiuse gli occhi e iniziò a recitare il suo mantra: “Namo arihantanam namo… Namo siddhanam namo”.

Ovviamente, mi fermai, perché quando si metteva a recitare il suo mantra voleva dire che avevo superato il limite, per lui. Era ora di fermarsi… lo scossi e dissi: “Nana, torna in te, smetti di recitare il tuo mantra. Ho smesso il mio gioco. Non lo vedi che era solo un gioco?”

Mi guardò negli occhi, e io guardai nei suoi… per un momento restammo in silenzio. Aspettava che io parlassi: dovette sbadigliare, poi disse: “Bene, devo parlare per primo”.

Dissi: “È giusto, perché se fossi rimasto in silenzio, non avrei più parlato per tutta la mia vita. Hai fatto bene a parlare, e adesso posso risponderti: chiedimi!”

Proseguì: “Ho sempre voluto chiederti: come mai sei così dispettoso?”

Risposi: “È una do manda che devi fare a Dio. Quando lo incontri, chiedigli: ‘Perché hai creato un bambino così dispettoso?’ È un po’ come chiedere: perché tu sei tu? Come si può rispondere? Io non me ne preoccupo affatto: sono semplicemente me stesso. È o non è permesso in questa casa?”, eravamo seduti nel giardino.

Mi guardò di nuovo e chiese: “Cosa vuoi dire?”

Dissi: “Lo sai benissimo. Se non mi è permesso essere me stesso, non entrerò mai più in questa casa. Per cui, per favore, sii chiaro: o entro in questa casa con il permesso di essere me stesso, oppure mi dimentico questa casa e me ne vado ramingo, divento un vagabondo. Parlami con chiarezza e senza esitazione, sbrigati!”

Rise e disse: “Puoi entrare: è casa tua. Se non riesco a resistere e interferisco con te, me ne andrò io. Non occorre che tu lo faccia”.

E lo fece! Due mesi dopo questo colloquio non era più vivo. Non solo lasciò , le lasciò tutte, perfino il corpo, che era la sua vera dimora.

Amo quell’uomo perché amò la mia libertà. Posso amare solo se la mia libertà viene rispettata. Se devo scendere a compromessi, e ottenere amore in cambio della mia libertà, quell’amore non è per me. In quel caso è per comuni mortali, non per coloro che sanno.

In questo mondo quasi tutti credono di amare, ma se guardi gli amanti, sono l’uno prigioniero dell’altro. Che strano amore è questo amore che crea delle prigioni: può l’amore diventare un legame? Ma nel novantanove virgola nove per cento dei casi è così, perché l’amore non è mai esistito.

È un fatto che la gente comune pensi solo di amare; ma essi non amano, poiché quando sorge l’amore, dov’è l’”io” e dov’è l’”altro”? Quando sorge l’amore, immediatamente porta con sé un profondo senso di libertà, di non possessività. Ma quell’amore, sfortunatamente, accade solo molto di rado.

L’amore unito alla libertà: se lo avete, siete un re o una regina. Quello è il vero regno di Dio; l’amore unito alla libertà. L’amore vi dà le radici nella terra, e la libertà vi dà le ali.

Mio nonno mi diede entrambe le cose. Mi diede il suo amore, più di quanto avesse dato a mia madre o persino a mia nonna; e mi diede la libertà, il dono più grande che esista. E morendo mi diede il suo anello e con gli occhi pieni di lacrime mi disse: “Non ho altro da donarti”.

Dissi: “Nana, mi hai già dato il dono più prezioso che esista”.

Aprì gli occhi e chiese: “Qual è?”

Risi e dissi: “Te ne sei dimenticato? Mi hai dato il tuo amore e mi hai donato la libertà. Non penso che un bambino abbia mai avuto tutta la libertà che tu mi hai dato. Cos’altro può servirmi? Cos’altro mi puoi donare? Ti sono riconoscente. Puoi morire in pace”.

Da allora ho visto morire molte persone, ma morire in pace è veramente difficile. Ho visto solo cinque persone morire in pace: la prima fu mio nonno; la seconda fu il mio servo, Bhoora; la terza fu la mia Nani; la quarta fu mio padre e la quinta è stato Vimalkirti.

Bhoora morì solo perché gli era inconcepibile vivere in un mondo privo del suo padrone.. Morì, si rilassò nella morte. Era venuto con noi fino al villaggio di mio padre alla guida del carretto… quando per un po’ non sentì più nulla, nessun rumore veniva dall’interno della tenda, mi chiese: “Beta”, vuol dire figliolo, “vatutto bene?”

E di nuovo continuò a ripetere: “Perché questo silenzio? Perché nessuno parla?” Ma era il tipo di uomo che non curiosava dietro le tende… come poteva, visto che all’interno c’era mia nonna? Quello era il guaio, non poteva guardare… ma continuò a chiedere: “Cosa succede? Perché siete tutti in silenzio?”.

Dissi: “Tutto va bene. Ci stiamo godendo il silenzio. Nana vuole che restiamo in silenzio”. Era una bugia, perché Nana era morto, ma in un certo senso era vero: lui era in silenzio, e in quel modo diceva a noi di stare in silenzio.

