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domenica 11 settembre 2022

Che bellissima Notizia

 


👉Mentre da noi si cercano le ultime gocce di petrolio, in Australia viene commercializzata la prima auto ad idrogeno, con tanto di stazioni per la ricarica in soli 5 minuti.
L’auto percorre 900 chilometri con un pieno e mentre si muove purifica l’aria.
Per la prima volta la tecnologia del fuel cell ad idrogeno viene applicata di serie su un’autovettura commercializzata e che soprattutto permette di avere un’autonomia così significativa, con tempi di ricarica bassissimi.
Si tratta della Hyundai Nexo un auto di piccola cilindrata che batte tutti i produttori di auto mondiali e stabilisce un record di sostenibilità, con un carico di 6,27 chilogrammi di idrogeno purifica 449.100 litri di aria durante il tragitto (quanto il consumo del respiro di 33 persone per un giorno intero) e dal suo tubo di scarico emette solo acqua. Questa automobile non produce CO2, nè altre emissioni inquinanti; basti pensare che un veicolo equivalente, con motore a combustione tradizionale, sulla stessa distanza emette circa 126 kg di CO2.
😎Il motore ad idrogeno entra così nel mercato delle auto e punta ad affiancarsi a quello elettrico tra le soluzioni di mobilità sostenibile che il mondo sta adottando. La Hyunday diventa così la prima casa automobilistica mondiale a produrre un veicolo a celle a combustibile a idrogeno per il mercato.
L’auto monta un sistema di celle a combustibile a idrogeno che per generare elettricità fa passare il gas attraverso una struttura membranosa dove incontra l'aria presa dall’ambiente esterno, un processo che alimenta un motore elettrico. L'elettricità generata in eccesso, compresa l'energia accumulata durante la frenata, viene immagazzinata in una batteria agli ioni di litio. Il rifornimento della Nexo impiega 5 minuti.
La prima nazione dove l’auto è stata messa in vendita è l’Australia, dove sono state costruite anche le prime stazioni di rifornimento.
Una vera visione di futuro sostenibile.

giovedì 13 agosto 2020

UN PIANETA SENZA FUTURO


di Franco Libero Manco

Il genere umano è paragonabile ad una cittadella  impossibilitata a rifornirsi all’esterno, che non si cura della crescita esponenziale dei suoi abitanti e delle scorte che stanno per finire

2.000 anni fa, la popolazione mondiale era di 250 milioni di persone. Nel 1950 il mondo contava circa 2 miliardi e mezzo di abitanti; nel 2000 quasi 6 miliardi e 7 miliardi nel 2011. Con l’attuale progressivo aumento si prevede che nel 2030 gli abitanti della terra saranno almeno 8 miliardi.

Questa umanità, che già oggi consuma il 30% di risorse in più di quelle che la terra è in grado di produrre,  s’incammina verso una realtà incerta e preoccupante. E il tempo rimasto per invertire la rotta è breve. Se non nullo.

Vittime della tecnologia, della cultura consumistica dominante e del benessere economico da raggiungere ad ogni costo, non si accorge di correre verso un futuro impossibile. In una tendenza irresponsabile quanto fuori controllo, si cercano soluzioni contingenti ai problemi che questa società crea di continuo, senza curarsi che con queste prospettive è improbabile avere un domani.

A mano a mano che aumenta il numero dei componenti umani si riduce non solo lo spazio vitale di ognuno ma il quantitativo giornaliero di alimenti necessari al sostentamento, ed è facile capire che quando questi saranno al limite della sussistenza vitale le conseguenze saranno drammatiche. Quando le popolazioni indigenti adotteranno lo stile di vita occidentale (che è nell’ordine naturale delle cose) e di conseguenza diminuiranno le risorse naturali, inevitabilmente aumenterà l’inquinamento generale: la cementificazione ridurrà ulteriormente la superficie di terra coltivabile; la natura sarà maggiormente depredata; i mari, i fiumi, i laghi, l’acqua saranno sempre più inquinati; sarà sempre più difficile smaltire l’immensa mole di rifiuti prodotti; le malattie, già a livello epidemico,  si moltiplicheranno; molte altre specie animali si estingueranno, per sempre, ecc. Se non ci sarà un’immediata un’inversione di tendenza è improbabile che l’umanità arrivi incolume alla fine del secolo.

La tendenza a vivere il quotidiano senza curarsi del domani non può durare. L’incremento demografico è una bomba ad orologeria e se il numero degli umani continua ad aumentare la terra non potrà sfamare le popolazioni future.

Con la miope percezione di chi propone soluzioni sintomatiche inerenti l’economia, l’inquinamento, le tasse, la mancanza di lavoro, la violenza (tutte cose sacrosante ma figlie di una causa a monte), non si va al motivo principale che determina questa inquietante situazione sociale: il consumo di prodotti animali, cioè la madre di tutte le cause, la massima imputata generatrice dei problemi più scottanti che affliggono il genere umano che non solo determina inquinamento generale e la progressiva distruzione dell’ambiente ma la gran parte delle malattie moderne che sottraggono immense  risorse umane e finanziare.

In un mondo in cui le risorse naturali diventano sempre più rare consumare carne in futuro probabilmente sarà considerato un delitto. In futuro non sarà consentito produrre carne sacrificando ingenti risorse alimentare indispensabili per l’uomo.

Non sarà tollerato sacrificare 15 kg di derrate, 50 mila litri di acqua potabile, 12 metri quadrati di foresta e consumare 7 litri di petrolio per produrre un solo kg di carne di manzo, e che questo produca non solo 36 kg di anidrite carbonica e gas serra che causa piogge acide, ma che le malattie dovute alla cattiva alimentazione dei prodotti carnei e all’inquinamento ricada sull’economia di ciascuno.

