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sabato 12 settembre 2020

Moso, la popolazione delle donne senza marito


La popolazione dei MOSO

All’interno dello Yunnan in Cina sopravvive una societa’ organizzata in modo molto diverso rispetto alla nostra. Cultura che e’ menzionata anche nel testo del Milione di Marco Polo del 1200.

«La società matriarcale dei Moso si distingue da altre società simili perché non pratica il matrimonio». La società occidentale ha affermato che la famiglia nucleare monogamica è l’unica istituzione universale. Alla base invece del sistema solidissimo dei Moso sta assoluta residualità del matrimonio e invece la prevalenza delle “unioni itineranti” relazioni si, ma limitata nel tempo basata principalmente sull’amore reciproco e sul desiderio sessuale fin quando dura. Un giorno o una vita. Dove la violenza coniugale e’ inesistente, la gelosia viene derisa e la relazione tra uomo e donna è puramente sentimentale sessuale e non legata alla classe sociale o la situazione economica e dove la separazione non costituisce un dramma.

Chi sono i Moso e dove vivono?

«I Moso sono una minoranza etnica matriarcale e matrilineare, che vive nello Yunnan» (yun = nuvola; nan = sud), provincia sudoccidentale della Cina situata ai piedi dell’ Himalaya, ai confini con il Tibet, in un paesaggio di valli e montagne attraversato dal fiume Yangtze. Un’unica strada conduce al lago Lugu, “lago Madre” nella lingua dei Moso, a 2.700 metri sul livello del mare.

La casa dei Moso

All’ingresso del villaggio principale campeggia la targa di benvenuto, che recita in cinese e in inglese: “Benvenuti nel Paese delle Donne”. Inizia da qui il viaggio nella vita quotidiana dei Moso. Le case sono costruite interamente in tronchi di legno e si compongono di una stanza comune, detta Meng Low, che è anche la stanza dove si ricevono le visite e dove dorme la “Dabu” la matriarca che tiene le redini dell’estesa famiglia. Comunicante con questa, c’è una terza stanza, la “camera dei misteri”, la cui porta è sempre chiusa: qui, si dà alla luce i figli e si onorano i defunti.
All’interno della casa matriarcale il fuoco resta sempre alimentato. C’e’ un altare davanti al quale si fanno le offerte degli antenati ed esistono due pilastri di legno che sostengono il tetto; quello di destra è simbolo femminile è quello di sinistra e simbolo maschile, quello che simbolo femminile è fatto con la parte bassa dell’albero quello che simbolo maschile è fatto con la parte alta dell’albero.
Nella Meng Low ci sono panche basse tutt’intorno che a sera diventano letti per i bambini che vivono nella casa. Al centro della stanza c’è un focolare costantemente acceso con sopra una marmitta piena di acqua, per avere sempre acqua calda per cucinare, per il tè e da bere, poiché i Moso non bevono acqua fredda. La famiglia moso è una famiglia estesa a discendenza matrilineare: i figli vivono della famiglia della madre. Nonostante le donne Moso possano avere due bambini ciascuna (in casi rari, è concesso loro di averne fino a 3), l’indice di natalità resta basso, circa lo 0,8%: in una famiglia moso ci potrebbero essere più donne in età di procreare e se ognuna decidesse di avere due figli, come consentito dal regolamento vigente, ci sarebbero troppi bambini di cui occuparsi. La maternità è estesa anche ai figli delle altre donne: i bambini infatti considerano le altre donne della famiglia come “madri”, anche se distinguono la madre naturale da queste. In netta controtendenza rispetto alla politica nazionale del figlio unico maschio, nascere bambina non solo è consentito, ma è una benedizione in area moso.

La famiglia Moso

I Moso vivono nella stessa famiglia fino alla quarta generazione, insieme alla Dabu, la donna più anziana che ricopre il ruolo di capofamiglia. La sua autorità è riconosciuta da tutti i membri del nucleo familiare e la sua elezione è regolata da criteri di meritocrazia: al momento della successione, infatti, la Dabu in carica sceglie colei che prenderà il suo posto tra le donne della sua famiglia più meritevoli per imparzialità, capacità della gestione domestica e dei beni, moralità e rispetto per la persona.
Questi elementi determinano l’autorità della Dabu, che non abusa mai del suo potere: le decisioni sono condivise, ma lei ha l’ultima parola, e possono coesistere due Dabu senza che vi sia competizione tra di loro. L’uomo non è oggetto di oppressione da parte delle donne: sa occuparsi molto bene dei figli delle sorelle, costruisce e ripara la casa. Una siffatta distribuzione dei ruoli ne fa una società democratica ed egualitaria. Il matriarcato moso, infatti, non è l’equivalente del patriarcato.

Le attività lavorative dei Moso

I Moso sono una società contadina, uomini e donne lavorano indistintamente la terra servendosi di una tecnologia semplice: aratro a trazione animale, per l’aratura, bastone da scavo, per la semina e raccolta manuale del prodotto finale. Coltivano principalmente cereali, prodotti orticoli ma non il riso: le risaie non rientrano nella cultura moso, essendo la loro una comunità montana. Si praticano anche la pesca e la raccolta di una particolare pianta lacustre, e del suo fiore, che mangiano insieme alla carne o in zuppe: per queste attività, i Moso si servono di imbarcazioni scavate a mano da tronchi d’albero (attività di competenza degli uomini), senza motore. L’unica imbarcazione a motore presente sul lago è un natante con funzione di ambulanza, data l’impraticabilità della strada in determinati periodi dell’anno. La tessitura, praticata dalle donne, e l’oreficeria, praticata dagli uomini, sono tra le attività più diffuse. Negli ultimi anni, però, l’incremento del turismo ha permesso lo svilupparsi di altre attività commerciali. Principalmente sono sorti piccoli ristoranti e pensioncine a conduzione familiare, nei villaggi più facilmente raggiungibili. Il turismo porta benessere ma anche le prime avvisaglie di un divario economico tra le famiglie, prima inesistente. I Moso non lo incoraggiano, però va da sé che se una casa o un ristorante si affacciano sul lago, questi sono maggiormente richiesti dai turisti. Lo stesso dicasi per i villaggi: quelli prospicienti il lago sono preferiti a quelli situati più all’interno.

