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venerdì 13 gennaio 2017

Osho: Rischia ogni cosa per la Consapevolezza

13 Gennaio 2017
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È un bene che ti stia rendendo conto di un fenomeno davvero essenziale: nelle relazioni sociali eri diventato meccanico, automatico. Venendo qui, sei più rilassato. La velocità della mente, piano piano va diminuendo. E man mano che la tua consapevolezza diviene limpida, la tua meccanicità va scomparendo. Devi comprendere che la consapevolezza e la meccanicità non possono coesistere, non esiste alcuna convivenza possibile tra questi due fattori. Nella vita sociale non ti è richiesto di essere consapevole – ci si aspetta che tu sia efficiente. L'efficienza è una qualità delle macchine, le macchine sono più efficienti degli esseri umani. Poiché è richiesta efficienza tu diventi più meccanico, e diventando più automatico la tua consapevolezza scompare. E la consapevolezza è il tuo vero essere. Con l'efficienza e la meccanicità, puoi riuscire a guadagnare più soldi, più potere, più prestigio, più rispettabilità, ma perderai te stesso. E stai perdendo te stesso molto a buon mercato: ciò che stai guadagnando in cambio non ha alcun valore. Sai quante persone hanno vissuto prima di te su questa terra? Ti rendi conto del fatto che milioni di loro erano persone di successo? Milioni di loro erano famosi nel loro tempo, e adesso la gente non ricorda nemmeno i loro nomi. Tutti sono scomparsi simili a sogni, senza lasciare alcuna traccia. Anche noi stiamo per scomparire nello stesso modo. Le uniche poche persone che sono morte e tuttavia continuano a vivere nell'amore della gente, nella fiducia della gente, non sono quelle di maggior successo – gli imperatori i conquistatori del mondo, i più ricchi. Quelle poche persone che, malgrado la loro morte, ancora pulsano nei cuori degli uomini appartengono a una categoria del tutto diversa: erano persone di consapevolezza, gente con un'anima. Il loro impatto è stato così profondo che resterà fino all'ultimo uomo. Gautama il Buddha, Lao Tzu, Kabir, Cristo, al Hillaj Mansur – costoro non possono essere dimenticati. Continueranno a vivere nelle dimensioni più profonde del vostro essere per la semplice ragione che non hanno mai fatto un compromesso fra la loro consapevolezza e le aspettative del mondo degli affari. Dunque, come prima cosa, sei diventato consapevole. Rendi la tua consapevolezza più acuta, e la prossima volta che ti relazioni in società non c'è bisogno di diventare come un automa. Forse non sarai efficiente come un robot – e allora? Forse non avrai l'efficienza che l'automatismo permette – e allora? Lascia che sia così, in questo modo spariranno come bolle di sapone. Non provare invidia per quegli automi. Sii compassionevole nei loro confronti e considerati appagato con la tua consapevolezza. Rischia ogni cosa per la consapevolezza, ma non mettere mai a rischio la consapevolezza per qualcos'altro. Non esiste un valore più alto della consapevolezza. La consapevolezza è il seme dell'essenza divina dentro di te. Quando giunge a una sua piena crescita, sei giunto al compimento del tuo destino. Più la tua consapevolezza va in profondità, meno potrebbero essere efficienti le tue azioni, ma avranno una qualità nuova – la qualità della grazia – che è ben più preziosa. Nessuna macchina può avere la qualità della grazia. Le tue azioni, le tue parole avranno una bellezza particolare. Nel modo in cui vive un uomo di consapevolezza, ogni momento è colmo di grazia e bellezza straordinarie. Ciò è riflesso nelle sue azioni, anche nelle azioni più piccole – nel semplice gesto della sua mano o anche solo nel modo in cui guarda, nella profondità dei suoi occhi o nell'autorità delle sue parole, oppure nella musica del suo silenzio. La sua stessa presenza è una celebrazione. 
Osho

sabato 16 luglio 2016

Osho: Il peso dell’ego non permette di elevarsi




 16 Luglio 2016

 

Cosa può impedire all’uomo di raggiungere l’essenza divina? E cosa può tenerlo legato alla terra?

Qual è il potere che non permette al fiume della vita di raggiungere l’oceano?