L’alimentazione carnea, come espressione di benessere economico, che ora si attesta a circa 80 kg circa pro capite in Europa e oltre 100 kg negli Stati Uniti, determinerà l’ulteriore distruzione delle foreste per adibirle a pascolo; le poche terre fertili rimaste saranno trasformate in monoculture per animali d’allevamento; la desertificazione si espanderà riducendo il territorio; i ghiacciai tenderanno sempre di più a sciogliersi invadendo le coste; le mutazioni climatiche, causate dall’inquinamento generale, renderanno proibitivi i prezzi degli alimenti; l’estate sarà sempre più rovente e l’inverno sempre più freddo e questo richiederà maggiore consumi di energia e ci sarà la corsa dei paesi per  appropriarsi delle poche fonti ancora disponibili.

La triste considerazione che i nostri governanti trovano difficoltà a riparare le buche delle strade lascia presagire che saremo inermi di fronte a problemi ben più gravi.

Sta ad ognuno di noi sentirsi parte in causa, responsabilizzarsi a far capire quanto sia sconsiderato e dannoso per tutti anteporre il piacere del palato ad un probabile, speriamo non tanto prossimo, collasso dei sistemi.

Nel Carmide Platone spiega perché avesse escluso la carne nella dieta della Città ideale: “Nutrire gli animali richiede sempre nuovi spazi da adibire a pascolo e questo porterebbe i popoli ad invadere i paesi vicini”.

L'immagine può contenere: spazio all'aperto, il seguente testo "CHI AMA DAWERO GLI ANIMALI E' VEGAN! Stella Yegan"

LA SCELTA DELLE PARTI

Non si può continuare a consumare #cibi innaturali e inadatti alla nostra natura e sperare di stare in buona #salute.
Non si può essere cinici, insensibili, indifferenti alla condizione degli altri e sperare di vivere in mondo di gente virtuosa e magari avere la serenità d’animo, la pace e l’equilibrio interiore.
Non si possono distruggere le #foreste e pensare che questo non abbia ripercussioni sulla nostra #vita.
Non si può contribuire con le nostre #scelte quotidiane a rovinare questa #società e nello stesso tempo sperare in un #mondo migliore.
L’ho già detto: in questo contesto sociale o sei il #problema o sei la #soluzione del problema!

TU DA CHE PARTE STAI? – #FrancoLiberoManco –

http://associazionevegananimalista.it/2020/08/12/un-pianeta-senza-futuro/ 

 

martedì 1 gennaio 2019

Australia: Tony Rinaudo, l'uomo che fa rinascere le foreste in Africa













Si chiama Tony Rinaudo e fa l'agronomo.

Nel tempo libero pianta alberi, e l'ha fatto per 30 anni.

Alla fine di questo tormentato 2018 volevo una storia bella e questa e' una di quelle, silenziose e piene di speranza; dove una persona sola puo' fare tanto, con quello che ha e che e'.

Nel giro di 30 anni Tony ha riforestato un area di 6 milioni di ettari, cioe' Piemonte, Lombardia e Veneto messi insieme nell'enorme continente oceanico.

In totale fanno 240 milioni di alberi, che ha curato e seguito con una tecnica da lui stesso inventata.

Tony Rinuado e' di Myrtleford, Victoria, in Australia. Da giovane si trasferi' in Niger, uno dei paesi piu' poveri del mondo. Era il 1981, e cerco' di piantare alberi qui, per conto di un gruppo di missionari, World Vision Australia.

I contadini locali praticavano un agricoltura "intensiva" nel senso che ogni centimetro era dedicato a piante, ma la terra era desolata ed arida, e i raccolti scarsi. Anche i suoi sforzi di piantare alberi per due anni furono vani.

I contadini vedevano il loro raccolto diminuire di stagione in stagione. La terra era semplicemente morta.

E cosi Rinuado cambio' tattica. Invece di piantare alberi noto' che c'erano piccoli cespugli selvatici che crescevano sponataneamente e che venivano spesso tagliati dai contadini per far spazio ad altro,
nella speranza di aumentare i propri raccolti, o per ricavarne legna da ardere.

Decise allora di dedicare energia e tempo per curare questi cespugli, con l'idea che visto che era l'unica cosa che cresceva se li si aiutava un po, forse si sarebbero ingraditi,  e avrebbero aiutato l'ecosistema.

Mise a punto una tecnica, oggi nota come Farmer Managed Natural Regeneration (FMNR) che parte da principi tanto semplici quanto logici: aiutare comunita' povere a rigenerare terre aride partendo da cio' che cresce spontaneamente.  Vengono usate vecchie pratiche in cui cespugli ed arbusti vengono tagliati per far legna, ma in modo che  non muoiano, assicurandone un ciclo vitale ottimale, e in cui gli alberi stessi vengono piantati e potati in modo da ottimizzarne la crescita, l'esposizione al sole e l'accesso all'acqua.

Rinaudo divenne noto come il "contadino scemo bianco" - ''the crazy white farmer'' ma lo stesso convinse dieci altri contadini dell'area a seguire il suo esempio: cioe' invece che abbattere questi cespugli, di aiutarlo a farli crescere.

Arrivo' la siccita';  questo convinse altri contadini a partecipare all'esperimento, e invece che tagliare gli arbusti, di curarli. Non avevano nulla da perdere. Grazie a questi cespugli che pian piano diventavano veri e proprio alberi piano piano l'ecosistema cambio'.

