22 febbraio 2017

Osho: Meditazioni Attive: fare per non fare

22/02/2017

Osho spiega il principio dell’attività totale che porta alla passività ricettiva della meditazione...
Un prezioso brano di Osho apparso su Osho Times n. 235


osho


La meditazione è sempre passiva, è la sua stessa essenza a essere passiva. Non può essere attiva perché la sua natura essenziale è il non-fare. Fare qualcosa, essere attivi, è incompatibile con essa. Ogni vostro intervento attivo, ogni vostra “attività”, in sé e per sé, viene a costituirsi come elemento perturbatore. 
Non-fare è meditazione, ma con una simile affermazione non intendo affatto che sia necessaria la completa inazione. Anche per conseguire un tale non-fare, c’è da fare parecchio! Non si tratterà però di meditazione, ma soltanto di una pedana, di un trampolino di lancio. Tutto il “fare” è soltanto un trampolino. Non è meditazione. 
Siete soltanto davanti alla porta, sugli scalini. La porta è il non fare, ma per raggiungere questo stato di completa inattività mentale c’è molto da fare. Non si deve però confondere questo lavoro preliminare con la meditazione. 
L’energia vitale opera per contraddizioni. La vita esiste come dialettica: non è un movimento semplice. Non fluisce come un fiume; il suo procedere è dialettico. Ogni suo moto crea il proprio opposto e mediante lo scontro degli opposti essa procede. A ogni nuovo movimento la tesi crea l’antitesi. E il processo continua senza interruzione: la tesi crea l’antitesi, si fonde con essa, diventando quindi una sintesi, che poi diviene a sua volta la nuova tesi, cui, nuovamente, si contrapporrà un’antitesi. 
Per movimento dialettico intendo che non si tratta di un semplice movimento lineare: il divenire procede da una diversificazione intrinseca, una scissione che dà origine agli opposti, che si riunificano per poi ridividersi in una nuova coppia di opposti. E il processo si ripropone pari pari nella meditazione, in quanto essa è la realtà più profonda nella vita. 
Se vi invito a rilassarvi, ciò vi riuscirà impossibile perché non saprete che fare. Vi sono molti pseudo-insegnanti di rilassamento che non fanno che dire: “Rilassatevi. Non fate nulla, tranne che rilassarvi”. E allora che fate? Potete mettervi a giacere, ma questo non è rilassarsi. La vostra inquietudine, la vostra agitazione interiore rimane inalterata, con l’aggiunta ora di un nuovo conflitto: dovete rilassarvi. Il vostro fardello si è appesantito. Nulla è stato tolto all’assurdità della vostra situazione, la vostra agitazione interiore è com’era, con qualcosa in più: dovete rilassarvi. Una nuova tensione è venuta ora a sommarsi alle vecchie. 
Chi cerca di vivere una vita rilassata è pertanto la persona più tesa che si possa immaginare. È inevitabile che sia così: non ci si rende conto del fluire dialettico della vita e ci si comporta come se essa fosse un processo lineare: basta comandarsi di rilassarsi e ci si rilasserà. 
Non è possibile! A chi si rivolge a me non dirò mai di rilassarsi. Cercate piuttosto dapprima di essere tesi, il più completamente possibile. Che la vostra tensione sia totale! Fate in modo che tutto il vostro organismo, da capo a fondo, sia teso e contratto, e spingetevi sempre più oltre su questa strada fino all’optimum, al limite estremo delle vostre possibilità. Allora, tutt’a un tratto, sentirete di cominciare a rilassarvi. Avete fatto tutto quanto era in vostro potere: adesso l’energia vitale creerà l’opposto. 
Avete portato la vostra tensione al culmine. Ora non c’è nulla oltre; non potete procedere. Tutta l’energia è stata devoluta a produrre tensione. Ma non potete continuare così indefinitamente: la tensione dovrà dissolversi; presto comincerà a farlo. Ora siatene testimoni. 
Perseguendo la tensione siete arrivati alla sua soglia, al suo limite estremo. Ecco perché non potete continuare. Ancora un passo e scoppiereste, morireste. Avete raggiunto il punto ottimale. Ora l’energia vitale si rilasserà senza che voi facciate nulla per questo. 
Si rilasserà. Voi siatene consapevoli, testimoni dell’insorgere del processo di rilassamento. Ogni arto del vostro corpo, ogni muscolo, ogni nervo, sta pian piano rilassandosi innocentemente, senza alcun intervento da parte vostra. Ogni sforzo per rilassarsi è assente; tutto succede da sé. Comincerete a sentire un numero costantemente crescente di punti del vostro organismo allentare la loro tensione; tutto il vostro organismo non sarà altro che una moltitudine di punti in progressivo rilassamento. Siatene consapevoli. 
Questa consapevolezza è meditazione. È non-fare. Voi non state facendo nulla, poiché essere consci non è un’azione. Non è affatto attività; fa parte della vostra natura, è una qualità intrinseca della vostra essenza. Voi siete consapevolezza. È la vostra mancanza di consapevolezza, piuttosto, a essere una vostra conquista e vi è costata uno sforzo tutt’altro che indifferente. 
La meditazione, per me, è costituita pertanto di due stadi: il primo è attivo (e non è affatto meditazione), il secondo è assenza di qualsiasi attività (la consapevolezza passiva che è la reale meditazione). La consapevolezza è sempre passiva, e nel momento stesso in cui divenite attivi la perdete. È possibile essere attivi e consci soltanto quando la consapevolezza è giunta a un punto tale che ormai non vi è più alcun bisogno di meditazione per raggiungerla, o per conoscerla, o per sperimentarla. 
Quando la meditazione è diventata inutile, non dovete fare altro che gettarla. Ora siete consci. Soltanto adesso potete essere attivi e consapevoli allo stesso tempo, non altrimenti. Fintantoché la meditazione è ancora necessaria, non sarete in grado di essere consapevoli durante l’attività. Ma quando potrete fare a meno della meditazione... 
Una volta divenuti meditazione, non ne avrete più bisogno. 
Potrete essere attivi, ma anche nel bel mezzo dell’attività sarete sempre lo spettatore passivo. Ormai non sarete più l’attore: sarete sempre una coscienza testimone. 
La coscienza è passiva... e la meditazione non può non esserlo, giacché essa è soltanto una via d’accesso alla coscienza, alla perfetta coscienza. Quando la gente discorre di meditazione “attiva” è quindi in errore. La meditazione è passività. È possibile che sia richiesta una certa attività, che sia necessario fare qualcosa, per attingere a questo stato – lo si può anche capire – ma ciò non certo perché la meditazione in sé sia attiva. Anzi, è proprio perché siete stati attivi per tante e tante vite, e l’attività è divenuta così una parte tanto preponderante della vostra mentalità, che dovete ricorrere a essa perfino per raggiungere l’inattività. 
Siete stati tanto coinvolti e tanto a lungo nel vostro attivismo che non potete rinunciare a esso con tanta facilità. Persone come Krishnamurti, quindi, hanno un bel ripetere: “Siate passivi”. Voi continuerete a chiedere come fare...
http://www.oshoba.it//index.php?id=articoli_view_x&xna=236 

21 febbraio 2017

Lettera dalla Kirghisia

21/02/2017




“In Kirghisia la notte è un incanto
e appartiene a tutti.”
(Silvano Agosti)

“Miei carissimi amici,
molti di voi sono sempre più increduli sull’esistenza di questa società che, con il massimo entusiasmo, sia pure in modo frammentario, vado descrivendo nelle mie lettere. Vi prego, in nome della nostra amicizia, di non cadere nell’inganno, definendo la Kirghisia un’utopia. Riflettete solo sul fatto che gran parte di ciò che vi circonda e appartiene alla vostra vita, un tempo neppure tanto lontano veniva considerato un’utopia.