Io affermo che è l’uomo in quanto tale: il peso del suo ego non gli permette di elevarsi. E non è la forza di gravità della Terra, bensì il peso del suo ego simile a una montagna, che non gli permette alcuna ascensione. Noi viviamo schiacciati dal nostro stesso peso, e perdiamo qualsiasi capacità di movimento. La Terra ha potere soltanto sul corpo – la sua gravità lo lega a sé – ma l’ego ha legato perfino l’anima a questa terra: il suo stesso peso impedisce all’anima di elevarsi verso i cieli, togliendole ogni potere.

Questo corpo è composto di terra, ne è un frutto e alla terra tornerà; ma, a causa dell’ego, l’anima viene deprivata dell’essenza divina. In questo modo è forzatamente obbligata a seguire il corpo, sebbene questo sia del tutto inutile.

Se l’anima non può conseguire l’essenza divina, la vita diventa un dolore intollerabile. Il divino è l’unico appagamento dell’anima; essa ne è la piena manifestazione, e ogni volta che quell’appagamento viene impedito, insorge una sofferenza atroce.

Quando il potenziale che il sé ha di diventare verità viene ostacolato, si ha dolore e sofferenza; e questo perché la piena manifestazione del sé è beatitudine.

Non lo riconosci? Non vedi questa lampada? È una lampada priva di vita, fatta di creta; ma la fiamma che racchiude è immortale. La lampada proviene dalla terra, ma la fiamma giunge dai cieli. Ciò che appartiene alla terra resta sulla terra, ma la fiamma si eleva continuamente verso il cielo ignoto. Il corpo dell’uomo è qualcosa di simile: è fatto di terra, ma la sua anima no. L’anima non è una lampada priva di vita, bensì una fiamma immortale; ma, a causa del peso dell’ego, anch’essa non si può elevare al di sopra della terra.

Solo coloro che sono, sotto tutti i punti di vista, liberi dall’oppressione dell’ego potranno progredire verso il divino che è l’esistenza.

Ho sentito raccontare una storia...

Su una montagna inaccessibile, sulla cima più alta, c’era un tempio d’oro dedicato a Dio. Il sacerdote di quel tempio era diventato ormai vecchio e aveva annunciato che la persona di maggior forza e potenza dell’intera umanità sarebbe stata riconosciuta come il suo successore. Non c’era riconoscimento più alto di quello, su tutta la Terra.

Il giorno stabilito, i candidati più validi iniziarono a salire la montagna. Chi avesse raggiunto il tempio per primo, posto in cima a quella montagna altissima, di certo avrebbe dimostrato di essere il più forte. Quando iniziarono la scalata, ciascuno dei contendenti portava sulle spalle un masso enorme, per mostrare la sua forza; ciascuno di loro portava un peso che tutti pensavano rappresentasse il loro vigore; la scalata era davvero impervia, e avrebbe richiesto un mese... c’era il rischio che parecchi concorrenti perdessero la vita.

Forse, proprio per questo sentivano un pungolo e una sfida: per migliaia di persone era la prova della loro fortuna e della loro capacità di resistenza. Con il passare dei giorni, parecchi scalatori vennero distanziati, qualcuno si perse tra crepacci e vallate con le loro pietre sulle spalle; altri, come risultato di quello sforzo, crollarono esausti e lasciarono questo mondo mortale, sempre portando le loro pietre. Ma, anche così, gli altri concorrenti, stanchi e indeboliti continuarono ad andare avanti, fermamente determinati a procedere. Chi ancora proseguiva non ebbe tempo di pensare a coloro che erano caduti, né aveva la forza di farlo.

Poi, un giorno, tutti gli scalatori si stupirono nel vedere una persona, che si erano lasciati alle spalle, che procedeva di gran carriera e li superava a gran velocità. Costui non portava alcuna pietra sulle spalle che rivelasse la sua forza: la mancanza di quel peso doveva essere il motivo per cui stava procedendo così spedito... di certo doveva averla abbandonata da qualche parte.

Tutti iniziarono a ridere della sua stoltezza; infatti, che senso aveva che qualcuno arrivasse in cima, privo di qualsiasi segno che rivelasse la sua forza?

Per cui, quando con estrema difficoltà e dopo fatiche penosissime, qualche mese dopo quegli scalatori arrivarono finalmente al tempio di Dio, non poterono credere ai loro occhi: videro che quell’uomo non particolarmente forte, che era arrivato al tempio per primo gettando via la sua pietra, era stato nominato sacerdote del tempio.