In meglio.  
I campi degradati divennero piu produttivi, grazie agli alberelli che davano ombra, aiutavano con le radici a trattenere acqua, rendevano il terreno piu' fertile ed evitavano l'erosione. E con campi, anche il pascolo del bestiame ne giovo'.

Campi dove c'erano uno o due o zero alberi per ettaro, ora ne hanno circa quaranta. La voce si sparse e tutt'a un tratto tutti i contadini volevano alberi nei propri campi.

A Rinaudo diedero un altro soprannome, l'uomo che sussurra agli alberi.

Sono passati trent'anni e appunto, sono stati rigenerati 240 milioni di alberi partendo dal Niger, e poi in tutto il mondo, dalla Somalia all'East Timor, dall'Indonesia alla Birmania. E' un metodo a basso rischio, a basso costo, ottimale per contadini che vivono in zone povere e che temono interventi iniziali troppo drastici. Tony Rinaudo e' ancora all'opera, ed oggi e' il Natural Resource Advisor di World Vision Australia.

Dice che per iniziare l'investimento il costo e' di due dollari. Il costo di un taglierino per far si che germogli di alberi possano crescere e per curarli da subito.

Rinaudo e' stato invitato a raccontare la sua storia al meeting mondiale sui cambiamenti climatici in Polonia, dicendo a tutti che gli alberi migliorano l'agricoltura, riducono le temperature, mantengono acqua nel terreno, assorbono anidride carbonica. Piantarli e curarli lo si puo' fare ovunque, anche in zone dove la temperatura raggiunge i 40 gradi ogni giorno  come mostra il suo esempio.
Qualche giorno fa gli e' stato assegnato il Right Livelihood Awards uno dei piu' grandi premi ambientali del mondo.

Ci sono due miliardi di ettari di terreni degrati al mondo; riforestarli non sarebbe una cattiva idea.

Ma il questo ultimo giorno del 2018,  il mio messaggio e': non occorre andare in Niger e dedicare 30 anni della propria vita a far nascere foreste.

Possiamo tutti far qualcosa per il pianeta, ogni santo giorno, con dedizione ed amore.

Al signor Tony Rinaudo, grazie.


http://dorsogna.blogspot.com/2018/12/australia-luomo-che-fa-rinascere-le.html

domenica 2 dicembre 2018

‘Madre Natura’ al contrattacco: gli elefanti africani si stanno evolvendo senza le zanne per difendersi dai bracconieri


Nel corso del tempo, molti animali si sono adattati al loro ambiente per evitare il pericolo e i predatori naturali. Sembra che gli elefanti abbiano iniziato ad adattarsi in reazione alla caccia da parte dei bracconieri per le loro zanne. Oggi, quasi un terzo della popolazione femminile di elefanti è priva di zanne.
Molti animali sono veri maestri del travestimento, gli orsi polari e le volpi artiche sono alcuni esempi. Entrambi si sono adattati per mimetizzarsi nell’ambiente in reazione ai predatori. Tuttavia, oltre che dai predatori naturali, molti animali devono preoccuparsi di essere cacciati dagli esseri umani; essendo gravemente minacciati dai bracconieri, sembra che anche gli elefanti si stiano adattando.
Secondo National Geographic, alcuni scienziati in Mozambico stanno indagando a fondo i tratti genetici di elefanti nati senza zanne nonché le conseguenze di questa caratteristica. Una volta, le femmine di elefante mozambicane senza zanne erano tra il 2 e il 4%, proporzione ora cresciuta a quasi un terzo della popolazione femminile di elefanti.
L’esperto di comportamento degli elefanti ed esploratore del National Geographic, Joyce Poole, ha spiegato che il bracconaggio ha un’evidente influenza sugli elefanti, non solo rispetto alle dimensioni della popolazione, ma anche in termini di evoluzione.
A Gorongosa, la caccia ha dato agli elefanti che non hanno sviluppato zanne un vantaggio biologico, spiega Poole, dato che i bracconieri cacciano gli elefanti con le zanne e risparmiano quelli che non ne hanno. Il che significa che gli elefanti senza zanne avranno più probabilità di arrivare ad avere figli, i quali, a loro volta, se non hanno zanne, avranno più chanches di continuare la specie. E così via.
E il fenomeno non è limitato al Mozambico. All’inizio degli anni 2000, il 98% delle 174 femmine di elefante nell’Addo Elephant National Park in Sudafrica non aveva zanne. Come scritto dagli scienziati, è una chiara dimostrazione della pressione esercitata dalla caccia e di come influenzi una popolazione provocando rapidi adattamenti evoluzionistici.

http://www.politicamentescorretto.info/2018/12/02/madre-natura-al-contrattacco-gli-elefanti-africani-si-stanno-evolvendo-senza-le-zanne-per-difendersi-dai-bracconieri/ 