Quando Leonardo da Vinci progettava le sue macchine volanti così simili agli elicotteri di oggi, o si ipotizzavano le prime ferrovie o persino quando si incominciò a parlare della pittura in movimento proiettata su grandi teli bianchi (il cinema); sempre si frenava ogni entusiasmo affermando che era impossibile, che si trattava di Utopie.

Del resto nel 1800 i grandi utopisti francesi teorizzavano, tra lo scherno dei contemporanei, un pranzo caldo al giorno per ogni cittadino. Certamente sareste anche più increduli se vi dicessi che, per incontrare il Primo Ministro qui in Kirghisia, è bastata una semplice telefonata e dopo meno di venti minuti parlavo con lui.

Dunque non è stato difficile farmi ricevere dal Primo Ministro del Governo in carica, anzi, come segno di cortesia verso uno straniero, sono stato invitato a pranzo con lui dal Primo Ministro del Governo per il Miglioramento della Qualità della Vita.

Del resto anche Indira Gandhi fece lo stesso e con analoga spontaneità. Ricordo che durante l’intervista filmata le dissi: «Ho una domanda delicata da farle.» E lei: «Prego.» «Molti dicono che qualcuno ti ucciderà.» Indira, annunciandola risposta con un sorriso indimenticabile ha sussurrato: «Che c’è di delicato nel fatto che mi uccideranno?» Dopo qualche tempo, qualcuno le ha sparato.

Qui in Kirghisia invece, le probabilità che qualcuno spari al Primo Ministro sono nulle. Non solo perché le armi sono state seppellite con riti analoghi alla sepoltura dei defunti, ma perché nessuno ha una qualsiasi ragione per uccidere un proprio simile.

«Invece di continuare a seppellire i morti per arma da fuoco come si fa ogni giorno in altri Paesi, noi abbiamo seppellito le armi. Esistono ormai veri e propri cimiteri dove abbiamo accatastato armi e veicoli da guerra, monumenti di un’epoca che speriamo non torni più.

Qui essere Primo Ministro è una professione volontaria. Ognuno può iscriversi alle liste del volontariato politico. Ogni tre anni si forma un nuovo governo, mentre quelli che hanno gestito il Paese entrano a far parte del nostro secondo governo, che si occupa di migliorare le condizioni di vita e perfezionare l’organizzazione dello stato.»

Sono affascinanti questi cimiteri delle armi, dove strumenti micidiali di morte semisepolti. Sembrano sprofondati nella terra. Abbiamo visitato, su mia richiesta, uno di questi cosiddetti cimiteri delle armi. Si tratta di grandi spazi, nei quali ogni genere di arma è semi sepolto e stupendamente ricoperta di ruggire, come scriveva un antico poeta kighiso:

“Vestite di ruggine le armi
e i vostri aratri
di riflessi lucenti.”

Sotto vetro vicino ad ogni arma un piccolo cartello informa: “Questo mitragliatore ha ucciso 850 esseri umani.” “Questo carro armato ha abbattuto 2.300 abitazioni civili.” “Questo tipo di bomba era in grado di uccidere 300.000 persone in pochi secondi.”

In alcune nicchie ci sono perfino alcune fotografie dei responsabili con titolo a eterno biasimo: “Costui ha inventato le mine antiuomo, responsabili della morte e della mutilazione di milioni di esseri umani.”

«Ma se una potenza straniera invade il vostro Paese?» Domando con acume tutto occidentale. «Grecia capta, coepit victores. La Grecia catturata, catturò i suoi vincitori. Come? Con la cultura. Qualsiasi popolo venendo a contatto con noi, si convincerebbe di quanto è semplice vivere in uno stato di perenne serenità. Li aspettiamo.» Il Primo Ministro è un ometto sulla cinquantina, vestito sobriamente, con un ciuffo di capelli bianchi che gli schiarisce la fronte.

«Sono il Primo Ministro solo da un anno e anch’io, come tutti in Kirghisia, lavoro tre ore al giorno.» «Com’è possibile che uno Stato funzioni quasi da solo?» «Il nostro principio motore è l’autogestione, a tutti i livelli,. Ogni abitante è in pratica Autore del proprio destino. Tutti hanno familiarità con tutti. Prima i ricchi vivevano isolati nelle loro ville.

Erano prigionieri del loro benessere e, direttamente o indirettamente, determinavano una società non serena, forse per rendere tollerabile il loro isolamento. Anche dopo le nostre riforme, hanno tentato di proseguire nella condizione di ricchi, isolandosi dagli altri, poi anche loro hanno dovuto aprire le porte e gli animi per partecipare al grande gioco della vita.

I loro parchi e i loro giardini si sono aperti a tutti e finalmente le voci dei bambini riempiono quella che un tempo era solo una dorata solitudine.» Mi accompagnava lui stesso dall’altro Primo Ministro e suo collega, il Capo del Governo per il Miglioramento, dal quale siamo invitati a pranzo.

Camminiamo a piedi in queste strade ampie, soleggiate e bonificate, perché libere dal traffico. La gente affacciata alle finestre saluta il Primo Ministro. Si direbbe che tutti lo conoscano, ma che anche lui conosca tutti. Mi vergogno al solo pensiero di chiedergli se non ha paura di andarsene in giro senza guardia del corpo o senza la macchina blindata.

Intervisterò anche il Capo del Governo per il Miglioramento. Chi amministra, raramente la la possibilità di migliorare le strutture operative, mentre un governo che si occupa solo di osservare il funzionamento delle istituzioni, può migliorarle sempre più. Il Primo Ministro del Governo per il Miglioramento è una donna.

Ci riceve mentre sta annaffiando il giardino. Posa con grazia la canna dell’acqua, poi sorridendo: «Volete accomodarvi? Il pranzo è pronto, ho cucinati io stessa.» Ci fa strada fino a una deliziosa piccola veranda, dove sediamo a una tavola accuratamente preparata. Al centro un ampio vassoio con gli antipasti tipici della Kirghisia.

Polpa di granchio su tartine imburrate al mais. Segue un delizioso fritto di pesce con insalate appena colte. Durante il pranzo l’attenzione dei due ministri è concentrata sulle mie domande. «Dunque volete che spieghi la funzione specifica del Governo per il Miglioramento del Paese?

Il Governo per il Miglioramento ha il compito di individuare e proporre soluzioni migliorative in ogni settore della vita pubblica. Proprio oggi ho esaminato un progetto particolare che forse riusciremo a realizzare. Si tratta di una cappa termica che interessa un centinaio di chilometri quadrati, capace di mantenere la temperatura della capitale al livello costante di 25 gradi.

In pratica queste nuove tecnologie consentirebbero di determinare una primavera permanente, permettendo ai nostri cittadini di vivere, se lo desiderano, sempre all’aria aperta, giorno e notte.» «E le stagioni e i cicli naturali del tempo?» Chiedo stupito. «Le stagioni le andremo a vedere ai confini della città. Ma ci vorrà ancora qualche decina di anni, il progetto va prima sottoposto a tutti i cittadini.

Senza l’unanimità da noi nessuna proposta viene attuata. Abbiamo calcolato col Ministro per il Miglioramento delle Finanze, che questo nuovo modo di vivere abbasserebbe il costo pro capite di ogni cittadino, consentendo di diminuire l’orario di lavoro a un’ora al giorno o, a scelta, a un giorno la settimana naturalmente sempre a pieno stipendio.»

Questa mia nuova giornata in Kirghisia termina con una visita all’ospedale, completamente autogestito dai malati. I meno gravi o i convalescenti si occupano di cucinare o di riordinare le stanze. I medici non hanno camici, ma sono vestiti della loro competenza.

Torna alla mente Franco Basaglia che, dopo aver vinto la sua battaglia per mettere fuorilegge i manicomi e dopo aver liberato decine di migliaia di malati dai letti di contenzione e dagli elettroshock, diceva ai giovani medici:

«Non indossate il camice, la gente deve riconoscere chi è il medico dal comportamento e non dalla divisa.» Franco Basaglia cittadino onorario di Kirghisia. Amici cari, per ora vi saluto e vi abbraccio.” (Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, Edizioni L’Immagine)

http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2017/02/lettera-dalla-kirghisia.html 

20 febbraio 2017

«Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo.»

