domenica 6 settembre 2020

Pura innocenza

1.      

 Quel filo rilucente, poesia di Grazia Denaro

Vi ho parlato della morte del mio Nana, mio nonno. E proprio ora ho ricordato che non dovette mai andare dal dentista. Che uomo fortunato! Morì con tutti i denti intatti. E guardate me! Quando li hai controllati, ti ho sentito dire che ne manca uno. Forse è per questo che sono così ferreo. Ho trentun denti: forse è per questo che mordo senza pietà! Mancandomi un dente, cos’altro potrei fare se non mordere tutto ciò su cui metto le mani?

Ero così nei primi anni vissuti con mio nonno, tuttavia non venni mai punito. Nana non mi disse mai cosa fare o non fare. Al contrario, mise al mio servizio il suo servo più fedele, Bhoora, perché mi proteggesse:

Bhoora andava in giro con un fucile molto antiquato: mi seguiva a distanza, ma quella presenza era sufficiente per spaventare tutti gli abitanti del villaggio, e per permettermi di fare tutto ciò che volevo.

Qualsiasi cosa voi possiate immaginare… come cavalcare un bufalo all’incontrario, seguito da Bhoora. Solo anni dopo, nel museo dell’università, vidi una statua di Lao Tzu, seduto all’incontrario su un bufalo. Risi così forte che il direttore corse a chiedermi se qualcosa non andasse bene: ero seduto per terra, tenendomi la pancia: “Le fa male da qualche parte?” , mi chiese.

Dissi di no e chiesi di essere lasciato tranquillo: “Non mi faccia ridere di più, altrimenti mi metterò a piangere. Mi lasci stare, sto bene! Mi è venuta in mente la mia infanzia: così io cavalcavo i bufali!”

Nel mio villaggio, e in tutta l’India, nessuno cavalca i bufali. I cinesi sono strani, e Lao Tzu è il più strano di tutti. Ma Dio sa, e solo lui lo sa, come mi venne l’idea di sedermi su un bufalo all’incontrario in pieno mercato: neppure io so perché lo feci, forse perché mi è sempre piaciuta ogni sorta di assurdità.

In quei primi anni… se potessero essermi ridati, sarei pronto a rinascere. Ma voi sapete, e io so, che nulla può essere ripetuto. Per questo dico che sarei pronto a rinascere, altrimenti chi lo vorrebbe? Anche se quei giorni furono meravigliosi.

Sono nato sotto una cattiva stella. Rimpiango di non aver mai chiesto all’astrologo come mai nacqui così dispettoso. I dispetti mi nutrono, senza non potrei vivere. Posso capire mio nonno e i guai che gli ho causato. Sedeva tutto il giorno nel suo gaddi – così è chiamata la sedia di un ricco – e dedicava più tempo a chi andava a lamentarsi di me che non ai suoi clienti. Ma a tutti diceva: “Sono pronto a pagare per qualsiasi danno vi abbia causato, ma ricordate: non lo punirò mai”.

Forse fu la sua pazienza con me, un vero discolo… neppure io riuscirei a sopportare tanto! Se mi venisse dato un bambino come me, e per anni… Dio mio! Nel giro di pochi minuti, lo butterei fuori dalla porta per sempre. Forse quegli anni fecero accadere un miracolo a mio nonno: quell’infinita pazienza lo ricompensò. Divenne sempre più silenzioso. Vidi quel silenzio crescere giorno dopo giorno. Ogni tanto gli dicevo: “Nana, mi puoi punire… non è necessario che tu sia così tollerante”. E ci credereste? Scoppiava a piangere, e con gli occhi colmi di lacrime mi diceva: “Punirti? Non posso! Posso punire me stesso, ma non te”.

Mai, neppure per un istante, vidi nei suoi occhi la minima ombra di rancore per me, e credetemi: feci tutto ciò che mille bambini insieme possono fare… dal mattino, prima ancora di fare colazione, fino a notte fonda, no facevo che biricchinate.