Prima che potessero lamentarsi per quell’ingiustizia, il vecchio sacerdote li accolse, dicendo: “Solo coloro che si sono liberati dal peso del loro ego hanno il diritto di entrare nel tempio di Dio. Questo giovane ha dato prova di una forza di tipo assolutamente nuovo. Il peso di una pietra, che simboleggia l’ego, non è in realtà una prova di forza.

E con profondo rispetto, vorrei chiedere a tutti voi: chi vi ha dato l’idea di dover trasportare delle pietre sulle spalle, prima di intraprendere questa ascesa? E quando l’ha fatto?”.

Osho: Crea il tuo destino

venerdì 15 luglio 2016

La preghiera non è chiedere



15 Luglio 2016

 

Ero ospite in un villaggio. Sebbene fosse piccolo, aveva un tempio, una moschea e pure una chiesa. Quella gente era molto religiosa e al tramonto, ogni giorno, andava nel proprio luogo di adorazione. Perfino di notte nessuno andava a letto, se non dopo aver fatto una visita. E quasi ogni giorno si celebravano feste religiose.

Ma la vita di quel villaggio assomigliava a quella di molti altri villaggi. La religione e la vita non sembra si siano mai toccate: la vita ha i suoi percorsi e la religione ne ha altri; corrono parallele tra loro, pertanto non si pone mai il problema di un loro incontro. Come risultato la religione di quei paesani divenne arida e spenta, e le loro esistenze scorrevano senza alcuno spirito religioso.

Ciò che accadeva in questo villaggio sta accadendo in tutto il mondo. Visitai ognuno dei loro luoghi di culto per un paio di giorni, cercando di cogliere qualche segno nei cuori di quei cosiddetti devoti e nei sacerdoti. Scrutai nei loro occhi, sondai le loro preghiere, parlai con loro, esaminai le loro esistenze. Osservai il loro andirivieni, i loro stili di vita e visitai alcune delle loro case. Interrogai i vicini, raccolsi le opinioni dei seguaci di una fede, rispetto alle altre. Presi informazioni dai sacerdoti di un tempio, rispetto agli altri. Misi a confronto gli studiosi di una religione con quelli delle altre...

giunsi così alla conclusione che quel villaggio in apparenza religioso era assolutamente irreligioso. C’era una facciata di religione e una vita irreligiosa.

Una simile facciata è necessaria solo se si vive una vita priva di spirito religioso. Infatti, i luoghi di culto non esistono forse solo per nascondere scene del crimine?

I cosiddetti sacerdoti di Dio non avevano nulla a che fare con lui; di certo volevano che continuasse a esistere, perché portava soldi! E i devoti di qualsiasi fede non provavano alcun amore per il loro Dio: stavano cercando una sicurezza dalle paure e dai pericoli del mondo, e pregavano Dio perché li aiutasse a realizzare i loro desideri mondani. Inoltre, coloro le cui vite stavano per finire volevano essere rassicurati da Dio rispetto alle vite future: tutti in quel posto amavano solo i piaceri, gli svaghi e i divertimenti.

Poiché il loro amore era rivolto soltanto al mondo, nessuna delle loro preghiere era, di fatto, un’orazione rivolta a Dio. Nelle loro preghiere chiedevano di tutto, fatta eccezione per un risveglio dello spirito e, in realtà, finché una preghiera racchiude in sé una richiesta, non è affatto intesa come rivolta a Dio.

Una preghiera diventa reale solo quando è libera da domande, richieste, pretese. Anche se racchiude una brama di Dio, quella preghiera non è reale; lo è soltanto quando è del tutto libera da qualsiasi bisogno. E di certo una simile preghiera non può contenere alcuna lode: la lode non è preghiera, è adulazione, lusinga; elogiando Dio si tenta di corromperlo. Questa non è solo la manifestazione di una mente ben misera, è anche un tentativo di ingannare... e cos’altro potrebbe essere più stupido di un tentativo di truffa come questo? Facendolo, non si fa altro che ingannare se stessi.

Amici miei, la preghiera non è un domandare: è amore, è un arrendersi alla totalità dell’esistenza.