20/02/2017

 


«...Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo...»


[Giordano Bruno] da: Spaccio de la bestia trionfante

1 Gennaio 1548- 17 Febbraio 1600

Un po' di storia:
http://arpaeolica.blogspot.it/2017/02/17-febbraio-pagina-dedicata-giordano.html



http://eliotroporosa.blogspot.it/2017/02/se-questa-scienza-che-grandi-vantaggi.html

18 febbraio 2017

Come liberarsi dall’attaccamento alle cose? – Eckhart Tolle

18/02/2017



Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - mindfulness - zen - buddhismo
 Uno dei presupposti dettati dall’inconsapevolezza è che, identificandosi con un oggetto attraverso l’inganno della proprietà, l’apparente solidità e permanenza di quell’oggetto materiale fornirà anche il vostro senso di sé di una maggiore solidità e permanenza. Ciò si riferisce in particolar modo alle case e ancora di più alla terra, proprio perché credete che sia l’unica cosa che non possa essere distrutta. L’assurdità di possedere qualcosa diventa ancora più evidente nel caso della terra. Nei giorni della colonizzazione dei bianchi, i nativi del Nord America trovavano la proprietà della terra un concetto incomprensibile. Fu così che l’hanno persa quando gli europei fecero firmare loro pezzi di carta che erano altrettanto incomprensibili. Essi sentivano di appartenere alla terra, ma che la terra non apparteneva a loro.

L’ego tende a equiparare l’avere con l’Essere: io ho, dunque sono. E più ho, più sono. L’ego vive attraverso il paragone. Il modo in cui vi vedono gli altri diventa il modo in cui vedete voi stessi. Se ognuno vivesse in un palazzo e fosse ricco, il vostro palazzo o la vostra ricchezza non vi servirebbero ad accrescere il vostro senso del sé. In quel caso vi potreste trasferire in una semplice capanna, dare via la vostra ricchezza e riconquistare un’identità considerandovi e venendo considerati più spirituali degli altri. Come siete visti dagli altri diventa lo specchio che vi dice come siete e chi siete. La percezione che l’ego ha della propria importanza è, nella maggioranza dei casi, legata all’importanza che avete agli occhi degli altri. Avete bisogno degli altri per avere un senso del sé e se vivete in una cultura che lo fa equivalere in gran misura con quanto e cosa possedete, se non riuscite a leggere attraverso questa illusione collettiva, sarete condannati a rincorrere il possesso delle cose per il resto della vostra vita nella vana speranza di trovare in esse il valore e la pienezza del vostro senso del sé.
Come liberarsi dall’attaccamento alle cose? Non provateci nemmeno. È impossibile. L’attaccamento alle cose cade da solo nel momento in cui non cercate più di trovare voi stessi in esse. Nel frattempo, siate solamente consapevoli del vostro attaccamento alle cose. A volte potrete anche non sapere di essere attaccati a una cosa, vale a dire identificati con questa, fino al momento in cui la perdete, o temete di perderla. Se allora vi turbate, diventate ansiosi e via dicendo, vuol dire che siete attaccati. Se siete consapevoli di essere identificati con una cosa, l’identificazione non è più totale. “Io sono la consapevolezza che è consapevole che vi è attaccamento.” Questo è l’inizio della trasformazione della coscienza.
http://www.meditare.net/wp/spiritualita/come-liberarsi-dallattaccamento-alle-cose-eckhart-tolle/ 

17 febbraio 2017

SAN FRANCESCO QUELLO VERO

17/02/2017




«Parlava con tutti gli animali, con i lupi; abbracciava i maiali, si spogliava nudo in chiesa, lavorava con i muratori e si faceva beffe delle autorità». Era il vero San Francesco d’Assisi, il “giullare di Dio” cantato da Dario Fo. Non era affatto un uomo di Chiesa: era un laico, che amava la sua compagna – Chiara – e predicava il messaggio di Cristo alle folle, criticando i ricchi e i potenti. Non era un prete, dunque, ma un cavaliere: ispirato dai Templari. E per giunta figlio di una donna proveniente dalla Linguadoca, la terra dei càtari, dove la Crociata Albigese stava facendo decine di migliaia di morti, con lo sterminio sistematico dei “boni homines”, i cristiani alternativi che stavano dalla parte degli ultimi. Ma poi accadde che, appena dopo la sua morte, il vero Francesco d’Assisi scomparve di colpo. Tutti i suoi documenti furono distrutti, bruciati. La sua memoria, cancellata. Al suo posto, nacque un nuovo San Francesco. Inventato di sana pianta, completamente falso: il San Francesco cattolico. Per riesumare le prime tracce di quello autentico ci vollero cinque secoli, col riemergere di un libro antico. Ma ormai era tardi: il Vaticano aveva fabbricato il docile “format” francescano, impresso nell’immaginario popolare.

E’ la grande rivelazione al centro del libro “San Francesco, le verità nascoste”, a cura di Gian Marco Bragadin. In 488 pagine pubblicate dalla casa editrice Melchisedek, il libro racconta la vera vita e il carattere del santo d’Assisi, rivelando «l’ipocrita Chiara e Francescoricostruzione che lo ha trasformato nel più fedele e mansueto servitore della Chiesa, nel medioevo e oltre, fino ai giorni d’oggi». Una clamorosa manipolazione storica: «Moltissimi documenti – scritti, memorie su Francesco (e probabilmente anche su Chiara) – sono stati dati alle fiamme per non propagare un ritratto non idoneo a farne un obbediente santo della Chiesa cattolica», racconta Bragadin, intervistato da “AdnKronos”. Un lavoro, il suo, sulla stessa lunghezza d’onda di “Francesco D’Assisi, la storia negata”, pubblicato di recente da Laterza e scritto dalla storica medievale Chiara Mercuri. Non a caso, per “riscrivere” la biografia dell’uomo di Assisi, fu incaricato «un frate erudito», Bonaventura, «che però non aveva conosciuto Francesco». Al biografo infedele fu ordinato di raccontare la vita del santo «attutendo, modificando, spesso cancellando del tutto ogni aspetto che poteva mettere in discussione quel ritratto del “poverello d’Assisi” che si è perseguito per secoli».

Quali sono, dunque, le verità nascoste? «Praticamente tutto quello che Francesco è stato ed ha fatto, per gran parte della sua vita», spiega Bragadin all’“AdnKronos”, sottolineando come San Francesco sia stato «un guerriero, che ha combattuto e che è stato imprigionato, e che più volte ha tentato di andare alla Crociata per diventare un valoroso cavaliere». Il vero Francesco «si è innamorato dell’ideale dei Templari, al punto che il suo ordine è modellato su quello templare». Inoltre, «templari erano alcuni suoi frati». La stessa madre di Francesco era nativa dell’Occitania, la patria dei càtari, cristiani “eretici” perché dualisti come i mazdei, i seguaci di Zoroastro, convinti che la creazione fosse opera del demiurgo, il “dio straniero”, nonostante ogni creatura avesse in sé la scintilla divina del “padre celeste”. In un mondo, quello feudale, basato sulla pretesa investitura “divina” del potere e quindi della proprietà terriera, il messaggio sociale dei càtari era devastante, intollerabile per l’ordine Gian Marco Bragadincostituito: i “buoni cristiani” (così si chiamavano, tra loro) erano convinti che niente e nessuno potesse legittimare la “privata proprietà dei beni”. Da qui la loro scelta di campo, a fianco degli ultimi.