A volte tornavo a casa alle tre del mattino, ma lui era un uomo straordinario, non disse mai: “È troppo tardi. Non è l’ora di tornare a casa, per un bambino!” Mai, neppure una volta. Di fatto, in mia presenza evitava persino di guardare l’orologio alla parete.

Fu così che appresi la religiosità. Non mi portò mai al tempio, dove era solito andare. Ci andavo anch’io, ma solo quando era chiuso, a rubare i prisma: il tempio aveva molti candelabri con prisma splendidi. E io credo che col tempo li rubai quasi tutti. Quando mio nonno lo venne a sapere, disse: “E allora? Ho donato quei candelabri, ne posso donare altri. Non li ruba: appartengono a Nana! Io ho costruito quel tempio!” Il sacerdote smise di protestare. Che senso aveva? Era un semplice servo di Nana.

Ogni mattina Nana andava al tempio, ma non mi disse mai di andare con lui. Non mi indottrinò mai. Questa è la cosa straordinaria… non indottrinare. È così umano costringere un bambino indifeso a seguire i tuoi credo; ma mio nonno non si lasciò mai tentare… sì, la chiamo la tentazione più grande che esista: nel momento in cui vedi che qualcuno dipende da te, inizi ad indottrinarlo. Non mi disse mai: “Tu sei un Jaina”.

Lo ricordo perfettamente: fu al tempo del censimento. Un incaricato era venuto da noi e fece domande su ogni dettaglio. Chiese a mio nonno di che religione fosse, e lui rispose: “Giainista”, poi gli chiese di quale religione fosse la nonna. E lui rispose: “Chiediglielo tu. La religione è una cosa privata: io non gliel’ho mai chiesto”. Che uomo!

Mia nonna rispose: “Io non credo in nessuna religione. Tutte le religioni mi sembrano infantili”. L’incaricato rimase esterrefatto. Io stesso rimasi stupito: non crede in nessuna religione? È impossibile trovare una donna, in India, che non creda in nessuna religione. Ma lei era nata a Khajuraho, forse in una famiglia di Tantrika, che non credono in nessuna religione: hanno praticato la religione ma non hanno mai creduto in una religione.

Per una mente occidentale sembrerà assurdo: meditare senza una religione? Certo… in realtà, se credi in una religione qualsiasi, non puoi meditare. La religione interferisce nella tua meditazione. La meditazione non ha bisogno di nessun Dio, di nessun paradiso, di nessun inferno, della paura di essere punito, né della seduzione del piacere. La meditazione non ha nulla a che fare con la mente: è al di là, mentre la religione è solo mente, esiste all’interno della mente.

So che Nani non andò mai al tempio, ma mi insegnò un mantra che rivelerò per la prima volta. È un mantra giainista, ma che nulla ha a che vedere con il giainismo in quanto tale. È in relazione col giainismo per puro caso…

Namo arihantanam namo namo

Namo siddhanam namo namo

Namo uvajhayanam namo namo

Namo loye savva sahunam namo namo

Aeso panch nammokaro

Om, shanti, shanti, shanti…

È un mantra meraviglioso: sarà difficile tradurlo, ma farò del mio meglio… o del mio peggio. Innanzi tutto, ascoltate il mantra in tutta la sua bellezza originale:

Namo arihantanam namo namo

Namo siddhanam namo namo

Namo uvajhayanam namo namo

Namo loye savva sahunam namo namo

Aeso panch nammokaro

Savva pava panasano

Mangalam cha savvesim behenam havaimangalam

Arihante sharanam pavyjyanni

Sidde shranam pavyhyanni

Sahu sharanam pauhyanni

Namo arihantanam namo namo

Namo siddhanam namo namo

Namouvajhayanam namo namo

Om, shanti, shanti, shanti…

Ora mi sforzerò di tradurlo:

“Vado ai piedi e mi inchino agli arihanta…”. Nel giainismo gli arihanta sono i bodhisattva del buddismo: “Colui che ha realizzato l’assoluto, ma che non si preoccupa più di nulla”. È arrivato a casa, e ha voltato le spalle al mondo. Non crea una religione, non predica neppure: non si annuncia! È ovvio che debba essere ricordato per primo. Il primo saluto è per tutti coloro che anno conosciuto e sono rimasti in silenzio. Come prima cosa va rispettato il silenzio, non le parole, il puro conseguimento. Non è fatto per aiutare gli altri… questo è secondario. La cosa importante è aver realizzato il proprio Sé, cosa difficilissima in questo mondo!