La preghiera non è un adulare: è un profondo stato di gratitudine; e là dove c’è un senso di riconoscenza così profondo, non esistono parole.

La preghiera non è linguaggio, è silenzio; è un consacrarsi all’infinito. La preghiera non possiede parole, è la musica dell’infinito: una musica simile ha inizio, quando tutte le altre finiscono.

La  preghiera  non è  devozione, né  può  esserci alcuno spazio per un qualsiasi culto. La preghiera non ha nulla a che fare con il mondo esteriore; non ha alcuna relazione con l’altra gente: è il più intimo risveglio del proprio essere.

La preghiera non è azione, è consapevolezza; è presenza consapevole: non è un fare, è un essere.

Alla preghiera occorre unicamente la nascita dell’amore. Perché accada, neppure il concetto di Dio è di qualche utilità, addirittura è un ostacolo insormontabile. Ovunque ci sia preghiera, là c’è Dio; ma ovunque esista l’idea di Dio, il divino è incapace di essere presente, proprio a causa di quella presenza.

La verità è una sola. Dio è uno solo. Invece le menzogne sono tante, le idee e i concetti sono tanti; pertanto i templi sono tanti. Proprio per questo non diventano soglie bensì mura che annullano qualsiasi tentativo di realizzare il divino.

Chi non ha trovato il tempio di Dio nell’amore non troverà il divino in nessun altro tempio.

Cos’è l’amore? È forse attaccamento a Dio? Un attaccamento non è amore: là dove esiste attaccamento, c’è sfruttamento. Nell’attaccamento qualcun altro è il soggetto, e quel soggetto è l’io. In realtà, in amore l’altro non esiste: essere in relazione con qualcun altro implica l’ego; e là dove l’ego esiste, non c’è alcun Dio.

L’amore esiste e basta; non è orientato verso qualcuno: è semplicemente presente. Là dove esiste un amore per qualcuno, là è presente la delusione; un simile “amore” è attaccamento, è un desiderio. Quando l’amore è semplicemente fine a se stesso, ecco che non esiste alcun desiderio: quella è preghiera. Il desiderio è simile ai fiumi che scorrono verso l’oceano; l’amore è simile all’oceano stesso: non scorre verso alcuna meta. È semplicemente se stesso, non ha alcuna attrazione per nessuno; esiste di per sé e, come l’oceano, anche la preghiera è così. Il desiderio è il fluire, l’attrazione e la tensione; la preghiera è uno stato dell’essere: si acquieta in se stessa.

Amore e perfezione si attirano senza alcun motivo, senza che si siano viste e senza essere tirate.

Io chiamo questo tipo d’amore “preghiera”.

In tutti gli altri casi le nostre preghiere non sono vere, sono soltanto autoinganni.

Un prigioniero condannato all’impiccagione giunse al carcere. Ben presto, l’intera prigione echeggiò delle sue preghiere a Dio: le sue devozioni e le sue orazioni iniziavano prima dell’alba. Il suo amore per

Dio era sconfinato, quando pregava dai suoi occhi scorrevano fiumi di lacrime. Nacque così un senso di distacco, generato dal suo amore per Dio, presente in tutti i suoi inni devozionali: lui era un devoto di Dio e, ben presto, gli altri prigionieri divennero suoi seguaci.

Il direttore del carcere e tutti i secondini iniziarono a trattarlo con rispetto; e la sua routine di orazioni continuò arrivando a coprire l’intera giornata e la notte. Mentre si alzava, si sedeva o camminava, le sue labbra continuavano a ripetere: “Rama, Rama, Rama”. Tra le sue mani i grani del rosario scorrevano ininterrottamente, persino sul suo scialle aveva fatto stampare “Rama, Rama, Rama” ovunque!

In tutte le sue ispezioni il direttore del carcere trovava quest’uomo intento nelle sue devozioni. Ma un giorno, quando si presentò, scoprì che il prigioniero stava ancora dormendo della grossa, sebbene il sole fosse ormai alto!

Il suo scialle e il suo rosario giacevano ignorati in un angolo. Il direttore pensò che forse non si sentiva bene; ma quando si informò presso gli altri prigionieri, gli fu detto che stava benissimo. Eppure nessuno sapeva come mai le sue preghiere a Dio si erano interrotte all’improvviso, la sera precedente.