venerdì 23 novembre 2018

La Grande Muraglia Verde

L’Africa sta costruendo un gigantesco muro di alberi per combattere gli effetti del cambiamento climatico. L’iniziativa ha preso il nome de La Grande Muraglia Verde. Coprirà tutta la larghezza del continente, costeggiando l’immenso deserto del Sahara e cercando di fermarne la costante espansione.
Funzionerà? Il grande muro è davvero un’opera immensa, maestosa. Attraverserà 11 paesi, misurerà 8,000 km di lunghezza e 15 di larghezza. Fino ad oggi il Senegal ha fatto i più grandi progressi, piantando 11 milioni di alberi nel tentativo di invertire la continua desertificazione e ridare un po’ di verde a quello che un tempo non era un deserto ma una distesa rigogliosa.
Senza alberi il vento scava il suolo e lo erode giorno dopo giorno. Adesso le foglie forniscono il compost necessario, la folta chioma degli alberi trattiene l’umidità dell’ambiente e offre un po’ d’ombra.
Le piante scelte sono alberi di acacia per la loro resistenza e per l’enorme capacità delle sue radici di trattenere acqua nel suolo. Così pian piano i pozzi che erano rimasti asciutti, si sono riempiti di acqua di nuovo, e intorno agli alberi è ora possibile fare altre colture.
Il muro ha generato una intera nuova economia, dato un lavoro ben retribuito, come è giusto che sia. Ma sopratutto il fatto di aver fermato la desertificazione, ha fermato bruscamente l’espatrio di tante persone.
Prima erano costretti a migrare per non morire di fame, mentre ora basta seguire la linea del muro verde e si può trovare lavoro. Così le persone stanno rimanendo dove sono nate, sono felici e possono immaginare un futuro diverso. Le scuole si sono riempite di bambini.

Il progetto è nato nel 2007, ci si aspetta che costi 8 miliardi di dollari in totale. Mancano ancora diversi anni per il suo completamento, ma la banca mondiale, le Nazioni Unite, l’Unione africana a altri organi, hanno promesso di prestare i soldi necessari per continuare a piantare.
É un’iniziativa davvero pionieristica, sopratutto nella lotta al cambiamento climatico globale e alla desertificazione. Potrà cambiare totalmente la vita di milioni di persone se sarà completato.
Se questo progetto sarà portato a termine non solo sarà la più grande opera dell’uomo, ma sarà anche la più bella.

martedì 20 novembre 2018

Svezia: aperta la eRoad Arlanda, la strada che ricarica le auto elettriche mentre si guida














E' la prima strada del mondo del suo genere e si trova in Svezia: se ci guidi sopra la tua auto elettrica o il tuo camion elettrico si ricaricano da sole. 

La strada e' stata inaugurata il giorno 11 Aprile 2018 e si chiama eRoad Arlanda.

Per ora consiste in due chilometri di strada elettrificata costruira sulle strade pubbliche nei pressi dell'aereoporto della citta' di Stoccolma che si chiama Arlanda. A pagare il tutto e' stato l'ente per il trasporto svedese. Il progetto, pilota certo, e' parte dell'obiettivo di Svezia di arrivare ad una societa' zero fonti fossili, incluso il ramo trasporto, entro il 2030.

Cioe' veramente vogliono liberarsi dal petrolio!

Come funziona? 

L'energia arriva all'automobile da un braccio meccanico parte della macchina stessa che riesce a collegarsi da sola alla strada sottostante che e' stata elettrificata.

Il braccio si attiva quando la macchina arriva sul tratto stradale in questione grazie a dei sensori magnetici. La strada invece e' divisa in sezioni da 50 metri ciascuna con alimentazione erogata solo quando la macchina ci passa sopra. Se la macchina si ferma, la corrente viene disattivata.

La strada riesce anche a calcolare quanta energia e' stata erogata, e cosi anche ad addebitare i costi giusti dell'energia al consumatore (qui niente e' gratis!).

Ad inaugurare il tutto, un camion diesel trasformato in camion elettrico della ditta svedese PostNord. La tratta del camion e' breve, 12 chilometri dall'aereoporto al centro logistico dove trasporta merci, ma il tratto viene percorso di routine. 

L'intero processo' e stato disegnato per essere silenzioso ed efficente.
Tutto e' automatico al 100%.

Il capo della eRoad Arlanda si chiama Hans Säll e dice che i costi di operazione saranno minimali, con taglio delle emissioni per il tratto interessato che possono arrivare fino all'80 o al 90 percento.

Per ora si parte con 2 chilometri, ma se le cose vanno come dovrebbero l'obiettivo di Säll e' di arrivare a circa 20,000 chilometri di autostrade.

In questo modo uno, in teoria, potrebbe usare il sistema autostradale di Svezia senza avere mai tempi morti di ricarica, perche' combinando le ricariche stradali e l'autonomia di ciascuna automobile le macchine dovrebbero sempre avere carica.

Altre stime piu' ottimistiche parlano di soli 5,000 chilometri.

Certo i costi sono fantasmagorici: 1 milione di euro a chilometro. Ma come per tutte le cose e' un inizio, una prova. Se le cose funzioneranno, potrebbe arrivare la produzione di massa, l'abbattimento dei costi, l'entusiasmo del volerlo.

Per ora gli Svedesi sono soddisfatti della loro tecnologia, del mostrare al mondo che si puo', e che sono loro a mostrare la strada maestra.