Proprio questa mattina ho dato a Gudia una calcomania per auto prodotta in California, che dice: “Attenti! Soffro di allucinazioni!” Tutte le auto dovrebbero averne una, non solo… dovrebbe essercene una sul fondo dei pantaloni di tutti… la gente vive nelle allucinazioni: la sua vita è un’allucinazione! Vede gli spiriti dove non ci sono… forse è lo spirito santo? Cosa importa se uno spirito è santo o meno? Ciò che importa è che non esiste.

E che stupidità! È il culmine dell’idiozia mettere uno spirito santo nella trinità cristiana: Dio, il figlio e lo spirito santo! È stato messo solo per escludere la donna: che sacrilegio! Lo vedi il trucco? Non osarono includere la madre; l’hanno censurata inserendo lo spirito santo. E questi ha distrutto in toto il cristianesimo, in quanto fin dall’inizio, le sue basi vennero poste su delle menzogne, su delle allucinazioni.

Si possono perdonare i californiani – sono tutti californiaci – ma ai cattolici non può essere perdonato di aver inserito questo essere mostruoso , lo Spirito Santo, nella trinità: tra l’altro compì l’atto ben poco santo di mettere incinta la povera Maria! Chi pensate abbia messo incinta la povera moglie di quel falegname? Lo Spirito Santo! Splendido! Bella santità! Ma allora cosa è profano?

Una cosa è certa: il cristianesimo ha cercato di evitare in tutto per tutto la donna, di cancellarla completamente: diede persino vita a una famiglia. Ma se un bambino facesse un quadro di famiglia – col padre, il figlio e lo Spirito Santo – gli chiedereste: “Che assurdità! Dov’è la madre?”

Senza una madre, come può esserci un padre? Senza una madre, come può esserci un figlio? Perfino un bambino capirebbe la vostra logica, ma non un teologo cristiano: questi non è un bambino, è un ritardato! Qualcosa nel suo cervello non funziona. In particolare il lato sinistro: o è vuoto o è pieno di spazzatura, forse spazzatura teologica, biblica. In breve di Spirito Santo.

Mi oppongo a questo personaggio. Lasciatemelo dire con più chiarezza: se lo incontrerò… voglio che sappiate, sebbene io sia un uomo non violento, che se incontrassi lo Spirito Santo, lo ucciderei. Mi direi: “Al diavolo la non violenza, almeno per un minuto: uccidi quest’individuo! Ne riparleremo più tardi. Dopo, potrai tornare ad essere non violento!” E al suo posto metterei una donna: in un lampo, il cristianesimo rinsavirebbe!

Un’altra calcomania californiana che ho dato a Gudia da tenere, dice: “L’uomo migliore per fare un lavoro è quasi sempre una donna!” Non “quasi”: certamente una donna potrebbe assumersi l’onere di fare da terzo partner nella sacra compagnia. Senza una donna è arida: padre, figlio e Spirito Santo!?

I giainisti chiamano arihanta colui che ha realizzato se stesso ed è così perso, così ebbro nella beatitudine della sua realizzazione, che ha scordato il mondo intero. Letteralmente arihanta vuol dire: “colui che ha ucciso il nemico”, e il nemico è l’ego. La prima parte del mantra vuol dire: “Tocco i piedi a colui che ha conseguito se stesso”.