«Dai càtari – conferma Bragadin – Francesco ha preso il concetto di servizio ai poveri, il rifiuto della proprietà. Ma non si deve dire, perché la Chiesa all’epoca lanciò una crociata per distruggere i càtari, con massacri orribili». Si ricorda quello di Béziers: 20.000 persone sterminate per essersi rifiutate di consegnare ai crociati i 200 eretici presenti in città. «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi», fu l’ordine dell’abate Arnaud Amaury, capo spirituale della crociata. Era il 1209. L’ultimo grande eccidio, nel 1244, a Montségur, sui Pirenei, con 220 “perfetti” càtari arsi sul rogo. Ma non finì lì. Proprio per debellare il Catarismo fu istituito il tribunale speciale dell’Inquisizione, che impiegò 70 anni ad estirpare l’eresia, con “purghe” terribili, torture, roghi. Un regime di terrore, fondato sulla delazione, che devastò la Francia meridionale, distruggendo il tessuto sociale di una regione che, per Simone Veil, era stata la culla della civiltà mediterranea medievale, la terra tollerante dov’era fiorita la poesia dei trovatori. Più tardi la contro-predicazione evangelica dei “buoni uomini” avrebbe lambito lo stesso ordine francescano, a lungo ritenuto anch’esso in odore di eresia, data la sua predilezione per i poveri e i loro diritti.

Ma Francesco d’Assisi – quello vero – non stimava solo i càtari. «Ha tentato in tutti i modi il contatto con i musulmani», racconta Bragadin: «Non per convertirli (lui non giudicava nessuno, mostrava il suo esempio di vita), ma per trovare i punti di unione tra le religioni, per raggiungere una pace duratura». Ancora oggi, da allora, i francescani hanno la cura del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dono del Sultano a Francesco e Frate Elia. Tutte verità nascoste, perché Francesco, aggiunge Bragadin, «ha vissuto una esistenza da eretico, sempre sul filo di finire al rogo». Vista però la sua enorme popolarità, dovuta al rivoluzionario messaggio d’amore che portava, «si è fatta conoscere solo una parte della sua vita, nascondendo tutto ciò che lo riguardava», incluso il legame con «la sua amata compagna Chiara», unione che «poteva essere disdicevole per l’istituzione ecclesiastica». Pochi sanno, continua Bragadin, che Francesco «ha voluto restare sempre un laico». Certo, un laico sui generis: «Predicava il Vangelo nelle piazze, alle feste, nei mercati: come poteva, la rigida Chiesa del tempo, ammettere che un laico parlasse di Cristo alla gente? Poteva predicare agli uccelli o ai lupi, non alla gente. E invece Francesco non ha fatto altro per tutta la vita, perfino quando era malato». Non a caso, la storica Chiara Frugoni, in varie interviste, si domanda perché Chiara Frugoni, storicaesistano migliaia di quadri e affreschi su Francesco, ma neanche uno in cui predica. «E la ragione è la seguente: non si voleva tramandare l’immagine di un laico che parlasse di Cristo».

Morto Francesco nel 1226, allontanati i suoi vecchi confratelli e segregata Chiara nel convento, sono scattate le grandi manovre per cancellarne la vera storia e dare ai fedeli «una immagine edulcorata di mansueto, docile soldatino della Chiesa cattolica», spiega Bragadin, attingendo a diverse fonti, tra cui molti scritti di Tommaso da Celano. Come si organizzò la grande impostura? Già nel 1260, al Capitolo, l’annuale riunione dei francescani che quell’anno si teneva a Narbonne, nella Francia mediterranea. A frate Bonaventura venne affidato il compito di scrivere una nuova biografia di Francesco, che fu poi approvata a Pisa nel 1263, durante il Capitolo successivo. Tre anni dopo, sempre il Capitolo (stavolta riunito a Parigi) «giunse a decretare la distruzione di tutte le biografie precedenti alla “Legenda Maior”, con la scusa che biografie diverse avrebbero condotto l’ordine verso una divisione». Una scelta atttuata in modo così meticoloso, aggiunge Bragadin, da far sparire dalla faccia della terra anche gli scritti di Francesco e quelli di Chiara, le lettere, le testimonianze. «Non solo: vennero distrutti nelle chiese immagini, affreschi, tutto». Damnatio memoriae. Sepolto il vero Francesco, doveva sopravvivere solo quello falso. E così sarebbe stato, fino al 1768.

Quell’anno, ormai in pieno Illuminismo, viene ritrovata miracolosamente “La Vita Prima”, del Celano, «a più di cinque secoli dalla morte di Francesco». Poco dopo torna alla luce anche “La Vita Seconda”, un manoscritto che Bragadin definisce «molto difettoso», scoperto nel 1806. E infine il terzo libro, “Il Trattato dei Miracoli”, «acquistato casualmente a un’asta pubblica nel 1900». Grazie a quei tre volumi, spiega l’autore, si è potuta finalmente ricostruire la biografia autentica del vero Francesco. Ma nei cinque secoli precedenti, aggiunge, il Vaticano «ha avuto tutto il tempo di costruire una storia artificiale e falsa». Lo confermano anche gli storici ufficiali: nell’agiografia di Bonaventura «si inventano anche false vicende, per far corrispondere la figura di Francesco a quanto si voleva tramandare, funzionale cioè alla posizione che voleva prendere l’ordine. E si trascura del tutto, naturalmente, la figura di Chiara e le sue vicende, quasi che le clarisse non facessero parte del movimento». Di Chiara «si sa poco», conferma il medievista Franco Cardini. Anche perché attorno al santo di Assisi fu fatta, letteralmente, terraFranco Cardinibruciata: Bonaventura ordinò di dare alle fiamme tutti gli scritti su Francesco. «Sembra un ordine dal Cremlino». Da quel momento, la verità su Francesco, non sarebbe più stata quella della sua vita privata, ma una verità imposta dalla Chiesa.

Bragadin ha ignorato la storiografia ufficiale, affidata a documenti autentici ma inattendibili (menzogneri) e si è spinto in pellegrinaggio ad Assisi per almeno cento volte in un quarto di secolo, raccogliendo indizi e confidenze preziose da anziani monaci, segeretamente “innamorati” del vero Francesco. «Ho studiato attentamente ogni cosa – racconta – incluse le informazioni su Internet di frati o storici non allineati come Paul Sabatier, che ipotizza tutto quello che poi io ho provato a raccontare». E’ il caso, per esempio, dei colloqui con vecchi frati amici che «se ne fregavano, data l’età, di mantenere segreti sui due santi d’Assisi e sul loro immenso amore cosmico, che nell’ordine si tramandava per via orale». Dalle biografie di Celano, poi, affiorano storie «che sono al limite della decenza», perché emerge un Francesco che si mette a nudo, in chiesa, spogliandosi completamente. «Un estremista, barricadero, che incita la folla contro i potenti. No, un santo così non lo si può accettare». E’ decisamente troppo, per vescovi e cardinali.

L’autore parla anche dell’amore di Francesco per i Sufi, l’elusiva confraternita dei mistici orientali approdati all’Islam dopo aver attraversato l’induismo e il buddismo, mantenendo vivi molti aspetti del mazdeismo zoroastriano. Un network segreto, quello dei Sufi, da sempre impegnato per la pace. E’ un rosario Sufi, scrive Bragadin, quello tumulato insieme alle spoglie di Francesco, di cui l’autore ripercorre anche lo storico viaggio in Terrasanta. Fonti e storici ufficiali, racconta Bragadin, negano che Francesco, dopo i massacri dei Crociati a Damietta, nel 1220, si sia recato a Gerusalemme, nonostante avesse un permesso Il libro di Bragadinspeciale del sultano El-Kamil, che aveva incontrato. «Ma come possiamo credere – dice l’autore – che Francesco, a pochi passi dalla meta, in quasi un anno di permanenza in Terrasanta, rinunci al sogno di una vita, visitare i luoghi santi del suo Gesù?». Altri documenti, infatti, dimostrano che quei luoghi li ha visitati. Lo ammette anche Ratzinger, sicuramente basandosi su fonti inoppugnabili: «San Francesco ha visitato il Santo Sepolcro, ci sono elementi certi», scrive Benedetto XVI. «Ha gettato un seme che avrebbe portato molto frutto».