Il matrimonio e usi sessuali dei Moso

«I Moso si amano, ma non si sposano. Considerano il matrimonio come un attacco alla famiglia stessa». Con questa affermazione lapidaria, per il pubblico “occidentale”, ci conduce al centro della cultura moso, e della sua peculiarità principale. La cultura moso fa della separazione tra vita sentimentale e vita famigliare un principio irriducibile. Le relazioni tra uomo e donna avvengono nella più totale libertà sessuale, soprattutto da parte della donna: non esiste il concetto di proprietà della persona. I Moso dicono “ Tu non sei mio e io non ti appertengo”. Le loro relazioni affettive si basano sull’amore, sono disinteressate, non sono vincolate né da legame economico, né giuridico, nella totale convinzione che non si costruisce su un sentimento così fragile come l’amore.

All’età di 13 anni avviene il passaggio alla vita adulta: la ragazza riceve il costume tradizionale tessuto da tutte le donne del villaggio, che indosserà da quel momento in ogni occasione di festa comunitaria. Riceve inoltre la chiave della “camera dei fiori”, dove porterà il suo innamorato. La camera dei fiori viene costruita dagli uomini allargando la casa e donata alla giovinetta.

Anche il ragazzo riceve il costume tradizionale, ma non la chiave. Nessun membro della comunità oserà infrangere la privatezza degli incontri amorosi: il rispetto della privacy è osservato da tutti. Quando due persone si piacciono, la donna conduce l’uomo nelle sua stanza dei fiori dalla quale, passata la notte, l’uomo se ne va.

Per farvi ritorno il giorno dopo e quello dopo ancora. La segretezza accompagna la relazione fin quando non diventa stabile; a quel punto, la donna ne parla alla Dabu che per l’occasione prepara una cena a cui parteciperanno le donne anziane più vicine alla famiglia. Il legame tra i due innamorati è detto “unione itinerante” proprio per il suo carattere non fisso: è l’uomo a spostarsi nella casa della compagna e vi continua ad andare ogni notte, finché c’è amore tra i due. Quando il sentimento si esaurisce, l’uomo torna a dormire nella sua casa materna e la separazione avviene senza drammi ne’ strepiti, ne’ conflitti.

Le coppie abitano separatamente. Ciascuno abita nella propria dimora della propria famiglia materna e passano insieme la notte per separarsi all’alba.
L’assenza del matrimonio non ha conseguenze sulla comunità: non vivendo insieme, non ci sono contrasti. Le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria sessualità. I figli appartengono alla famiglia della madre, la loro educazione è affidata alla famiglia, i beni non sono in comune. I bambini non crescono con il padre biologico, anche se egli può vederli e stare con loro quanto vuole, ma spesso le donne avendo relazioni multiple non sanno bene di chi e’ il padre. Ma questo non costituisce un problema perche’ i figli sono considerati bene condiviso comune.

Fino a poco tempo fa, i bambini potevano anche non sapere il nome del loro padre, ma con l’istruzione obbligatoria cinese si è resa necessaria la paternità manifesta per poterli iscrivere a scuola. Questo fatto tuttavia, non è fonte di frustrazione nei bambini, che crescono nell’amore dei famigliari e in serenità.
L’infedeltà è anacronistica, dal momento che le coppie non si promettono mai niente a lungo. La violenza domestica non esiste, nessuno è proprietà di nessuno, si appartiene solo alla famiglia materna. La gelosia è derisa, anche pubblicamente: è un fattore culturale, non naturale. Ciò non vuol dire che tra i Moso non c’è violenza, ma questa è sporadica: si ha solo dove le coppie si sposano e coabitano.
La rara violenza non viene occultata, ma è resa pubblica e la gestione del conflitto è regolata da una donna saggia: i Moso sono tolleranti. Sono gelosia e violenza che generano disordine, nella visione Moso.

I Moso non hanno bisogno della matrimonio per riprodursi, dal punto di vista economico, come da quello biologico. L’unione Itinerante e’ un’unione soltanto affettiva e sessuale. Il passaggio della proprietà segue invece strada del tutto diverso all’interno della famiglia composto dalla madre da fratelli, sorelle ,figli maschili e femminili, ma tutti discendenti dal ramo femminile.

Per i Moso una famiglia nucleare monogamica tipica occidentale, è molto complessa, perché ti deve occupare di tutto il carico di lavoro molto intenso, mentre nella famiglia matriarcale il carico di lavoro è condiviso.
I bambini prendono i nomi dalle madri e l’asse ereditario è esclusivamente femminile (si eredita dalle madri).

Le madri sono il capo del nucleo familiare. I maschi adulti e le figlie femmine nascono, crescono e restano nella casa di famiglia con le madri. I bambini sono allevati dalle madri in una situazione di famiglia allargata che comprende zie e zii, cugini e cugine, e naturalmente, la nonna.