https://dorsogna.blogspot.com/2018/04/svezia-aperta-strada-che-ricarica-le.html

giovedì 26 aprile 2018

L'industria dei bus elettrici manda in crisi il petrolio

26/4/2018


L'industria dei bus elettrici manda in crisi il petrolio

fonte: Il Sole 24 Ore
Altro che "nicchia". L’industria dei bus elettrici si sta espandendo con numeri che potrebbero farsi sentire sul mercato petrolifero, infliggendo un colpo sensibile alla produzione quotidiana di barili. A trainare il fenomeno è la Cina, il mercato che detiene il 99% dei 385mila bus elettrici diffusi in tutto il mondo. Il 17% dell’intera flotta disponibile nel paese, con una media di 9.500 bus a zero-emissioni aggiunti sulle strade ogni settimana. Secondo una stima di Bloomberg Energy News Finance, ogni “infornata” di 1000 bus a batterie rende superflui 500 barili di petrolio al giorno. A fine anno si potrebbe arrivare a un taglio 279mila barili al giorno, l’equivalente dei consumi energetici di un paese come la Grecia. Sempre secondo l’agenzia Usa, i bus ecologici stanno cavalcando la tensione politica e amministrativa per frenare l’inquinamento nei grossi centri urbani. Un’emergenza particolarmente sentita in Cina, non a caso leader del mercato, dove le soglie di smog d’allarme hanno causato 1,6 milioni di vittime nel 2015.
L’azienda leader: risparmiamo 6,8 miliardi di litri di benzina l’anno
Byd Auto, l’azienda cinese che detiene il 13% del mercato domestico, ha messo sulle strade 14mila veicoli nella sola città di Shenzen e ne ha costruiti un totale di 35mila (con una flotta di 20 bus anche a Torino). La capacità produttiva è di 15mila bus l’anno, con impatti stimati dalla stessa azienda in un risparmio complessivo di 6,8 miliardi di litri di carburante e 18 milioni di tonnellate di anidride carbonica in meno (quanto prodotto in un ann0 da 3,8 milioni di automobili). Il fenomeno si sta facendo largo anche fuori dai confini cinesi. A quanto riporta Bloomberg, la lista delle 13 metropoli impegnate nei «trasporti a emissione zero» include Parigi, Londra, Los Angeles e Città del Messico. Londra, in particolare, sta riconvertendo la sua storica flotta con l’obiettivo di arrivare al 100% di bus a impatto zero entro il 2037. Il network della City ha un fabbisogno di 1,5 milioni di barili di carburante l’anno. Se la flotta diventasse del tutto green, si parlerebbe di un taglio di 430 barili al giorno per ogni migliaio di bus elettrificati. L’equivalente dello 0,7% di consumi di diesel in meno nell’intero Regno Unito.

https://www.ilblogdellestelle.it/2018/04/lindustria_dei_bus_elettrici_manda_in_crisi_il_petrolio.html



martedì 17 aprile 2018

In Portogallo energia pulita al 100%. - Claudio Mastrodonato

17/4/2018

Energia pulita? Si può. Lo scorso marzo l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta del Paese.

Arriva un record dal Portogallo. E non ha a che fare con Cristiano Ronaldo, primo nome e argomento che ai più viene in mente se si parla della nazione lusitana. Questa volta il record ha a che fare con la sfera ambientale. Con le fonti di energia rinnovabili.

In Portogallo le rinnovabili superano il consumo totale.

Marzo 2018 sarà ricordato come il mese in cui l’energia pulita prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta totale del fabbisogno del Paese iberico.
Entriamo più nel dettaglio.
Risultati immagini per pale eoliche a sobral
Pale eoliche a Sobral de Monte Agraco, in Portogallo
Calcolando la media mensile, si è andati a constatare che la produzione di energia derivante dal sole, piuttosto che dal vento, è stata superiore (il 103%), e quando non lo è stato – ad esempio mercoledì 7 marzo – ha comunque raggiunto il confortante dato dell’86%.
Numericamente, sono 4812 i GW prodotti contro i 4647 richiesti.
Non è corretto, tuttavia, parlare di un exploit. Dietro questo successo ambientale ci sono anni di progressi del settore, di investimenti, di aggiornamenti e sperimentazioni sul campo. Già da 3-4 anni si sono registrati percentuali vicine al 90% del fabbisogno mensile del Portogallo, segno di un costante progresso. Adesso se ne raccolgono i frutti.
Nel dettaglio, i maggiori contributi derivano dall’idroelettrico – che da solo vale più della metà dei dell’energia pulita prodotta – e l’eolico, garantito dai venti che spirano incessanti dall’Oceano Atlantico.
E non ci si vuole fermare qui.
Spostando il naso un po’ più in là, si stima che entro l’anno 2025 si smetterà di utilizzare il carbone per la produzione energetica, ed entro il 2040 le energie rinnovabili saranno sufficienti a soddisfare – sempre, costantemente – il fabbisogno del Portogallo, andando drasticamente ad intervenire sulle emissioni di CO2.

Energia pulita in Italia?

Come i lusitani, anche il Bel Paese sta investendo in maniera massiva sulle rinnovabili, e condivide con lo Stato iberico la prospettiva del carbon free del 2025.
Tuttavia si è ancora lontani dal traguardo portoghese (e da altri Stati ad onor del vero, si pensi alla Penisola scandinava o alla Scozia, con percentuali anche qui vicine alla perfezione): allo stato attuale dalle fonti di energia alternative si copre solo un quinto della richiesta.
Estendendo il focus ai Paesi aderenti all’Unione Europea – comunque – l’Italia è il terzo Stato che genera energia pulita, con più di 10 punti percentuali, dopo Germania e Francia. Ma soprattutto è in linea con le direttive europee e con gli obiettivi fissati per il prossimo triennio.