La seconda parte: Namo siddhanam namo namo… questo è un mantra in prakrito, non in sanscrito. Il prakrito è la lingua dei giainisti, è più antico del sanscrito. La stessa parola “sanscrito” vuol dire “elaborato” : prima deve esserci stato qualcosa, altrimenti cosa potrebbe essere stato raffinato? “Prakrito” vuol dire non raffinato, naturale, grezzo, e i giainisti hanno ragione nel dire che la loro lingua è la più antica del mondo; anche la loro religione lo è.

Il testo sacro hindu, il Rig Veda, accenna al primo maestro giainista, Adinatha. È un segno che abbia preceduto il Rig Veda: questo è il libro più antico del mondo, e parla di Adinatha con rispetto tale che una cosa è certa: non poteva essere contemporaneo alle persone che scrissero il Rig Veda!

È difficilissimo riconoscere un Maestro contemporaneo. Il suo destinoè di essere condannato, da ogni punto di vista, in tutti i modi. Non è mai rispettato: non è una persona rispettabile! Ci vuol tempo, migliaia di anni, perché la gente lo perdoni: solo in seguito iniziano a rispettarlo. Quando si sono liberati dal senso di colpa per averlo condannato, iniziano a rispettarlo, ad adorarlo.

Il mantra è in prakrito, grezzo e non raffinato. Il secondo verso suona: Namo siddhanam namo namo. “Tocco i piedi a colui che è diventato il proprio essere”. Che differenza c’è tra il primo e il secondo?

L’arihanta non si guarda mai alle spalle, non si preoccupa affatto di servire gli altri, cristianamente o meno. I siddha, ogni tanto, tende la mano verso l’umanità che annega, ma solo ogni tanto, non sempre. Non è una necessità, un obbligo, è una sua scelta: può farlo come non può farlo.

Per cui viene il terzo: Namo uvajhayanam namo namo… “Tocco i piedi ai Maestri, gli uvajhaya.” Hanno conseguito la stessa realizzazione, ma hanno affrontato il mondo, lo servono. Sono nel mondo, senza farne parte… eppure ci stanno!

Il quarto: Namo loye savva sahunam namo namo… “Tocco i piedi degli insegnanti”. Voi sapete la differenza sottile tra un Maestro e un insegnante: il Maestro ha conosciuto, e trasmette ciò che conosce. L’insegnante ha ricevuto da colui che ha conosciuto, e lo trasmette intatto al mondo, senza aver conosciuto lui stesso.

Chi ha composto questo mantra è una persona splendida: tocca perfino i piedi a chi non ha conosciuto se stesso, ma per lo meno trasmette il messaggio dei Maestri alle masse.

La quinta strofa è una delle più ricche di significato che io abbia mai incontrato in tutta la mia vita. È strano che mi venne detta da mia nonna, quand’ero un bambino. Quando ve la spiegherò, anche voi ne vedrete la bellezza: solo lei fu in grado di farmi un simile dono. Non conosco nessuno che avrebbe il coraggio di proclamare una cosa simile, sebbene tutti i giainisti lo ripetano nei loro templi. Ma una cosa è ripeterlo… trasmetterlo a qualcuno che ami è completamente diverso.

“Tocco i piedi a tutti coloro che hanno conosciuto se stessi…” senza distinzione di sorta, siano essi hindu, giainisti, buddhisti, cristiani, mussulmani. Il mantra dichiara: “Tocco i piedi a tutti coloro che hanno conosciuto se stessi”. È il solo mantra, per quanto io sappia, che non è affatto settario.

Le altre quattro parti non differiscono dalla quinta: ma questa strofa contiene una ampiezza che le altre non hanno. Questa strofa dovrebbe essere scritta su tutti i templi, su tutte le chiese, senza distinzione di culto, perché dichiara: “Tocco i piedi di tutti coloro che lo hanno conosciuto”… non dice “che hanno conosciuto Dio”: e perfino “lo” può essere eliminato. La frase originale suona: “Tocco i piedi di tutti coloro che hanno conosciuto”, senza “lo”. Ho messo il pronome solo per rispondere alle esigenze della vostra lingua, altrimenti qualcuno chiederebbe inevitabilmente: “Conosciuto? Cosa? Qual è l’oggetto di quella conoscenza?” Non esiste nessun oggetto di conoscenza: non c’è nulla da conoscere, solo colui che conosce.