I Moso sono un popolo pacifico. Sono persone molto miti ed educate.
Non esiste il vincolo di matrimonio. Nella loro comunità è sconosciuta la gelosia, la violenza sessuale e l’omicidio. Credono che le donne portino il semi dei loro figli dentro di sè fin dal momento della nascita e per loro ‘non importa chi irriga il seme’.
Quando le ragazze raggiungono la pubertà, l’intero paese festeggia con la “Cerimonia della Gonna”.
Questa è una occasione molto gioiosa, si mangia tutti insieme, si beve e la ragazza riceve doni.

La cerimonia indica alla comunità che la giovane donna è pronta per prendersi tutti gli amanti che vuole. Una volta che una figlia è diventata donna la madre le ricava una sua stanza personale nella casa di famiglia. La stanza serve alla ragazza per intrattenere i suoi amanti davanti al calore di un fuoco.
I Moso sono un popolo modesto, hanno un forte senso di umiltà e riservatezza. Il comportamento sessuale è per loro una condotta completamente privata.
Il potenziale amante bussa alla finestra della stanza di una giovane donna che, in precedenza, lo ha avvertito di essere stato scelto attraverso una serie di ritualita’, nelle danze serali.
Uomini e Donne possono accettare o rifiutare il corteggiamento, mentre l’insistenza è considerata di cattivo gusto.
Sono sempre comunque le donne ad avere l’ultima parola e quindi il controllo la situazione, anche perché sono le sole disporre della propria camera, mentre gli uomini dormono in una stanza comune con fratelli e zii.

Il modo più tradizionale per corteggiare una donna quello di improvvisare una canzone che tesse le Grazie e la bellezza, se la donna rispondeva al controcanto a sua volta la canzone e’ chiaro che stava accettando la corte avrebbe aspettato l’amante nella sua camera.
Un’altra strategia di corteggiamento consiste nella appropriarsi di un oggetto che apparteneva alla persona desiderata, se questo non veniva reclamato significato da che i due avrebbero passato la notte insieme.

In alcuni villaggi uomo regala una cintura alla donna se lei non gradisce compagnia gliela restituisci va in caso contrario la teneva e lo aspettava la camera dei fiori. Una donna che collezionava molte cinture e’ una donna dai parecchi pretendenti e vengono portate con fierezza legate alla vita.
In altri casi durante le danze la donna stringe tre volte la mano all’uomo se lo vuole incontrare nella camera dei fiori.
Ciò accade di sera, dopo che tutta la famiglia si è ritirata nelle sue stanze per la notte. Se la giovane donna è disposta, gli apre la porta. Passano la notte insieme e lui lascia la casa al mattino prima che la famiglia si alzi. In questo modo le storie d’amore sono vissute in modo da non interferire con le abitudini della famiglia, che è il fondamento della comunità Moso.

Le donne Moso hanno di solito molti amanti e possono avere molti figli. Le loro famiglie sono orgoglioso di questo comportamento, perfettamente in accordo con la tradizione Moso. Avere molti amanti e molti figli è “adempiere alle aspettative dell’intera Comunità”.
In contrasto con la maggior parte delle società occidentali, non esiste vergogna o senso di colpa collegato alla condotta sessuale.
In realtà, il comportamento che ha la totale approvazione nella cultura Moso, ha prodotto disapprovazione e scandalo nella maggior parte delle altre culture occidentali.
Gli unici rapporti che sono proibiti fra i Moso, come nella maggior parte delle culture, sono le relazioni tra fratelli e consanguinei.

I Moso non hanno il concetto di matrimonio o dell’illegittimità dei bambini. Ogni neonato viene accolto, amato e celebrato con orgoglio, come evento gioioso, anche oltre la famiglia.
Nella società matriarcale la famiglia vive tutto sotto lo stesso tetto i suoi membri non si sposano. La cura degli anziani come quella dei bambini alla questione già risolta: tutti sono a carico di tutti. Tutti lavorano e la proprietà non viene mai divisa a causa dell’ eredità; il patrimonio familiare cresce costantemente all’interno del clan femminile.

I rapporti sono liberi

I rapporti sono liberi e se non funziona con una persona funziona sicuramente con un altro. In questa società non esiste l’omosessualità punto non sanno nemmeno che cosa significa. I Moso scoprono che esiste l’omosessualità quando vanno nei paesi occidentali nelle grandi città cinesi.

E’ evidente che in una societa’ dove i rapporti tra maschile e femminile funzionano la omosessualita’ diventa anacronistica.
Se una matriarca osserva un figlio o una figlia fannullona li minaccia di farli sposare in senso monogamico, perche’ non sanno stare nella collaborazione in gruppo e condividere i lavori. Solitamente questa minaccia risolve i contrasti e fa tornare la “voglia di condividere il lavoro.

La maternità.

Tutte le donne svolgono la funzione materna verso i figli delle sorelle. I bambini sono considerati la reincarnazione degli antenati, fino a tre anni stanno con la madre, poi si trasferiscono nella Meng Low e dormono con la Dabu fino ai 13 anni. La funzione di padre è svolta dallo zio materno. In una società matrilineare il padre naturale non ha alcun ruolo perché non è considerato consanguineo: la consanguineità ha valore sociale e culturale, più che biologico.
Ma in nessun caso i bambini sono privati dell’affetto dei padri, né i padri dei figli. Concetti come “figlio illegittimo”, “complesso di Edipo” non esistono presso i Moso; se non ci sono discendenti maschili, si adottano maschi adulti. Anche le donne sono adottabili, ma devono avere una relazione stabile e a differenza dell’uomo, la donna adottata può diventare capofamiglia, Dabu, della famiglia adottiva.