lunedì 9 aprile 2018

La Grande Muraglia Verde



L’Africa sta costruendo un gigantesco muro di alberi per combattere gli effetti del cambiamento climatico. L’iniziativa ha preso il nome de La Grande Muraglia Verde. Coprirà tutta la larghezza del continente, costeggiando l’immenso deserto del Sahara e cercando di fermarne la costante espansione.
Funzionerà? Il grande muro è davvero un’opera immensa, maestosa. Attraverserà 11 paesi, misurerà 8,000 km di lunghezza e 15 di larghezza. Fino ad oggi il Senegal ha fatto i più grandi progressi, piantando 11 milioni di alberi nel tentativo di invertire la continua desertificazione e ridare un po’ di verde a quello che un tempo non era un deserto ma una distesa rigogliosa.
Senza alberi il vento scava il suolo e lo erode giorno dopo giorno. Adesso le foglie forniscono il compost necessario, la folta chioma degli alberi trattiene l’umidità dell’ambiente e offre un po’ d’ombra.
Le piante scelte sono alberi di acacia per la loro resistenza e per l’enorme capacità delle sue radici di trattenere acqua nel suolo. Così pian piano i pozzi che erano rimasti asciutti, si sono riempiti di acqua di nuovo, e intorno agli alberi è ora possibile fare altre colture.
Il muro ha generato una intera nuova economia, dato un lavoro ben retribuito, come è giusto che sia. Ma sopratutto il fatto di aver fermato la desertificazione, ha fermato bruscamente l’espatrio di tante persone.
Prima erano costretti a migrare per non morire di fame, mentre ora basta seguire la linea del muro verde e si può trovare lavoro. Così le persone stanno rimanendo dove sono nate, sono felici e possono immaginare un futuro diverso. Le scuole si sono riempite di bambini.

Il progetto è nato nel 2007, ci si aspetta che costi 8 miliardi di dollari in totale. Mancano ancora diversi anni per il suo completamento, ma la banca mondiale, le Nazioni Unite, l’Unione africana a altri organi, hanno promesso di prestare i soldi necessari per continuare a piantare.
É un’iniziativa davvero pionieristica, sopratutto nella lotta al cambiamento climatico globale e alla desertificazione. Potrà cambiare totalmente la vita di milioni di persone se sarà completato.
Se questo progetto sarà portato a termine non solo sarà la più grande opera dell’uomo, ma sarà anche la più bella.

mercoledì 4 aprile 2018

Samso, la città danese che dimostra che l’indipendenza energetica è possibile

samsoSamso è un’isola di 114 chilometri quadrati davanti allo Jutland, in Danimarca. La sua peculiarità? E’ la prima isola completamente indipendente sotto il profilo energetico, alimentata esclusivamente attraverso fonti rinnovabili e a bassa emissione di anidride carbonica. Una scelta che non solo l’ha reso il lembo di terra meno impattante a livello europeo, ma che ha pure salvato l’economia del luogo, che negli anni ’90 pareva destinato a trasformarsi in un’isola in via di spopolamento a causa della diminuzione dei posti di lavoro nella pesca e nell’agricoltura tradizionale.

IN DIECI ANNI RIDOTTE DEL 60% LE EMISSIONI.
La svolta di Samso arriva nel 1997, quando il governo danese lancia un bando per le isole del paese: agevolazioni fiscali in cambio di un piano per trasformare l’isola in un luogo a impatto zero. A Samso approvano un piano di investimenti da 28 milioni di euro, finanziati anche attraverso cooperative costituite dai cittadini. Per prima cosa viene costruito un parco eolico offshore composto da 10 turbine che si innalzano al largo della costa del Mare del Nord, mentre altre 11 vengono istallate sulla terraferma. Poi iniziano i piani di ammodernamento delle abitazioni: ogni casa riveste il proprio tetto di muschio per evitare la dispersione di calore e istalla dei pannelli solari per autoprodurre parte dell’energia necessaria. Il restante viene ottenuto dalle biomasse. Se nel 1997 l’isola produceva ogni anno 11 milioni di tonnellate di CO2, oggi queste sono crollate a 4,4 milioni. Così, nel giro di sei anni, nel 2003, Samso ha potuto annunciare di aver completato la riconversione dell’isola, divenuta energeticamente indipendente ed ecosostenibile, con quattro anni di anticipo sui 10 anni inizialmente previsti.
COME LA RICONVERSIONE ENERGETICA HA RILANCIATO L’ECONOMIA. Nella misura in cui era possibile, tutti i lavori e le costruzioni sia delle materie prime necessarie che di costruzione e istallazione degli accorgimenti energetici, sono stati affidati a cooperative di cittadini. Nove turbine eoliche su undici sono possedute dagli agricoltori, mentre le restanti due sono nelle mani di cooperative energetiche locali. Inoltre, uno dei quattro sistemi di riscaldamento è posseduto direttamente dai cittadini tramite l’azionariato popolare. Una serie di misure che hanno permesso che la riconversione verde dell’isola si trasformasse in un beneficio anche economico per i cittadini: oggi i 28 milioni di euro investiti sono interamente rientrati alla comunità, metre nell’isola si è fortemente ridotta la disoccupazione e si è fermata la fuga dei cittadini verso la terraferma che negli anni ’90 pareva mettere a rischio la stessa esistenza dell’isola. Risultati che permettono a Samso di progettare la sua nuova rivoluzione: risolvere anche il problema della mobilità, ancora troppo dipendente dal petrolio. A questo fine si sta già lavorando per la progressiva introduzione di impianti a idrogeno per i mezzi di trasporto, sia pubblici che privati.
QUANDO ECOLOGIA FA RIMA CON DEMOCRAZIA. A rendere preziosa l’esperienza di Samso non sono solo i risultati ecologici raggiunti, ma anche e soprattutto il modo con cui essi sono stati realizzati. L’aspetto veramente rivoluzionario del progetto di Samso è che per essere messo in pratica si è coinvolta l’intera comunità, che è stata partecipe in ogni aspetto decisionale ed attuativo di questa svolta. Troppo spesso – e in Italia lo sappiamo bene – i progetti di riconversione energetica vengono affidati ad aziende che hanno in mente solo il business, mentre agli abitanti del luogo rimangono solo il ronzio ed il fastidio visivo delle pale eoliche, le quali non contribuiscono nemmeno a ridurre i costi della bolletta. A Samso si è dimostrato che è possibile una nuova via dove, nella riconversione della città, ambiente e beni comuni diventano una stessa cosa, con benefici per tutti. Certo si tratta di una esperienza nata su una piccola isola, per di più all’interno di uno stato già di per sé molto avanzato per quanto riguarda queste tematiche, ma sicuramente rappresenta la testimonianza pratica che attraverso scelte coraggiose ed il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della città si possono ottenere grandi risultati.
http://www.dolcevitaonline.it/samso-la-citta-danese-che-dimostra-che-lindipendenza-energetica-e-possibile/