Questo mantra fu la sola cosa religiosa, se così la si vuol chiamare, che mi venne data da mia nonna; e anche questa mi fu data da mia nonna, non da mio nonno… perché una notte mi disse: “Sembri sveglio. Non dormi? Pensi a cosa combinerai domani?”

Risposi: “No, ma ho una domanda da farti. Tutti hanno una religione, e quando la gente mi chiede: ‘A quale religione appartieni?’, io alzo le spalle. Ma questo di certo non è una religione, per cui vorrei chiedere a te: cosa dovrei dire?”

Mi disse: “Io stessa non appartengo a nessuna religione, ma amo questo mantra, ed è tutto quello che ti posso dare: non perché appartenga alla tradizione giainista, ma perché ne conosco la bellezza. L’ho ripetuto milioni di volte, e mi ha sempre procurato una pace infinita… la semplice sensazione di toccare i piedi  a tutti coloro che anno conosciuto. Posso donarti questo mantra: di più non posso fare!”

Ora posso dire che quella donna era veramente straordinaria, perché nella sfera religiosa tutti mentono: cristiani, ebrei, giainisti, mussulmani, tutti quanti! Parlano di Dio, del paradiso e dell’inferno, di angeli e di infinite assurdità, senza saperne assolutamente nulla. Mia nonna fu incredibile: non perché sapesse, ma perché non riuscì a mentire ad un bambino. Nessuno dovrebbe mentire, ma mentire ad un bambino è imperdonabile.

Per secoli i bambini sono stati manipolati, semplicemente perché sono pronti a fidarsi. Puoi mentire loro facilmente, si fideranno di te: Se sei un padre, una madre, penseranno che tu abbia indubbiamente ragione. Ed è così che l’intera umanità vive nella corruzione, nel fango più denso, più scivoloso: è una densa fanghiglia di menzogne ripetute ai bambini per secoli!

Se potessimo fare una cosa sola, semplicissima: non mentire a un bambino e confessargli la nostra ignoranza, saremmo religiosi, e lo metteremmo sul sentiero della religione.

I bambini sono pura e semplice innocenza: lasciategliela, non date loro il vostro cosiddetto sapere. Ma come prima cosa voi stessi dovreste essere innocenti, non mentire, essere veri, anche se questo sconvolgesse il vostro ego: e lo sconvolgerà! È inevitabile.

Mio nonno non mi disse maidi andare al tempio, di seguirlo. Molte volte lo seguii, ma lui mi diceva: “Vattene. Se vuoi andare al tempio, vacci solo. Non seguire me”

Non era un uomo burbero, ma su questo punto era ferreo. Gli ho chiesto in continuazione:  “Non puoi darmi qualcosa della tua esperienza?” Ma lui evitava sempre la mia domanda.

Quando stava per morire, appoggiato alle mie ginocchia, sul carretto, aprì gli occhi e chiese: “Che ore sono?”

Dissi: “Devono essere circa le nove”.

Per un momento restò in silenzio, poi disse:

Namo arihantanam namo namo

Namo siddhanam namo namo

Namouvajhayanam namo namo

Namo loye savva sahunam namo namo

Om, shanti, shanti, shanti…

Cosa vuol dire? È l’Om, il suono supremo dell’assenza di suono. E scomparve come una goccia di rugiada ai primi raggi del sole.

È lì che sto entrando ora… c’è solo pace, pace, pace…

Namo arihantanam namo namo…

Vado ai piedi di coloro che sanno.

Vado ai piedi di coloro che hanno realizzato.

Vado ai piedi di tutti coloro che sono Maestri.

Vado ai piedi di tutti gli insegnanti.

Vado ai piedi di tutti coloro che in qualsiasi tempo hanno conosciuto, senza condizioni.

Om, shanti, shanti, shanti.

 

Osho: Bagliori di un'infanzia dorata

 

Nessun commento :

Posta un commento