Gli stessi documenti arabi confermano che Francesco abbia incontrato i Sufi: «Metà del “Cantico di Frate Sole”, sembra tratto dai poemi di Rumi», il massimo poeta islamico, afghano, fondatore della prima scuola Sufi dei Dervisci Rotanti. E il sultano, Francesco l’aveva incontrato «non certo per “convertirlo” (una fissa della Chiesa Cattolica), ma per confrontarsi in un rapporto di amore reciproco». Pace, nella diversità: unire ciò che è stato diviso. Francesco faceva parte, dunque, di una sorta di “intelligence informale” dell’epoca: una rete che, evidentemente, condivideva conoscenze esoteriche e collaborava per l’unità sostanziale dei popoli, al di là delle differenze religiose. “Perché il mondo non è nostro, e noi non siamo del mondo”, recita il “Pater” dei càtari, che sembra ispirato direttamente da Zoroastro e invita a liberarsi del “giogo” della materia. “Nel mondo, ma non del mondo”, è il motto dei Sufi. “Nulla possedendo, da nulla essendo posseduti”. Ecco in cosa credeva Francesco. Quello vero.

(Il libro: Gian Marco Bragadin, “San Francesco. Le verità nascoste”, Melchisedek, 492 pagine, euro 21,25, ebook a 12,99 euro).

fonte: libreidee


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16 febbraio 2017

Trump fa il muro? I messicani hanno già inventato la catapulta lancia erba

16/02/2017
Una catapulta artigianale per lanciare pacchi di marijuana oltre il confine è stata scoperta dagli agenti della Us Border Patrol (la polizia di confine degli Usa). La catapulta è stata individuata in territorio messicano, a pochi metri di distanza dalla frontiera con lo stato dell’Arizona.
La catapulta è stata avvistata dagli agenti americani, che mentre si avvicinavano alla costruzione per le verifiche hanno notato diversi uomini allontanarsi in tutta fretta. Affianco alla catapulta sono stati ritrovati due pacchi di marijuana imballata e pronta per essere scagliata oltre confine, dal peso di 47 chilogrammi complessivi.
La catapulta per la marijuana realizzata in metallo è solo l’ultimo degli stratagemmi scoperti dalla polizia di frontiera per fare entrare illegalmente merci vietate (in gran parte droghe) oltre confine. I metodi usati vanno dai più elaborati, come il tunnel con tanto di binari e sistema di refrigerazione scoperto nel 2015 e costruito presumibilmente dalla banda del famoso narcotrafficante El Chapo, a quelli più arrangiati, come le finte partite di carote ripiene di cannabis, o le rocce da costruzione ripiene.
In questi giorni giorni il nuovo presidente degli Usa Donald Trump ha affermato che il muro e l’aumento dei controlli al confine con il Messico servirà anche a fermare il traffico di droga. Difficile possa funzionare quando per superare un muro basta una catapulta, molto di più può la legalizzazione, che – ed è dimostrato – ha già inferto un colpo pesante al sistema dei narcos.
http://www.dolcevitaonline.it/trump-fa-il-muro-i-messicani-hanno-gia-inventato-la-catapulta-lancia-erba/

15 febbraio 2017

Esiste sempre una soluzione.

15/02/2017



«Voi vorreste che vi fosse rivelato un metodo che vi darà la possibilità di risolvere tutti i problemi e affrontare tutte le situazioni, come fosse una chiave che apre tutte le porte…
Un tale metodo, però, non esiste. Il metodo che ieri ha funzionato, oggi non è più efficace e occorre cercarne uno nuovo. Ieri, per esempio, un pensiero che avete letto vi ha permesso di avere una visione chiara o di ritrovare la serenità, ma oggi le condizioni sono diverse e quel pensiero non agisce più: dovete cercarne un altro. È così che, giorno dopo giorno, il Cielo ci obbliga ad avanzare, a fare delle scoperte, altrimenti ci addormenteremmo.
Ogni giorno la vita ci presenta nuove configurazioni, una nuova disposizione delle cose, nuovi rapporti di forze, dunque nuovi problemi da risolvere; e se ieri la soluzione consisteva nel fare appello alla saggezza, forse oggi sarà efficace l’amore, oppure la volontà o l’elasticità o la pazienza.
Esiste sempre una soluzione, ma ogni volta occorre fare lo sforzo di cercarla.»
Omraam Mikhael Aivanhov
 http://unicacoscienza.altervista.org/omraam-mikhael-aivanhov-esiste-sempre-soluzione/

14 febbraio 2017

Le suore che coltivano Maria

14/02/2017
Si fanno chiamare “Sister of the Valley” e hanno una sola vocazione: la Marijuana.
Indossano vesti semplici, molto simili a quelli delle suore, ma non fanno capo a nessun credo religioso, non pregano e non cercano adepti. E allora cosa fanno? Coltivano.
In una valle della California queste donne producono incessantemente olio di Cannabis, unguenti, creme ed Erba, il tutto con amore e devozione. La loro missione è proprio quella di portare guarigione e sollievo con metodi del tutto naturali tramite i mille benefici della Marijuana.
Chiaramente la Chiesa Cattolica e alcuni critici non vedono di buon occhio che queste donne si facciano chiamare “sorelle” e vestano la tonaca, ma a loro non interessa anzi, si dicono soddisfatte che vengano mosse criticità sull’aspetto esteriore e si tralasci quello che invece fanno concretamente, senza attaccare i benefici terapeutici della Maria.
Tanto lo sappiamo tutti che non è l’abito a fare il monaco.
http://www.dolcevitaonline.it/le-suore-che-coltivano-maria/ 

13 febbraio 2017

Trump fa partire i lavori per l’oleodotto sulle terre indigene: i Sioux resistono tra la neve

13/02/2017
proteste sioux (2)In campagna elettorale Donald Trump aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per rilanciare l’economia del petrolio e del gas. Ora che è presidente ha deciso di cominciare dando via libera dal progetto più controverso di tutti: il Dakota Access Pipeline, ovvero l’oleodotto di 1700 chilometri che deve passare tra le terre sacre degli idiani Sioux e sotto al fiume che è la loro unica fonte di acqua potabile, il Missouri.
Si tratta di un’area che rappresenta un ecosistema molto delicato, dal quale dipende la vita di circa 50mila indiani d’america (ma che complessivamente porta acqua a 17 milioni di americani) e che un’eventuale incidente petrolifero potrebbe danneggiare irrimediabilmente.
In dicembre il genio militare aveva deciso di non approvare la costruzione del tratto di oleodotto che sarebbe dovuto passare sotto ai territori indigeni, dando mandato alla compagnia di studiare dei percorsi alternativi, riconoscendo che il tracciato del Dakota Access Pipeline avrebbe messo in pericolo le riserve d’acqua degli insediamenti della nazione indiana del North Dakota.
Donald Trump ha invece firmato un odine esecutivo che ordina di intraprendere la costruzione dell’opera nel suo trattato originario, decidendo così di non tenere in considerazione la negativa valutazione di impatto ambientale, né le proteste del popolo Sioux che da otto mesi resiste alla costruzione del Dakota Access.
I cantieri per il completamento dell’ultimo tratto dell’opera, che in totale costerà 3,8 miliardi di dollari ed a regime trasporterà 570mila barili di petrolio al giorno,  sono stati riaperti ieri mattina.
I Sioux hanno confermato che non accettaranno la decisione e non rimarranno passivi di fronte all’ennesivo abuso subito dai “bianchi” nel corso della loro storia. Le manifestazione sono riprese, così come i presidi per impedire fisicamente l’avanzamento del cantire.
Nel frattempo una delle tribù Sioux che si batte contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access ha presentato ricorso in tribunale nel tentativo di fermare l’autorizzazione del governo. I Cheyenne River Sioux si sono appellati alla Corte federale della capitale Washington, ribadendo come il progetto violi i diritti della nazione Sioux sanciti nei trattati.
Mentre l’associazione Standing Rock Rising (che riunisce tutte le tribù Sioux) ha fatto appello alla solidarietà internazionale, chiedendo a tutti di firmare una petizione da indirizzare a tutte le banche che finanziano il progetto per costringerle a ritirare i fondi dall’opera. La lista è piuttosto lunga (la trovate a questo link) e comprende anche l’italiana Intesa San Paolo.
http://www.dolcevitaonline.it/trump-fa-partire-i-lavori-per-loleodotto-sulle-terre-indigene-i-sioux-resistono-tra-la-neve/