Il direttore svegliò il prigioniero e gli chiese: “Il sole è ormai sorto da tempo, non preghi più al mattino?”.

Il prigioniero replicò: “Pregare e adorare? Perché mai dovrei farlo, adesso? Proprio ieri ho ricevuto una lettera da casa in cui mi si informa che la pena di morte è stata commutata in sette anni di carcere. Qualsiasi cosa volevo da Dio mi è stata concessa: non sarebbe giusto disturbare ulteriormente quel poveretto... per nulla!”.

Osho: Crea il tuo destino

venerdì 24 giugno 2016

Osho: L’ego vuole ciò che nessun altro possiede



24 GIUGNO 2016
 Un multimilionario si stava facendo costruire un palazzo; e non appena fu terminato, lui si ritrovò moribondo. È ciò che accade spesso: la persona a cui viene costruito un palazzo spesso muore durante i lavori, prima di poterci vivere. Persone simili vogliono costruire un luogo dove vivere, invece stanno costruendo le loro tombe.

Era quello che stava succedendo: il palazzo era finito, ma il proprietario era prossimo alla fine. E quel palazzo non aveva confronti!

L’ego vuole ciò che nessun altro possiede; e solo per quello l’uomo perde la sua anima. L’ego, che è un fenomeno inesistente, può sperimentare la propria esistenza unicamente diventando il più importante; può sperimentare la propria esistenza solo primeggiando. Quel palazzo era senza paragoni da tutti i punti di vista – come bellezza, come stile e come comodità – ragion per cui il multimilionario era alle stelle per la felicità.

L’intera capitale parlava di lui, chiunque vedeva quel palazzo restava senza parole.

Alla fine, perfino il re venne a vederlo. Anche lui non riusciva a credere ai suoi occhi; al confronto, la sua reggia sembrava poca cosa. In cuor suo provò invidia, ma esteriormente iniziò a decantarlo e a lodarlo.

Il multimilionario fraintese la sua invidia, ritenendola un encomio e, provando riconoscenza per quegli elogi, disse: “È tutto dovuto alla grazia di Dio”, ma in cuor suo sapeva che tutto ciò era stato possibile grazie ai suoi sforzi.

Mentre salutava il re, sul portone gli disse: “Ho costruito solo un ingresso a questo palazzo. In una dimora come questa i ladri non possono entrare: chiunque entri o esca deve passare da quest’unico portone”.

Un vecchio che si trovava tra la folla, fuori dal portone, sentendo le parole del ricco, scoppiò in una fragorosa risata. Il re gli chiese: “Perché ridi?”.

L’uomo rispose: “Posso sussurrare il motivo solo nell’orecchio del ricco”. Poi si avvicinò al padrone di casa e gli sussurrò: “Ho riso perché ti ho sentito elogiare la presenza di un solo accesso al palazzo. In questo palazzo immenso quello è l’unico difetto: così la morte potrà entrare e portarti via. Se non avessi fatto fare quell’unico portone, il palazzo sarebbe stato perfetto!”.

Anche nella vita l’uomo costruisce palazzi; e in tutti esiste lo stesso difetto, ragion per cui nessuna casa si rivela il posto perfetto dove vivere. In tutte c’è come minimo un’entrata e quella porta diventa l’accesso per la morte.

D’altra parte, sarebbe forse possibile dimorare nella vita, senza che ci sia una porta per la morte? Sì, è possibile! Ma una casa simile non ha mura: ha solo porte su porte, e poiché ci sono solo porte, quelle soglie restano invisibili. La morte può entrare soltanto da una porta; là dove esistono soltanto porte su porte, una simile soglia non esiste.

L’ego crea mura nella vita. Poi, perché il sé possa entrare e uscire, fa come minimo una porta, e quella è la porta della morte. La casa dell’ego non può restare libera dalla morte: una porta resta sempre, e quella è la soglia di cui abbiamo parlato. Se non avesse quell’unica apertura, l’ego morirebbe, si ucciderebbe.

D’altra parte esiste una vita senza l’ego. Quella vita è immortale, perché non ha alcuna soglia da cui la morte possa entrare, e non ci sono mura che la circondano.

Là dove non esiste alcun ego, c’è l’anima. L’anima è sconfinata e senza fine, come il cielo; e ciò che è sconfinato e senza fine è immortale.