Le istituzioni.

Il capo villaggio è un uomo, il cui compito consiste nel coordinare le decisioni prese dalle Dabu. È un ruolo nominale. Nessun regolamento però impedisce alle donne di essere elette. È una donna ad aver meritato il titolo di “Regina dei Moso”. Proveniente da Chengdu e data in sposa al governatore locale si è adoperata per istruire i Moso e affiancando il marito nei vari incarichi governativi si è fatta portavoce dell’istanza della popolazione locale presso il governo centrale e ha continuato a farlo dopo la morte del marito fino all’età di 81 anni.

La religione e il culto dei morti.

I Moso praticano una forma sincretica di Buddismo tibetano e dabaismo. La natura è sacra ed è femminile: ovunque si incontrano le bandiere di preghiera colorate, soprattutto nei luoghi più elevati e ventilati. Gamu è la montagna sacra ed è oggetto di culto. I Daba, preti sciamanici maschili, sono i custodi della religione antica e hanno il potere di liberare le donne dagli spiriti maligni: in una prospettiva armonica, rappresentano nella religione quello che le Dabu sono nella società. Più volte al giorno girano attorno ad uno stupa (monumento funerario) in senso orario facendo ruotare il mulinello di preghiera. I Moso sono una società spirituale, spesso si incontrano donne recitanti preghiere mentre percorrono avanti e indietro le strade del loro villaggio.

In una una nicchia sulla montagna sacra di Shi Zhong Shan abitato dalla minoranza etnica dei Bai, dove la Yoni, una vulva gigante scolpita nella roccia su una base a forma di fiore di loto, è un luogo di culto antico, un inno all’origine della vita

Jose’&Resya – TantraLove

https://www.tantralove.biz/moso-la-popolazione-delle-donne-senza-marito/

 

venerdì 10 agosto 2018

Sciamane: donne che si risvegliano!

10/08/2018

Sciamane: donne che si risvegliano!

La divinità primordiale fu femmina, una Dea nata da se stessa, donatrice di vita, dispensatrice di morte e rigenerazione. Univa in sé la vita e la Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nei tumuli e nelle caverne, negli animali, uccelli, pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori. Marija Gimbutas
Il potere femminile esiste da sempre e gli studi di antropologi e archeologici confermano che un tempo esisteva una società pacifica e matriarcale che venerava una Dea. Ogni donna s’incarna in questa divinità che, come un utero primordiale, dà origine a tutti gli esseri viventi.
Le donne hanno bisogno di riprendere coscienza e consapevolezza della loro straordinaria capacità per poter esprimere a pieno la sciamana che alberga in ognuna.
Cos’è successo? Come si è potuti arrivare a una società in cui gli uomini dettano legge, una legge fatta di sessismo, sopraffazione e guerra? Ci hanno fatto credere che l’unica responsabile della “caduta” sia stata una donna, Eva, che ha osato cogliere il frutto proibito della Conoscenza.
Gli archeologi e gli antropologi moderni hanno trovato innumerevoli reperti che dimostrano come da 25.000 fino a 5.000 anni fa esistesse una società pacifica, matriarcale e matrilineare, che venerava una Dea. Alle donne era permesso esprimere se stesse, occupavano posizioni di rilievo nella società e avevano la completa gestione del proprio corpo e della propria sessualità.
Nessun ruolo le schiacciava e le confinava in alienanti gabbie sociali: non esisteva il concetto di coppia, né il matrimonio, né il possesso dell’altro, né, di conseguenza, l’adulterio e le relative penalizzazioni.
I figli nascevano spontaneamente e tutta la comunità si faceva carico della loro educazione. In particolare, uomini e donne veneravano la Dea, una sorta di utero primordiale da cui tutto si è originato e che in ogni singola donna s’incarna.
Si riteneva che la donna fosse il legame tra il microcosmo e il macrocosmo, si rispettava e si onorava come espressione della Dea.
Le donne sono facilitate nella connessione con le altre dimensioni dalla loro natura ciclica. Mentre gli sciamani uomini necessitano di un particolare apprendistato per diventare tali, le donne ogni mese, grazie alle mestruazioni, che sono peraltro in stretto collegamento con le fasi lunari, sperimentano quattro momenti diversi, quattro energie che si alternano e si ripetono ciclicamente, anno dopo anno e che le connettono con altre dimensioni.
Le donne “dormienti” non “ascoltano” il proprio ciclo: lo nascondono, lo disprezzano, lo ignorano a causa di esso si sentono sporche, menomate, inferiori agli uomini. La fase mestruale, ad esempio, che nella nostra società è considerate un tabù e un momento in cui la donna diventa intrattabile, è invece una fase in cui la donna è al massimo della sua energia e può connettersi maggiormente con altre dimensioni ed essere creativa.
Anticamente le donne si riunivano nelle Tende rosse per vivere appieno, senza alcuna distrazione da parte della comunità, questa fase così importante.

sabato 11 marzo 2017

Società gilaniche: le floride comunità senza Stato. - L'anarchia durata migliaia di anni

11/03/2017

Questo post, che ha avuto una lunga e doverosa gestazione, vuole una volta per tutte dimostrare come una società possa esistere senza Stato ed essere, proprio per questo motivo, estremamente florida e pacifica. Il post è indirizzato a tutti coloro che, di fronte alla saggia proposta politica anarchica, obiettano dicendo (ipotizzando) che una società senza governo e senza Stato non potrebbe mai esistere e che, addirittura, non è mai esistita. Noi del blog Italiani Imbecilli diciamo che è tempo di ricredersi e di conoscere.