venerdì 30 marzo 2018

La Norvegia progetta una città del futuro



Oslo, la capitale della Norvegia, potrebbe presto essere la città più orientata al futuro e sostenibile del mondo.
4 milioni di metri quadrati, nell’area dell’Aeroporto di Oslo, vedranno la costruzione di Oslo Airport City, città sostenibile e futuristica, alimentata interamente da energia rinnovabile e servita esclusivamente da veicoli elettrici.
La città, che verrà costruita in 30 anni, sarà la prima città aeroportuale energeticamente positiva con la capacità di vendere l’energia in eccesso agli edifici, alle comunità e alle città circostanti. Il luogo scelto per il progetto non è un caso: gli aeroporti non sono più costruiti intorno alle città principali, ora le città sono costruite intorno agli aeroporti.
Sostenuta dal passaggio “ambientalista” dei governi norvegesi, da un’economia basata sul petrolio a un’economia alimentata da energie rinnovabili, l’aeroporto di Oslo comprenderà caratteristiche a basse emissioni di carbonio e tecnologie verdi.
La città sarà basata su tecnologia, con piani per incorporare auto elettriche senza conducente, illuminazione automatica e tecnologia intelligente per servizi come la mobilità, i rifiuti e la sicurezza. L’aeroporto di Oslo, di proprietà del governo, è oggi l’aeroporto più digitalizzato d’Europa e dovrebbe essere il primo a gestire la sua prima flotta elettrica a partire dal 2025.
Per soddisfare la passione della Norvegia per lo sport e le attività all’aria aperta, OAC avrà molteplici  attività ricreative incentrate su un parco pubblico, oltre al tradizionale hub cargo e business. È previsto un centro città senza auto e i suoi cittadini non saranno mai più a cinque minuti di distanza dai mezzi pubblici. La città comprenderà anche la fornitura generosa di spazi verdi per la crescente forza lavoro dell’aeroporto, che si prevede che aumenterà da 22.000 a 40.000 persone entro il 2050.

Tomas Stokke Direttore del progetto afferma: “Questa è un’opportunità unica per progettare una nuova città da zero. Grazie a strategie di pianificazione urbana solide, come la percorribilità a piedi, densità adeguate, facciate attive e un centro città privo di auto, in combinazione con gli ultimi sviluppi tecnologici, saremo in grado di creare una città verde e sostenibile.  Sfruttando la posizione centrale nell’Europa settentrionale, una forza lavoro altamente qualificata e la vicinanza ad un aeroporto verde ed espansivo, OAC ha tutti gli ingredienti necessari per divenire un successo. Questo è il tipo di progetto più entusiasmante che possiamo fare come architetti e sono molto orgoglioso di esserne parte”.
Thor Thoeneie, Amministratore Delegato di Oslo Airport City: “Oslo Airport City sarà un catalizzatore per l’attività economica di alto valore in Norvegia. Ci aspettiamo che crei posti di lavoro a lungo termine e altamente qualificati, creando prodotti basati sulla scienza e la tecnologia e fornendo occupazione in servizi, quali l’assistenza sanitaria specializzata e l’istruzione e la formazione dei dirigenti”. Come sviluppatori di città a lungo termine con particolare attenzione alle soluzioni sostenibili e innovative, crediamo che il futuro dello sviluppo delle città aeroportuali in Norvegia e Oslo non sia una questione di se, ma quando!”.
La città dell’aeroporto di Oslo ha ricevuto un’autorizzazione di massima per lo sviluppo e alcune delle aree hanno autorizzazioni dettagliate. La costruzione della prima fase dovrebbe iniziare nel 2019/20, con il completamento dei primi edifici nel 2022.