12 febbraio 2017

La vita è un fenomeno davvero misterioso – Osho

12/02/2017
“Silenzio condiviso con le parole” presenta “La vita è un fenomeno davvero misterioso“.
– C’è un paradiso e c’è un inferno? E vuoi dirmi in che parte dell’Oregon si trovano?
– Sei seduto in paradiso e la strada della contea porta all’inferno!
– Sei un uomo che di certo ama la controversia che lo circonda.
– La amo.
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– Sei un uomo che penso amerebbe che ogni essere umano di questo mondo abbia almeno sentito parlare di lui.
– Certamente! Vorrei che il mondo intero mi amasse o mi odiasse, non vorrei che un singolo individuo in tutto il mondo mi ignorasse. Ed è per questo che il mio impero è in espansione: ho più amici, ho più nemici, ogni giorno aumentano.
– Sei anche un uomo con, indubbiamente, un magnifico senso dell’umorismo. E penso che per poter… per poter dominare questo impero… non dominare, scusa, tu non domini: vivi soltanto in questo impero! Per accettare tutte le seccature e le controversie e i travisamenti e probabilmente alcune verità su di te, devi avere un incredibile senso dell’umorismo.
– Mi diverto moltissimo…
– Al Centro di accoglienza, o come lo chiamate, ho letto che se tutti al mondo potessero ridere per ventiquattr’ore, questo cambierebbe tutta la malignità in cui sembra che tutti viviamo. Questo non è ciò che hai detto tu: la conclusione è mia!
– Sarebbe utile, ma ucciderebbe quella donna… La risata è una buona medicina, ma dovresti prenderne quanta ne puoi assorbire, altrimenti ti può uccidere, può farti impazzire. La vita è un fenomeno davvero misterioso, di cui la risata è parte e di cui anche le lacrime fanno parte. Essere tristi ogni tanto, veramente tristi, non è male. La tristezza ha una sua bellezza intrinseca. Devi solo imparare a godere la bellezza della tristezza, il suo silenzio, la sua profondità. La vita è un tutto unico, e noi permettiamo alla nostra gente di vivere in tutte le dimensioni. Se qualcuno piange e singhiozza, nessuno qui lo fermerà; qualcuno potrà abbracciarlo e andarsene per la sua strada. Quell’abbraccio non voleva fermare le lacrime, era solo una risposta spontanea. Noi crediamo nella vita, nella sua totalità, nei suoi giorni, nelle sue notti, nei giorni di sole e in quelli nuvolosi. Noi crediamo che tutto nella vita può essere goduto; serve solo un po’ più di consapevolezza, una maggior coscienza di quel che accade. Tu non sei la tua mente, non sei il tuo corpo; c’è un testimone da qualche parte dentro di te che può continuare a osservare la mente, le emozioni, le reazioni fisiologiche. Quel testimone sei tu! E quel testimone è in grado di godere di tutto, quando diventi centrato lì. Tutto il mio metodo di meditazione consiste nel centrarti nel tuo testimone, e poi lasciare che la vita e i suoi giochi proseguano. Godi, ridi, piangi, ma qualunque cosa tu faccia, falla totalmente, senza vergogna, senza rimorsi. E, come hai detto, io sono di certo un uomo che si diverte nell’essere controverso. Non posso concepire un uomo che non abbia il coraggio di essere controverso. Le persone che non sono controverse sono semplici ipocriti, solo dei santerellini carini con chiunque, che passano le giornate a cambiare le loro maschere, per adattarsi a chiunque. Un americano, Dale Carnegie, ha scritto un libro, “Come farsi degli amici e influenzare le persone”. La mia idea è “Come influenzare le persone e crearsi dei nemici”.
– Perché? Perché è importante, come metro di paragone, crearsi dei nemici?
– Perché se puoi crearti un nemico, ti sei creato un amico potenziale.
Osho
http://www.meditare.net/wp/meditazione/la-vita-e-un-fenomeno-davvero-misterioso-osho/ 