Quanti anni ha lo Stato, inteso come forma di organizzazione del potere? In Europa diciamo circa 1200 anni, se consideriamo invece il potere statale centralizzato (come quello attuale), ci si deve rifare a poche centinaia di anni fa, alla creazione degli Stati nazionali (XVI sec.). Se invece consideriamo uno dei primissimi codici di legge, quello del re Hammurabi, dobbiamo risalire a quasi 1800 anni prima di Cristo. E prima cosa c'era? Com'era gestita la società? Se noi leggiamo gli indici dei consueti libri di Storia, cioè di quei testi avallati dallo Stato e che si studiano nelle scuole, la risposta che ci viene fornita in capitoli è la seguente:
In questo indice, però, manca qualcosa di molto importante, qualcosa che mette in crisi l'idea di Stato come unica possibilità di gestione del potere e della società. Per inciso dobbiamo denunciare il fatto che le informazioni storiche censurate nei libri scolastici sono moltissime.
Il capitolo cancellato di cui oggi ci occupiamo non è un capitoletto, si tratta invece di un periodo di migliaia di anni, completamente tagliati, insabbiati, vietati. Parliamo delle società gilaniche, citate come esempio di ottima politica anche dal famoso psicanalista Erich Fromm.

I libri e i mass-media in genere, ci hanno sempre insegnato che 'la civiltà' (con tutto il peso e l'importanza che riveste questa parola) sia iniziata là dove sono sorti i primi Stati, le poleis, le grandi monarchie (egizi, babilonesi, sumeri, assiri, ittiti, fenici, greci...) e in questo modo lo Stato, che detiene il controllo della cultura nazionale, attua la sua prima fidelizzazione autoreferenziale presso il fanciullo.
Si insegna che lo Stato equivale a civiltà (e viceversa) come se prima della nascita degli Stati ci fossero stati soltanto clan, tribù incivili di uomini e donne, poco evoluti, quasi bestie, e anche disorganizzate. Questo è completamente sbagliato. Semmai è esattamente l'opposto, nel senso che le comunità gilaniche, esistenti prima della nascita degli Stati, erano le più fiorenti della storia antica, almeno in Europa (ma diffusamente ve n'erano anche nel continente americano).
Dopo la scomparsa di queste civiltà evolute (spiegheremo anche il motivo della loro scomparsa), l'instaurazione delle gerarchie e degli apparati dello Stato hanno prodotto un regresso notevolissimo in ogni àmbito culturale, morale e cognitivo.
Le società gilaniche
La scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall'antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine 'gilan', che deriva dall'unione di 'gi' + 'an', abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera 'elle' in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire 'liberare'.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.
Anche il famoso archeologo irlandese-americano James Patrick Mallory si è occupato lungamente delle società non autoritarie (o acefale, o gilaniche) indoeuropee, egli è professore alla Queen's University di Belfast.

Nella pratica del quotidiano vivere, il tutto si traduce come civiltà autorganizzata e non violenta, in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Stiamo parlando di quella fase temporale che si pone tra il Neolitico e la nascita degli Stati, quindi stiamo abbracciando un grande arco di tempo che va all'incirca dal 7000 al 3500 a.C. (talora sino al 1500 a.C.), dove nel Sud-Est dell'Europa, isole comprese, fiorivano società pacifiche, evolute, raffinate, senza gerarchie, senza governo, senza Stato, senza eserciti. Società non patriarcali, anarchiche ante-litteram, dove l'auto-organizzazione protratta per migliaia di anni non ha mai generato caos e violenze. In nessun sito o tomba gilanica sono state trovate armi, neppure nell'età della lavorazione dei metalli. Nessuna raffigurazione vascolare o parietale riporta scene di guerra. E le numerose statuette della Dea Madre ('Venere' o 'Grande Dea', come viene chiamata da M. Gimbutas) attestano storicamente che all'inizio dio era donna e che, per conseguenza, queste società non contemplavano l'uso della forza fisica (come strumento organizzativo, offensivo e difensivo, prerogativa maschile opportunisticamente utilizzata dagli Stati creatori di eserciti e di repressione istituzionalizzata e legalizzata).
Presso questi popoli l'Arte era fiorente e sofisticata, gli individui erano in costante armonia con la Natura e si professava il culto per la vita, quindi gli strumenti di morte non erano contemplati, né ammessi. Per conseguenza, non v'era nessuna intenzione di nuocere o di sottomettere, niente eserciti, niente repressioni, niente ingiustizie, niente gerarchie, niente mura di cinta: in un contesto così libero e pacifico, non potevano che nascere individui altrettanto liberi e pacifici, capaci di perpetuare questo modello di giustizia sociale.
Tutto questo risponde anche a quelle persone che sono ancorate all'idea (sbagliata) secondo cui l'essere umano tenda per natura al dominio, alla malvagità, e che sia persino incapace di auto organizzarsi. L'Uomo nasce anarchico, cooperativo, solidale, pacifico, vitale, libero ('nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri' - D. Diderot). Nello specifico degli studi anarchici e antropologici, l'innato istinto cooperativo dell'Uomo è attestato anche dallo scrittore Colin Ward che lo dimostra in più occasioni, e anche, come citato prima, da Erich Fromm (qui). Le Dee Madri sono l'espressione sacra e votiva delle società gilaniche e sono presenti massicciamente in tutta l'Europa sudorientale, isole comprese, cioè in un'area vastissima in cui uomini e donne vivevano nella ricerca costante del miglioramento sociale, nel segno della libertà senza autorità. Il loro sistema culturale, fondato e maturato sull'ordinamento orizzontale (non piramidale e gerarchico), aveva prodotto le migliori espressioni sociali, un sano sviluppo tecnologico, scientifico, architettonico e artistico, volto al vero benessere personale e collettivo.
Nel vivere sociale gilanico, il 'personale' e il 'collettivo' non erano considerati elementi dissociati, ma interdipendenti. Perciò Bakunin afferma spesso: 'non posso dirmi completamente libero, fintanto che gli altri non lo sono completamente'. In una società anarchica, come in quelle gilaniche, non esiste il suddito, poiché la coscienza collettiva e la stessa organizzazione sociale egualitaria lo impedirebbero a priori, non vi sono le condizioni necessarie per la creazione di qualsiasi tipo di oppressione e di senso di rivalsa. Tutto questo, scritto in estrema sintesi (perdonateci per questo), non è riportato in nessun libro scolastico 'ufficiale'.
Quindi
La portata di questa scoperta è talmente grande e 'pericolosa' che ha giustificato la sua costante censura da parte delle istituzioni. Questa scoperta, che ha spaccato anche il fronte degli archeologi, mina profondamente il nostro imprinting secondo cui non esiste altra forma di potere (e di 'civiltà') se non quello statale e gerarchico.
L'esistenza storica delle società gilaniche rappresenta perciò un'ulteriore prova, la più duratura mai avuta nel tempo, in grado di dimostrare ciò che l'anarchia sostiene da sempre: gli Stati sono creazioni artificiali e menzognere, concepite espressamente per opprimere i cittadini, i loro diritti, le loro libertà, le loro esigenze, per il tornaconto di un manipolo oligarchico che vuole comandare gli individui e avere tutti i privilegi. Le società gilaniche e l'anarchia ci dànno la prova che si può fare a meno dello Stato, ci dimostrano che vivere senza sovrani, senza leggi statali, senza gerarchie e soldati, alimenta la pace, la fratellanza e forgia coscienze raffinate e colte. Ma perché le società gilaniche sparirono, lasciando il passo agli Stati? Com'è avvenuto il passaggio?