Osho: Crea il tuo destino

sabato 18 giugno 2016

Osho: Di fronte all’ignoto



18 GIUGNO 2016
   
Ero seduto al capezzale di un uomo di ottantaquattro anni che stava morendo. Aveva tutti i malanni che una persona potrebbe avere, e tutti  insieme.  Da tempo era preda di un dolore insopportabile, alla fine aveva perso peso; ogni tanto sveniva. Da anni non si alzava più dal letto, la sua vita era dolore e soltanto dolore; ma perfino in quella condizione voleva vivere: neppure allora era pronto a morire.

Anche se la vita è diventata peggiore dell’inferno, nessuno vuole mai morire: come mai questa brama di vivere è così cieca e tanto inappagante? Ti costringe a lottare con le unghie e con i denti. In cosa consiste questa paura della morte? E come puoi aver paura della morte, se non l’hai neppure sperimentata? In realtà, si può solo temere ciò che si conosce, perché essere spaventati dall’ignoto? Rispetto all’ignoto si può solo avere un desiderio o una propensione a conoscerlo.

Ogni volta che qualcuno lo andava a trovare, quel vecchio piangeva: sciorinava lamentele su lamentele. Le lagne non muoiono, anche mentre si muore; forse fanno compagnia alla gente, anche dopo la morte.

Era disgustato da tutti i dottori, eppure ancora non aveva abbandonato la speranza: con l’aiuto di qualche amuleto ancora sperava di continuare a vivere.

Lo trovai solo e gli chiesi: “Vuoi ancora vivere?”. La domanda lo fece di certo sussultare, sicuramente pensava che gli avessi fatto una domanda infausta. Poi, con un dolore profondo disse: “Adesso rivolgo a Dio una sola preghiera: che mi porti via”. Ma la falsità di quelle parole era scritta su tutto il suo volto.

E mi venne in mente una storia...

C’era una volta un taglialegna. Era stanco, povero, infelice e vecchio. Non riusciva più a tagliare abbastanza legna per mantenersi; ogni giorno le sue forze scemavano. E al mondo non aveva nessuno.

Un giorno, dopo aver tagliato legna nella foresta, la stava raccogliendo in fascine e mormorava: “Neppure la morte viene a salvarmi da questa vita sofferta, in questa tarda età”. Ma non appena disse quelle parole, sentì la presenza di qualcuno, di fianco a lui; sulla spalla gli si posò una mano invisibile e gelata. Tutto il suo corpo e il suo respiro tremarono. Si voltò e non riuscì a vedere nessuno; ma anche così, di certo qualcuno era presente: sulla sua spalla sentiva il peso di una mano gelida.

Prima che potesse parlare, quel potere invisibile disse: “Sono la morte. Dimmi, cosa posso fare per te?”.

Il vecchio taglialegna ammutolì. Era inverno, ma il suo corpo iniziò a sudare copiosamente. In qualche modo riuscì a raccogliere il coraggio sufficiente per chiedere: “O divina, abbi pietà di questo poveretto. Che cosa vuoi da me?”.

La morte disse: “Sono qui perché ti sei ricordato di me”.

Il taglialegna raccolse tutte le sue forze e disse: “Perdonami. Ero sovrappensiero: saresti così gentile di aiutarmi a sollevare questa fascina di legna? Ti ho chiamato solo per questo e, in futuro, non ti chiamerò mai più; oppure, se per errore lo facessi, non occorre che tu venga. Grazie a Dio, sono molto felice”.

Quel vecchio stava pensando a questa storia, quando qualcuno entrò e gli disse: “È arrivato un sant’uomo. Si narrano molte storie sui suoi poteri miracolosi. Lo devo far entrare, così che ti veda?”.

Un lampo di speranza illuminò il volto di quel vecchio e a fatica si sollevò, dicendo: “Dov’è quest’uomo santo? Svelto, fallo venire! Dopotutto non sono così malato; in realtà, sono i medici che mi stanno uccidendo. Dio mi vuole salvare, ed è per questo che sono ancora vivo, malgrado tutti loro: chi potrebbe mai uccidere una persona che Dio vuole salvare?”.

A quel punto mi accomiatai. Ma non appena giunsi a casa, ricevetti la notizia che quel vecchio non era più in questo mondo.

Osho: Crea il tuo destino