10 febbraio 2017

Metodo Feldenkrais per la sclerosi multipla

10 febbraio 2017


Metodo Feldenkrais per la sclerosi multipla

“La sclerosi multipla (SM) ha lasciato il suo segno indelebile nella mia famiglia. A mio zio paterno, Benjamin, fu diagnosticata la SM, di cui morì  nel 1930. Negli anni ’50, la malattia ha preso mio padre due settimane dopo il mio quarto compleanno. Nel 1986, ha segnato la vita di mia sorella, Susan. La mia famiglia è stata impegnata con l’associazione Sclerosi Multipla dal tempo in cui ho ricordi. Ancora ragazzino, mio fratello Eli andava di casa in casa con la scatola di raccolta per l’associazione. Da bambina, assieme ai miei amici, ci facevamo pagare per i nostri spettacoli nel cortile e donavamo il ricavato. A tuttoggi io e mio fratello rimangono impegnati. Scrivo e parlo di SM a chiunque voglia ascoltare. Assieme alle mie figlie ho partecipato alla marcia per la SM ogni anno da quando sono nate. Quando ero una giovane fisioterapista, nel 1976, ho iniziato la prima classe per i pazienti affetti da SM presso la UCLA. Nel 1991 sono diventata un’insegnante del Metodo Feldenkrais® e ho insegnato classi di Consapevolezza Attraverso il Movimento® con il sostegno dell’associazione dedicata alla SM.
Come può il Metodo Feldenkrais® dare benefici alle persone con SM?
Il Metodo Feldenkrais esplora come il cervello e il nostro sistema nervoso possano cambiare. La sclerosi multipla è una malattia che colpisce il cervello e il sistema nervoso. Ecco perché secondo me il Metodo Feldenkrais è utile a chi è affetto da sclerosi multipla: dal momento che sappiamo che la SM può colpire qualsiasi parte del sistema nervoso rivestito di mielina (la copertura “isolante” dei nervi), qualsiasi approccio che voglia aumentare le funzioni deve deve coinvolgere l’intera persona. Questo rende il Metodo Feldenkrais una buona partita; non solo perché collega una parte del corpo alle altre, ma anche perché comporta poco o nessun stress, uso di energia, dolore o sudore. E può abbassare la temperatura di un corpo surriscaldato rilassando il meccanismo di “lotta o fuga”.
Ci sono quattro tipi principali di SM; recidivante-remittente, secondaria progressiva, primaria progressiva e recidivante progressiva. Anche se ci sono fattori comuni tra le persone con SM, ognuno è un individuo. A seconda del tipo di SM che una persona ha, i sintomi possono variare notevolmente da un giorno all’altro.
Dal momento che il Metodo Feldenkrais lavora sulla consapevolezza, su come raggiungerla e come utilizzarla ogni persona impara a regolarsi con se stessa, trovando le proprie strategie per il cambiamento. Inoltra la combinazione di consapevolezza e flessibilità è molto potente nella lotta contro gli effetti di questa malattia. Il fatto di utilizzare i muscoli per muoversi piuttosto che come supporto antigravitazionale migliora la gamma di movimento e aiuta ad avere più energia. Inoltre imparare a iniziare il movimento dai grandi muscoli che si trovano al centro del corpo consente una distribuzione migliore del lavoro, permettendo di conservare energia e forza, che rappresentano due grandi preoccupazioni per pazienti con SM.
Inoltre questi elementi permettono di mantenere la flessibilità delle articolazioni e dei muscoli, fattori importanti per camminare e per svolgere le azioni quotidiane. Tutti noi abbiamo un enorme potenziale per l’apprendimento, non importa quale sia la nostra capacità fisica in quel dato momento. Imparare la consapevolezza, la flessibilità e il cambiamento migliora le funzioni.
Andiamo più nello specifico!
La maggior parte delle persone non pensano a quello che fanno o come si muovono fino a quando non si trovano in difficoltà. Se rallentiamo e prestiamo attenzione a come ci muoviamo e a che cosa facciamo, siamo in grado di affinare i nostri movimenti e le nostre azioni. Come Moshe Feldenkrais scrisse: “Se non sai quello che stai facendo, non puoi fare quello che vuoi.” Questo è esattamente ciò che impariamo quando pratichiamo il Metodo Feldenkrais.
Se avete la SM o se conoscete qualcuno che ne soffre (ci sono circa 200.000 persone negli Stati Uniti e 2,5 milioni in tutto il mondo) allora conoscete alcuni dei sintomi debilitanti. Poiché i sintomi sono così vari, quando si lavora con questa malattia, si deve avere una chiara comprensione della natura intreccciata del cervello e del corpo. Non si può “correggere” una parte senza influenzare le altre. Non possiamo cambiare il modo di camminare, se non lavoriamo sulla respirazione o senza sapere dove siamo nello spazio
CAMMINARE
Camminare è il motivo principale per cui le persone con SM vengono da me. Comincio esplorando la consapevolezza del mio cliente rispetto allo parti del corpo nello spazio. Nel linguaggio medico, questo si chiama cinestesi/propriocezione. Propongo lor una serie di sequenze di movimenti, sia attraverso le indicazioni verbali, sia o attraverso il tocco. Questi movimenti molto facili e dolci permettono all’allievo di rilassarsi; è solo quando siamo rilassati che possiamo esplorare il movimento! Gli allievi spesso scoprono schemi di movimento che li frenano. Essi imparano a lasciar andare gli schemi di movimento abituali che non funzionano. Attraverso queste sottili lezioni di movimento, sviluppano la consapevolezza, che porta alla flessibilità e a una migliore coordinaazione. Un altro sintomo che rende difficile il cammino è la spasticità. La spasticità è uno stato in cui alcuni muscoli sono contratti del tutto oppure lavorano in tempi inappropriati. Quando gli studenti imparano a muoversi con meno sforzo, riescono a fermare o a invertire qualsiasi movimento prima che i muscoli diventino eccitato o sovraeccitati. I movimenti sono lenti, dolci e sicuri. Gli allievi trovano che hanno più abilità nel modulare come i loro muscoli iniziano l’azione. Questo offre loro l’opportunità di fare minori aggiustamenti sulla base della loro percezione. Problemi di coordinazione sono abbastanza comuni tra le persone con sclerosi multipla, a causa della minor comunicazione tra il cervello e il midollo spinale. La coordinazione è complicata.  Le azioni utilizzano alcune sequenze muscolari. Ad esempio, si piega il ginocchio e si solleva il piede prima che  l’anca muova la gamba in avanti per camminare. Tuttavia, prima ancora di muovere le gambe, si vede qualcosa che si desidera raggiungere a piedi, sia nella realtà che nell’immaginazione. È necessario anche mantenere una postura eretta e respirare per muoversi in modo efficiente. Le sequenze di movimento esplorate durante una lezione Feldenkrais insegnano il controllo del movimento nello spazio. Ciò include la capacità di controllare la direzione, la qualità e la velocità.
EQUILIBRIO
Molto spesso le persone con SM hanno difficoltà a mantenere l’equilibrio. Attraverso il Metodo Feldenkrais, gli studenti con SM hanno la possibilità di esplorare la “postura dinamica”, in cui lo scheletro supporta il peso e i muscoli sono liberi di muoversi in modo più efficiente. Si esplora il rapporto tra lo scheletro e muscoli. Si porta attenzione alla trasmissione del movimento attraverso il centro del corpo, piuttosto che mantenere il “core”.
CALORE
Il calore può causare un temporaneo peggioramento dei sintomi della SM e lo stress e la tensione possono aumentare la temperatura corporea. Con il movimento delicato di una lezione Feldenkrais, un partecipante può imparare ad allentare lo stress e la tensione. Questo aiuta a far diminuire il calore, consentendo all’energia del corpo di fluire liberamente. Utilizzando l’attenzione e il respiro, si può imparare a rilevare (e quindi evitare) l’aumento della temperatura corporea prima che inizino i problemi.
STRESS
Vivere con la SM può significare cambiamento e stress. Lo stress esaurisce un individuo sia emotivamente che fisicamente e aumenta la stanchezza. Utilizzando il Metodo Feldenkrais, le persone con MS imparano a funzionare in uno stato più rilassato, calmando così il sistema nervoso simpatico (responsabile del meccanismo di “lotta o fuga”). Dal momento che i movimenti si basano su attività funzionali, le persone hanno la possibilità di scoprire i loro modelli di ansia abituali e di esplorare modi più efficaci di risposta. Mentre insegnavo corsi regolari per l’associazione della SM, mi sono spesso trovata in strutture non ottimali. C’era spesso rumore o movimento nella stanza, ma ho scelto di non modificare la situazione perché sapevo che i miei allievi avevano bisogno di imparare a calmarsi e a sentire se stessi in qualsiasi ambiente. Dopo tutto, centri commerciali, ristoranti rumorosi e ingorghi non scompaiono solo perché avete la sclerosi multipla!
FATICA
La fatica può essere la più grande sfida, perché siamo in grado di crearla senza nemmeno rendercene conto. Sforzo, tensione e fatica sono spesso il risultato di piccoli muscoli che fanno il lavoro al posto di quelli più grandi. Non ci può essere apprendimento quando c’è fatica, quindi sono gli allievi a misurare il proprio senso di stanchezza, modulando pause e riposi. Nel muoversi o riposarsi secondo il proprio ritmo, guadagnano un maggiore controllo sulla fatica.
FLESSIBILITÀ
Flessibilità è la capacità di commutare e utilizzare una parte diversa del corpo per una stessa attività. Imparare ad usare i muscoli per muoversi piuttosto che usarli per sostenere se stessi permette di migliorare la gamma di movimento e di avere più’energia. L’avvio del movimento dai grandi muscoli vicini al centro del corpo permette una migliore distribuzione del movimento permette di conservare l’energia e la forza. Queste sono le chiavi per mantenere la flessibilità articolare e muscolare, importante passeggiare e per le altre attività della vita quotidiana.”
(Traduzione dell’articolo Working with people with Multiple Sclerosis a cura di Beth Rubenstein, insegnante del Metodo Feldenkrais)
http://compressamente.blogspot.it/2017/02/metodo-feldenkrais-per-la-sclerosi.html

9 febbraio 2017

Osho: Abbiamo tutto ciò che serve per questa avventura?

9 febbraio 2017

Il cammino è bello, la via è piena di fiori. E diventa sempre più bella man mano che la tua consapevolezza si eleva...

Un prezioso brano di Osho apparso su Osho Times n. 234


osho


DOMANDA:
Osho, non so dove sto andando e non so che cosa devo fare.
Ho tutto ciò che mi serve per questa avventura?