kurgan: i capostipiti del sistema statale
Gli studi di Marija Gimbutas (ripescati e ristudiati dal movimento femminista negli anni '60) sono stati lunghi e meticolosi e spiegano anche il motivo per cui le società gilaniche si siano estinte quasi simultaneamente. Gimbutas scrive in proposito vari testi che sono inseriti in 'The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe: Selected Articles from 1952 to 1993'. Interessanti anche le altre sue pubblicazioni. Ma veniamo ai kurgan.
Come dimostra la cartina geografica, popolazioni indoeuropee, patriarcali e guerriere, provenienti dall'area caucasica e siberica, divenute patriarcali e guerriere per le cause che si possono leggere nel libro 'Kurgan, le origini della cultura europea' di M. Gimbutas, si introdussero in Europa, estinguendo o assoggettando con le armi le comunità gilaniche, imponendo un modello sociale gerarchico e guerresco, dove la forza fisica e l'autorità maschile erano gli elementi dominanti. Ogni donna, da quel momento, fu destinata alla schiavitù e al concubinaggio forzato. L'ordine anarchico venne represso. Si istituì la proprietà privata. 

I popoli assoggettati furono mantenuti e 'normalizzati' entro rigide leggi (sedicenti divine, in realtà marziali) e in condizione di servitù permanente. Questa servitù e 'questo stato', venne con il tempo metabolizzato dalla coscienza umana ed è diventata normalità, consuetudine, ovvietà, alla quale ci si è abituati. E' dunque qui, e per questi motivi, che nasce la cultura del dominio e la struttura piramidale dello Stato. Ed è da questa logica oppressiva che nascerà quella che oggi viene definita paradossalmente 'civiltà'. Il nostro intendere la politica, la moderna organizzazione sociale, l'autorità costituita, i confini e gli eserciti, derivano quindi dai Kurgan ed è ovvio che, dopo 3000 anni di questa cultura, sembra impossibile oggi concepire un altro sistema di organizzazione sociale diversa da quella statale.