Alla fine dissi: “Bhoora, tutto va bene; solo Nana se n’è andato”. Non poté crederci, disse: “Come può andare tutto bene? Senza di lui non posso vivere”. E in ventiquattr’ore morì. Fu come se un fiore si schiudesse… rifiutandosi di stare aperto di sua volontà sotto il sole e sotto la luna. Facemmo di tutto per salvarlo, perché adesso ci trovavamo nella città dove abitava mio padre.

Per l’India era una città piccola, aveva solo ventimila abitanti, e aveva un ospedale e una scuola. Noi facemmo di tutto per lavare Bhoora. Il dottore era stupito, non riusciva a credere che quest’uomo fosse indiano, sembrava troppo europeo, un errore biologico, non so… qualcosa doveva essere andata per il verso giusto.

Così come si dice “Qualcosa deve essere andato storto”, io ho coniato la frase “Qualcosa deve essere andato per il verso giusto”. Perché sempre storto?

Bhoora era in coma a causa dello shock che la morte del padrone gli aveva procurato. Gli avevamo mentito, finché non fummo arrivati in città: solo quando arrivammo e il corpo venne tirato giù dal carro, Bhoora poté vedere cos’era accaduto. Allora chiuse gli occhi e non li riaprì più. Disse: “Non posso vedere il mio padrone morto”. E si trattava solamente di un rapporto tra servo e padrone. Ma tra di loro era sorta una intimità, una vicinanza indefinibile… non riaprì più gli occhi. Questo lo posso affermare: visse solo poche ore, e prima di morire entrò in coma.

Mio nonno, prima di morire, aveva detto a mia nonna: “Prenditi cura di Bhoora. So che ti prenderai cura di Rajah – non te lo devo raccomandare – ma prenditi cura di Bhoora. Mi ha servito come nessuno avrebbe potuto fare”.

Dissi al dottore: “Sei in grado di capire la devozione che doveva esistere tra questi due uomini?”

Il dottore mi chiese: “È un europeo?”

Dissi: “Sembra…”

E il dottore: “Non fare il furbo. Sei un bambino, hai solo sette o otto anni, ma sei molto furbo. Quando ti ho chiesto se tuo nonno era morto, mi hai detto di no, e non era vero”.

Replicai: “No, era vero! Non è morto. Un uomo con un amore così grande non può morire. Se l’amore può morire, il mondo non ha più speranze. Non posso credere che un uomo che ha rispettato la mia libertà, che ha rispettato tanto la libertà di un bambino, possa essere morto solo perché non può più respirare. Non posso pensare che l’assenza di respiro corrisponda alla morte”.

Il medico europeo mi guardò sospettoso e disse a mio zio: “Questo ragazzino sarà un filosofo, oppure diventerà matto”. Sbagliava: sono entrambe le cose. Non si tratta di antitesi. Non sono Soren Kierkegaard: non si tratta di out-out. Ma mi chiedo perché non mi credette… è una cosa così semplice.

Ma le cose semplici sono sempre le più difficili da credere; quelle più difficili, le più semplici. Perché mai dovresti credere? La tua mente dice: “È una cosa così ovvia, non esistono complicazioni. Non c’è motivo di crederci”. A meno che tu non sia un Tertulliano… se dovessi scegliere una sola affermazione, nell’intera storia di tutte le letterature del mondo, mi spiace, ma non sceglierei tra le parole di Gesù Cristo, né tra quelle di Gautama il Buddha, e, mi spiace, non le sceglierei neppure tra quelle di Mosè o di Maometto, addirittura scarterei anche Lao Tzu o Chuang Tzu.

La mia scelta cadrebbe su questo strano personaggio, di cui non si conosce granché. Di preciso non so neppure pronunciare il suo nome, e meglio che lo sillabi: T-e-r-t-u-l-l-i-a-n-o. E la frase che sceglierei in assoluto è:”Credo quia absurdum”… solo tre parole: “Ci credo perché è assurdo”.

Sembra che qualcuno gli avesse chiesto in cosa credeva e perché, e Tertulliano rispose: “Credo quia absurdum: è assurdo, per questo ci credo”. Il motivo per credere in qualcosa, secondo Tertulliano è l’absurdum: “Perché è assurdo!”

Dimentichiamo per un momento Tertulliano. Stendete un velo su di lui. Guardate le rose. Perché le amate? Non è assurdo? Non c’è motivo di amarle. Se qualcuno insistesse nel chiedervi perché amate le rose, alla fine alzereste le spalle. Quell’alzata di spalle è il Credo quia absurdum. Quello è il senso della filosofia di Tertulliano.

Non capivo perché il dottore non potesse credere che mio nonno non era morto. Io sapevo, come sapeva lui, che per quanto riguardava il corpo, era finito: non c’era niente da dire. Ma esiste qualcosa di più del corpo: è nel corpo, e tuttavia non ne fa parte. Lasciatemelo ripetere per sottolinearlo: è nel corpo, e tuttavia non ne fa parte. L’amore lo mette in luce, la libertà gli fornisce le ali per librarsi alto nel cielo.

C’è ancora tempo?

“Sì, Bhagwan”.

Quanto? Andiamo pianissimo, sembra la celebrazione di un pover’uomo… andate all’estremo, non così, non cos’ piano: quello non è il mio stile. O bruciate o non bruciate affatto. O bruciate entrambi gli estremi nello stesso tempo, oppure lasciate che l’oscurità riveli la sua bellezza.

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata

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