Non c’è bisogno di sapere dove stai andando. Non c’è bisogno nemmeno di sapere perché. Tutto ciò che ti serve sapere è che lo stai facendo con gioia, perché se lo fai con gioia non puoi sbagliare. Se danzi, canti e celebri, la direzione non ha importanza, la strada non conta, l’obiettivo non importa. Ogni istante diventa il paradiso. 
Lo ripeto ancora una volta: non esistono obiettivi nell’esistenza. Esistono solo momenti, e l’arte consiste nello spremere il momento, tutta la sua linfa, qui e ora. E man mano che i momenti continuano ad arrivare nelle tue mani, continua a spremere ogni succo che l’esistenza ha in serbo per te. 
E comunque sei già dove devi essere, quindi se vai da qualche parte è solo una passeggiata mattutina! 
Non preoccuparti. Non c’è alcun obiettivo, puoi tornare indietro da qualsiasi punto. Non stai andando da nessuna parte! 
Tutto il mio insegnamento consiste nell’esserci e lasciare che ogni beatitudine si riversi su di te. 
Perché dovresti andare da qualche parte? E comunque, dove andresti? 
Ci sono treni, autobus, aerei e puoi andare dove vuoi, persino sulla Luna. Nel giro di qualche anno sarà possibile andare su Marte, o raggiungere qualche stella. Ma tutto questo è stupido, che cosa faresti sulla Luna? Ci hai mai pensato? Sarebbe assolutamente strano persino ai tuoi stessi occhi: “Che cosa ci faccio qui?”. 
La vita è il cammino. 
La vita non ha scopo. 
Ecco perché mi piace la parola Tao. Tao significa “la via”, senza alcun obiettivo, semplicemente la via. 
Era coraggioso Lao Tzu, venticinque secoli fa, a dire alla gente che non esiste uno scopo e che non stiamo andando da nessuna parte. 
Resteremo qui, quindi rendi il tuo tempo più bello, più amabile, il più possibile pieno di gioia. 
Lao Tzu ha chiamato la sua filosofia Tao e Tao significa semplicemente “la via”. Molti gli chiedevano: “Perché hai scelto il nome Tao? Perché non esistono obiettivi nella tua filosofia?”. Lui rispondeva: “Proprio per questo motivo ho scelto di chiamarla ‘la via’, in modo che nessuno dimentichi che non esiste alcun obiettivo, ma solo il cammino”.
E il cammino è bello, la via è piena di fiori. E diventa sempre più bella man mano che la tua consapevolezza si eleva. Nel momento in cui raggiungi la vetta, tutto diventa così dolce, così estatico, che improvvisamente ti accorgi che questo è il luogo, questa è “casa”. E tu correvi inutilmente qua e là! 
Non pensare mai di andare da qualche parte, pensa invece a trasformare te stesso qui. 
Un luogo da raggiungere è una strategia astuta della mente per ingannarti. La mente cerca sempre di richiamare il tuo interesse verso cose lontane, distanti, in modo da portarti via da qui. O almeno la tua attenzione non sarà più “qui”, ma “là”! E non ci arriverai mai. Andando da qui a là, man mano acquisirai l’abitudine di guardare sempre là, e quindi ogni luogo che raggiungerai, non richiamerà più la tua attenzione, perché il tuo obiettivo si sarà già spostato da qualche altra parte. 
In India c’è un antico detto, “diya tale andhera”, “c’è buio sotto la lampada”. La lampada fa luce tutto intorno, ma esattamente sotto di essa c’è l’oscurità. Questa è la situazione dell’uomo: sei in grado di vedere ovunque, tutto intorno, ma sei incapace di vedere dove sei, chi sei. 
Quindi annulla tutte le prenotazioni! Non c’è un luogo da raggiungere: essere qui è una tale estasi.
Chiudi gli occhi, in modo da poter vedere la realtà del qui. 
“Là” e “poi” sono solo finzioni. “Qui” e “ora” sono le uniche realtà.

Continua su Osho Times n. 234


Tratto da: Osho, Tu sei il mondo, Giunti Demetra

http://www.oshoba.it//index.php?id=articoli_view_x&xna=234 

6 febbraio 2017

La Cannabis può guarire le ferite?

Lunedì 6 febbraio 2017
Un uomo di nazionalità canadese di 44 anni malato di cancro si è affidato al Dottor Vincent Maida, professore associato del Division of Palliative Care at the University of Toronto per trovare un trattamento al suo dolore cronico. Precedentemente aveva fatto uso di farmaci e di oppiacei: i primi non portavano nessun miglioramento e i secondi gli stavano causando effetti collaterali. Hanno deciso quindi di iniziare una terapia a base di Cannabis. Il medico gli prescrisse la Marijuana da assimilare tramite vaporizzatore: la cura non solo apportò giovamento al dolore, ma gli permise di abbassare la quantità di oppiacei.
Successivamente il cancro gli causò una ferita sulla guancia che la erose, rendendo impossibile l’assunzione della Marijuana. Decisero quindi di applicare sulla ferita olio di Canapa 4 volte al giorno per un mese. Il dolore si affievoliva dopo 10 minuti e l’effetto durava per le due ore successive ma soprattutto, la dimensione del foro si era ristretta del 5%.
Solo uno studio finora prendeva in considerazione la possibilità che la Cannabis potesse trattare le ferite ed era inerente alle cellule dell’intestino e svolto in laboratorio.
Purtroppo l’uomo è deceduto dopo un mese dall’inizio della cura a causa di complicazioni del suo stato di salute, ma lascia dietro di sé un’importante testimonianza di quanto ancora ci potrebbe essere da scoprire sulla Marijuana.
 http://www.dolcevitaonline.it/la-cannabis-puo-guarire-le-ferite/

5 febbraio 2017

OSHO: Voglio che guardiate da ogni finestra possibile.

Domenica 5 febbraio 2017


Risultati immagini per osho
Non si sa mai da quale finestra si vedrà la luce, da quale finestra si vedrà la Luna. Non voglio trascurare alcuna angolazione, alcuna dimensione.
Le vostre domande aprono nuove dimensioni.


Ho pubblicato 500 libri, ma quello che volevo dire non l’ho ancora detto. Ci sto provando, sperando che in qualche modo, in qualche momento, che io lo abbia detto o no, lo udirete. Potrei non essere in grado di dirlo, ma solo di mostrarlo. E potreste non essere in grado di udirlo, ma di vederlo.


Mi viene in mente uno dei più grandi poeti indiani, Rabindranath Tagore, un premio Nobel. Ha scritto 6000 canzoni, poesie da cantare e mettere in musica. Non sono solo poesie da recitare, sono composte per gli strumenti musicali. Nella lingua inglese solo Shelley si avvicina un po’ a Rabindranath Tagore. Ha composto 2000 poesie che possono essere messe in musica, ma Rabindranath è molto più avanti: 6000 canzoni!


Quando Rabindranath stava morendo, erano presenti un suo amico e suo zio, un grande pittore, proprio come Rabindranath era un grande poeta. Il suo nome era Avanindranath Tagore. In questo secolo, in India, nessuno ha superato Avanindranath Tagore nella pittura. Avevano quasi la stessa età, entrambi erano vecchi.


Rabindranath stava morendo e Avanindranath gli disse: “Vedo lacrime nei tuoi occhi. Dovresti gioire perché lasci 6000 canzoni dietro di te. Non esiste un solo poeta, in qualsiasi lingua, che possa reggere il confronto. Puoi morire con dignità e orgoglio. Ritira le lacrime!”.


Rabindranath rispose: “Queste lacrime non sono quello che pensi. Non sono lacrime di disperazione, non sono lacrime di paura, non sono perché la morte è in arrivo. La ragione per cui piango è che ho cantato 6000 canzoni, ma la canzone che ero venuto a cantare, non l’ho ancora cantata. Ho cercato di cantarla di continuo, ma esce sempre qualcos’altro. Quella canzone rimane nascosta nel profondo della mia anima. Piango perché ci sono arrivato molto vicino. Questo non è ancora il momento per me di morire. Dio è assolutamente ingiusto con me. Tutta una vita di prove… Tutte quelle canzoni erano solo prove, scarti e la canzone che volevo cantare resta ancora da cantare…”.


Ma per me non sarà così. Canterò quella canzone! Cercherò di avvicinarmi a voi da ogni angolo, da tutte le dimensioni possibili, in ogni modo possibile e con ogni mezzo. La mia canzone non è fatta di parole, la mia canzone sono io! Voglio condividere tutto il mio essere con voi, per questo rispondo alle vostre domande.


Continua su Osho Times n. 234


Tratto da: Osho, Yakusan: Straight to the Point of Enlightenment #3