Qui in basso: tabella riassuntiva fotografata dal libro sopra citato 'Kurgan, le origini della cultura europea' di Marija Gimbutas.
Civiltà a confronto. L'Arte parla
L'Arte è quell'espressione dell'essere umano che rivela, racconta, sintetizza il contesto sociale, la cultura di un popolo. Ed è grazie ai reperti artistici che noi possiamo toccare con mano la grandissima differenza tra i gilanici e i kurgan, possiamo constatare la netta cesura culturale, il disastroso regresso sociale e morale avvenuto per colpa del dominio barbarico dei kurgan sui popoli liberi d'Europa. Prendiamo in considerazione l'isola di Creta che, grazie al suo essere isola, è stata l'ultimo baluardo libero e gilanico fino al 1500 a.C. I libri scolastici ben si guardano dal nominare la parola 'gilanica' (o non-violenta) con riferimento alla civiltà cretese. Invece ci hanno insegnato ad associare a Creta l'attributo 'minoico', poiché Minosse fu un re cretese (un re). Ma al di là del mito del Minotauro e dei riferimenti fantastici che si intrecciano intorno al nome di Minosse, cosa c'era a Creta prima di questo sovrano despota? Come vivevano i cretesi gilanici? Cosa ci raccontano i reperti artistici?
Prendiamo in analisi il dipinto più famoso, la tauromachìa (palazzo di Cnosso).
Nel dipinto murale, due donne e un uomo giocano insieme e affrontano il toro. Le attività sociali, compresi i giochi, erano liberamente e normalmente svolte sia dalle donne, sia dagli uomini in un rapporto paritario. E al di là dell'aspetto egualitario tra genere maschile e femminile (aspetto che manca alla decantata e 'civile' cultura democratica greca e in tutte le altre successive), osserviamo lo stile pittorico, la raffinatezza artistica, il grado di fluidità. Dice Giulio Carlo Argan: 'la mancanza della gravità rituale delle figurazioni asiatiche, l'andamento più libero delle linee e l'accordo dei colori, dimostrano che l'immaginazione degli artisti è già aperta verso gli orizzonti di una mitologia fondamentalmente naturalistica'. Peccato solo che i cretesi trovarono, nel loro futuro, soltanto regresso e schiavitù. Ma questa concezione naturalistica e persino realistica di indubbia raffinatezza si riscontra anche nella celebre brocchetta di Gurnià:
Qui l'artista ha dipinto un polpo che abbraccia con i suoi tentacoli la brocca. Quel polpo sta nuotando, il pittore dipinge anche le alghe fluttuanti. Sempre Argan: '(il polpo) è un essere vivo'. Siamo quindi di fronte a un'Arte che dichiara e ostenta la propria vitalità (culto della vita), una grande consapevolezza, un'ottima maturazione culturale, un rapporto intimo e confidenziale con la Natura. Cosa che sparirà da lì a breve con l'ingresso violento dei kurgan anche a Creta, come avvenuto in precedenza in tutta l'Europa sudorientale. Infatti l'Arte dei guerrieri che andò a sostituirsi a quella gilanica produsse un pesantissimo regresso culturale, e di questo regresso ne è ancora testimone il primo periodo dell'Arte greca, successivo alla cultura gilanica, dove la semplificazione e la geometrizzazione estrema della realtà sono il sintomo di una povertà intellettuale che ha fatto compiere un balzo indietro di millenni alla nostra cultura. Guardiamo l'enorme differenza stilistica tra Arte gilanica e quella successiva greca arcaica.
In mezzo ci è passata la cultura rozza, primitiva, guerresca dei kurgan (qui sotto)
Prima dei kurgan non esistevano né la povertà, né tutti quei problemi connessi alla condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato ha prodotto impoverimento e regresso, dominio ed oppressione, schiavi e padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui soffre la nostra società, crimini compresi.
Adesso è forse più chiaro il motivo per cui l'anarchia intende e vuole una società libera e liberata dallo Stato.

Ora non rimane altro da fare che prendere coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla nostra vita lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi locali o centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli per il benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e sconfiggere questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato, occorre distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che lo Stato stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne sono state abbattute un bel po'. Buon pro' ci faccia, per il bene di tutti.

(L'argomento qui trattato è soltanto una sintesi e non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare sono in verità moltissimi, la bibliografia è vasta e interessante. Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più autorevoli sull'argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto le informazioni per questo articolo).
Marija Gimbutas: 'Signs out the time' (filmato sottotitolato)
Altri esempi di anarchia già applicata (autogoverni, cooperazioni, realtà senza Stato, collettivizzazioni) –
Barcellona 1936 (filmato)
La Comune di Marsiglia (e di altre città francesi)
'L'antica Europa e l'Anatolia, come la Creta minoica, erano una 'Gilania' (Marija Gimbutas 'Il linguaggio della Dea': introduzione, pag. 21)
(Ci teniamo a dire che gli anarchici non hanno mai avuto bisogno di queste 'prove' per dimostrare l'efficacia e la bontà dell'anarchia. Pertanto, questo articolo va a beneficio di quanti hanno sempre dubitato, screditato, diffamato l'anarchia e gli anarchici, non conoscendo, ipotizzando e lasciandosi deviare dalle menzogne di Stato. Di fronte all'evidenza storica, qualsiasi dubbio cade, 'come corpo morto cade')
Non lo diciamo mai, ma crediamo sia importante far circolare il più possibile il link di questo articolo, come state già facendo.
Grazie.
Il lemma 'Gilania' nell'enciclopedia Treccani (qui )
Dall'enciclopedia Treccani
gilania: Organizzazione sociale anteriore al patriarcato, esistita in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. e caratterizzata dall’eguaglianza tra sessi e dalla sostanziale assenza di gerarchia e autorità centralizzata. Tra il 4300 e il 2800 a.C. la g. sarebbe stata soppiantata da un'altra cultura neolitica, quella dei kurgan, una società androcratica e patrilineare emersa dal bacino del Volga. Il termine è stato coniato dall'archeologa di origine lituana M. Gimbutas utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo).

COMPRESSA-MENTE: Società gilaniche: le floride comunità senza Stat..