mercoledì 28 marzo 2018

La mia città del futuro


di Beppe Grillo – Ci sono alcuni aspetti che non è possibile ignorare quando pensiamo alle nostre città. Abitiamo in questi bunker a cielo aperto, dove oramai è difficile uscire. Sono ambienti pensati nell’800, sono fatti per tante persone che lavorano.
Sebbene quest’ultima frase possa sembrare banale, non lo è. Le città dove viviamo sono immaginate per tante persone, ma non così tante come ce ne sono ora, nè per lo sviluppo urbano che si prevede. Oggi Roma è la 13esima città più trafficata al mondo (Milano è al 50esimo posto, Napoli 53, Torino 104), in media un cittadino romano passa 4 giorni e 4 notti ogni anno nel traffico.
Inoltre sono fortezze, bunker a cielo aperto, dove si rimane rinchiusi. Tutto ciò che abbiamo costruito nelle città è pensato per il lavoro, anzi per un certo di tipo di lavoro. Con le tecnologie già esistenti potremmo cambiare da domani l’aspetto delle nostre città. Roma per esempio spende più di 230 milioni all’anno solo per la manutenzione stradale e sue infrastrutture.
Ed è incredibile, chi lavora come impiegato passa dal computer di casa a quello dell’ufficio. Non ha senso. Potremmo far rimanere a casa questi dipendenti. Magari un po’ alla volta. Iniziando con 2 o 3 giorni alla settimana.
La maggior remora riguardo al lavoro da casa è per la produttività. C’è l’idea che lavorare da casa sia meno conveniente per le imprese. Tutto il contrario. Secondo una ricerca effettuata da British Telecom, un operatore telefonico britannico, con i suoi 10mila lavoratori da casa, ha il 20% in più di resa rispetto a chi lavora in ufficio.
Per quanto riguarda l’Italia, i dati diffusi dall’Osservatorio Smart Working del politecnico di Milano, lavorare da casa aumenta la produttività mediamente del 25%, raggiungendo picchi del 50% in più.
Il motivo riguarda il lavorare in un ambiente più comodo, tranquillo, senza distrazioni date da colleghi e continue riunioni (uno delle prassi più inutili delle imprese).
Ora immaginate con un cambiamento così semplice cosa accadrebbe dal giorno dopo: meno traffico, meno inquinamento e quindi meno spese per la manutenzione e la sanità, cittadini più tranquilli e felici. Si, perché spesso si guarda solo ai dati economici e mai alla qualità della vita. Abbiamo una vita sola, dovremmo cercare di spenderla nel modo migliore. Immaginate inoltre se le automobili in città fossero almeno tutte ibride.
Pensiamo poi al consumo della terra. Gli ambientalisti sono veramente preoccupati e anche gli agricoltori. Le nostre città sono costruite intorno alle strade, strade pensate per lavori e stili di vita di un secolo fa.
Gas a effetto serra: un enorme risparmio, perché le auto sono la più grande fonte di emissioni, e le città che non dipendono così tanto dalle auto ovviamente creano grandi risparmi. La riduzione della media di Km all’anno per nucleo familiare, potrebbe dimezzarsi, dai circa 26.500 per nucleo familiare, a circa 13.500. Questo avrebbe un enorme impatto non solo sulla qualità dell’aria e sulle emissioni di carbonio ma anche sul portafoglio delle famiglie. Ãˆ molto costoso viaggiare così tanto. Le auto ibride potrebbero essere una buona via di mezzo. Oramai le tecnologie ci sono e le auto a disposizione consumano poco e sono affidabili. Forse costano ancora un po’ troppo, ma se fossero disponibili solo ibride, il loro presso scenderebbe di molto.
Perché non usare poi di più le gambe e le biciclette? Questa è una funzione delle nuove città che dovremmo costruire.
In città di questo tipo i mezzi pubblici potrebbero viaggiare tranquillamente. Quando Londra decise di far diventare il centro totalmente pedonale ci fu un aumento spropositato dell’efficienza di tutti i mezzi pubblici. Spesso sentiamo dire che il Comune dovrebbe aumentare il numero di mezzi pubblici e cosi i cittadini avrebbero la possibilità di abbandonare le loto auto. Ma in questo modo i mezzi pubblici arriverebbero ancor più in ritardo. Il traffico delle metropoli non è fatto, ne pensato per questo tipo di mezzi. Solo togliendo questa enorme mole di auto potremmo beneficiare di un aumento delle vetture pubbliche.
Los Angeles, ha deciso di trasformarsi in un ambiente più orientato al trasporto pubblico. Di fatto, dal 2008, hanno stanziato 400 miliardi di dollari per il trasporto pubblico e zero dollari per le nuove autostrade. C’è stato un’enorme trasformazione: LA diventa una città di pedoni e trasporto pubblico, non una città di auto.
In Cina c’è un’espansione ad alta densità senza controllo. Enormi edifici e un inquinamento terrificante. La maggior parte delle persone è costretta a girare le città con le mascherine. Il 12% del PIL della Cina viene speso a causa del suo impatto sulla salute. Non è davvero possibile continuare cosi, soprattutto per l’Italia che a dir di tutti dovrebbe vivere di turismo.
Con l’aumento dell’automazione della produzione, si lavorerà sempre meno e le nostre città non sono fatte per la grande scoperta che sconvolgerà il mondo: il tempo libero, il divertimento. Non hanno spazi del genere. Non è logico.
Pensiamo alla logica. Se solo un terzo delle persone ha una macchina, perché dedichiamo il 100 per cento delle strade alle auto? Se chiudessimo il 70 per cento delle strade alle auto e lo dessimo a tutti gli altri, in modo che il trasporto pubblico sia scorrevole, in modo che si possa camminare o andare in bici?
Camminare. Che bella parola. Una città non è bella se non è piacevole camminarci. Ne è un esempio Maidar Eco City, la città dal progettista tedesco Stefan Schmitz che si sta costruendo in Mongolia: la città sarà divisa in vari quartieri, ciascuno dei quali funzionerà come città autonoma all’interno di una città. Di conseguenza, ogni distretto avrà tutti i suoi servizi chiave entro un raggio di 600 metri. Le auto non saranno richieste dai futuri abitanti dell’ eco-città, né sono richieste; le strade principali di Maidar City – le arterie urbane – sono progettate esclusivamente per pedoni, ciclisti e mezzi di trasporto pubblico a propulsione elettrica.
Dobbiamo cambiare radicalmente l’idea di città che abbiamo in mente. Soprattutto perché le città diventeranno i nuovi Stati (a questo riguardo vi invito a leggere l’articolo di Robert Muggah).
In ogni caso voglio essere ottimista. La gente capisce quello che una città può e dovrebbe essere. Ora dobbiamo solo applicare quel che sappiamo.