martedì 16 aprile 2013

Le origini del ciclo mestruale

 triple
Il ciclo mestruale dalla donna è passato da espressione del sacro nella Preistoria a tabù sociale ai giorni d’oggi.
LE ORIGINI
Ormai è evidente che fino a 5 mila anni fa, prima dell’avvento del patriarcato, erano diffuse in tutto il mondo delle civiltà in cui erano le donne a trovarsi al centro della società e della cultura.
Recenti ricerche archeologiche e nuove interpretazioni sui ritrovamenti, condotte soprattutto da studiose, hanno evidenziato come il ciclo mestruale e il corpo femminile fossero infatti considerati sacri e il sangue mestruale ritenuto generatore e rigeneratore di vita.
Si può dire che proprio dal mestruo, sangue naturale non dovuto a malattia o a ferita, caratteristica esclusivamente femminile, la civiltà prese avvio.
Dalla ciclicità del mestruo femminile affiorò la coscienza dello scorrere del tempo: di mese in mese le mestruazioni ricomparivano, accompagnate dalle fasi lunari, collegamento che fu chiaramente stabilito fin dalle epoche più remote.
Il primo calendario fu quindi lunare anziché solare: un anno era composto da 13 mesi invece che dai nostri 12, così come le donne avevano 13 cicli mestruali all’anno.
A testimonianza di questa concezione del tempo, i più antichi calendari ritrovati sono oggetti a forma di bastone con 13 tacche che rappresentavano i mesi lunari di 28 giorni.
Inoltre era chiaro anche il legame che ha la Luna con le gravidanze e i parti, con la semina e la crescita delle piante, con la vita animale e con le maree.
Questa stretta associazione delle donne con i cicli della natura era evidente ed era oggetto di venerazione. Per i popoli dell’Età della Pietra il mistero della nascita dei bambini era attribuito tutto alla donna, al pari delle mestruazioni, ignorando completamente il contributo degli uomini alla nascita. Si riteneva dunque che le donne fossero dotate di poteri mistici, che permettevano loro di far nascere i bambini.
La nascita dal corpo della donna della concezione dello scorrere del tempo trova riscontro anche dal punto di vista linguistico: nel termine latino mens e in quello greco men, menos che significano luna, mese e misura.
Da questi termini derivano la parola italiana mente, mind in inglese, Metis, dea greca dell’intelligenza, e Maat, dea egiziana della saggezza.
Dal termine greco metra, che significa utero, deriva la parola metro, a indicare l’unità di misura, in origine temporale, identificata con il mese lunare corrispondente appunto al ciclo mestruale.
Dallo stesso termine inoltre deriva la parola madre, assieme a tutte traduzioni simili nelle altre lingue (mother, mutter, mère, mãe…).
Allo stesso modo troviamo conferme etimologiche anche per quanto riguarda la nascita del senso del sacro dal corpo femminile, capace di creare vita e di essere in collegamento con l’energia cosmica.
La stessa radice me o ma si ritrova nella parola polinesiana mana, che indica la forza elementare non corporea immanente all’universo, o in quella latina Mani, che indicava presso i Romani gli spiriti dei defunti, o ancora in Manito, il grande spirito dei Pellerossa.


Le donne erano in contatto con queste energie sacre e ad esse si allineavano in vari modi: secondo il ciclo della Luna Nera, mestruando durante il Novilunio, o secondo il ciclo della Luna Rossa, mestruando in Luna crescente e ovulando in Novilunio, o ancora seguendo la Sorellanza Ovarica, allineandosi cioè alle altre donne del gruppo.
Durante le mestruazioni il contatto con l’ energia era ancora più profondo e la sensibilità femminile si acuiva a tal punto da renderle capaci di profezie.
Originariamente il significato della parola tabù era sacro e le donne nel periodo mestruale erano considerate tali.
I loro sogni e le loro visioni era usati per guidare la tribù, e nelle culture indigene l’intera tribù festeggiava le giovani donne con riti di passaggio.
Il sangue sacro era celebrato con riti religiosi che sopravvissero anche in epoca patriarcale, come ad esempio i Misteri Eleusini della Grecia classica, il cui nome greco mhysterios contiene il termine hysterion che significa utero.
Le celebrazioni di tutti momenti salienti della vita femminile avevano grande importanza: il menarca, la gravidanza, il parto, la menopausa.
Durante questi riti spesso un gruppo di donne inscenava racconti mitici il cui preciso intento e significato restavano un segreto gelosamente custodito.
Le aborigene Priljari Tjara dei deserto occidentale dell’Australia eseguono una rappresentazione rituale in sette episodi, le cui prime due scene descrivono la scoperta del cibo, dell’acqua e di un rifugio.
Il terzo episodio riguarda la prima mestruazione
dell’iniziata, che riceve consigli sul sesso dalla sorella maggiore.
Negli ultimi quattro episodi l’adolescente, riconosciuta l’attrazione sessuale, va alla ricerca di un uomo e infine lo sceglie; questi è interpretato da una donna in menopausa. Una variante del rituale prevede che una delle giovani venga rapita e stuprata, dopo di che le donne catturano e mutilano il violentatore. In entrambe le versioni il finale del rito è fonte di gran divertimento per tutti coloro che vi partecipano e prevede canti e danze celebrative.
Queste civiltà erano società matrilineari, in quanto la discendenza era di madre in figlia e matrilocali, poiché le donne rimanevano negli stessi luoghi ed erano i maschi ad andare a vivere con loro.
Bambine e bambini erano allevati comunitariamente nel clan materno ed era impensabile che un maschio avesse su di loro potere di vita e di morte.
Mentre il termine matriarcato sottintende una dominazione delle donne sugli uomini (come accadde poi al contrario con il patriarcato), in queste società l’elemento femminile era investito naturalmente di autorità e considerazione senza bisogno di predominio coercitivo, proprio perché la visione della vita, i culti e i simboli erano femminili.
Infatti alle donne era affidato il ruolo più importante nell’approvvigionamento del cibo per la loro conoscenza delle piante, nell’organizzazione ordinata della società e della vita quotidiana, nonché nella spiritualità e nel culto.
Da tali premesse si sviluppò il modello ciclico di vita-morte-rinascita, che troviamo diffuso dappertutto già nella remotissima era Paleolitica, quando le caverne, sacre perché ritenute uteri della terra, venivano intonacate con ocra rossa e i morti vi venivano sepolti dipinti di rosso e in posizione fetale per
propiziarne la rinascita.

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