26 gennaio 2015

La luce... e le lacrime – PARTE SECONDA –



L’emozionante racconto di uno dei primi occidentali a un campo di meditazione organizzato da Osho nei primi anni ‘70: il forte impatto non solo con la presenza di Osho e con la meditazione, ma anche con la particolare bellezza dell’India
Articolo apparso su Osho Times n. 213

Prima di stabilirsi a Pune, nel 1974, Osho organizzava campi di meditazione, in varie località, in cui si sperimentavano le tecniche che stava mettendo a punto proprio in quegli anni. Uno dei suoi posti preferiti era Mount Abu, sulle colline del Rajasthan.

SECONDA PARTE (la prima parte è sulla newsletter precedente)

L’inizio
E all’improvviso, lui arriva. Qualcuno irrompe nella festa, ci chiede di far silenzio, dicendo che Osho è a Mount Abu, che stasera starà anche qui a dormire. E per consenso unanime, anche se non espresso, la musica e le danze semplicemente smettono. Tranquillamente, andiamo ognuno per la sua strada, come se il lavoro interiore che siamo venuti a fare qui fosse, per la sua stessa presenza in mezzo a noi, già iniziato.
Osho terrà un discorso sui Vedanta ogni mattina e nella serata risponderà a domande scritte. Ogni giorno si terranno due meditazioni in sua presenza: la Dinamica, subito dopo il discorso mattutino, e una nuova tecnica dopo la sessione serale.
La prima mattina la sala si riempie velocemente. Gruppi di occidentali si dispongono goffamente sul parquet, come cespugli arruffati di teste bionde, brune e rosse tra la foresta nera dei capelli ben pettinati e lucidi d’olio degli indiani. Nella parte anteriore della sala c’è il palco per Osho e proprio davanti al palco è stata delimitata un’area per i musicisti che suoneranno dal vivo per le meditazioni. Sopra la poltrona di Osho, un enorme striscione sospeso al soffitto recita: “Non vengo per insegnare, ma per risvegliare. Arrendetevi e io vi trasformerò. Questa è la mia promessa”. Quelle parole mi commuovono profondamente.
Ma un attimo dopo, quando Osho in persona è lì, sotto lo striscione, e parla, le sue parole non mi commuovono, ma mi gettano nel panico. Sono troppe e troppo in fretta: non c’è spazio per afferrarle, non c’è tempo per pesarle, per pensarci su. Digerire una frase significa perdere quella dopo. E come scegliere? Quale preferire? Ho troppa paura di perdermi qualcosa e, nel terrore, è proprio quello che faccio.
Inadeguato. Al suo cospetto sono assolutamente un incapace, non riesco nemmeno a capire quello che sta dicendo, eppure ho l’ardire di aspirare a essere come lui. L’immensità della mia audacia mi fa vergognare fin nel profondo. Ma ammetterlo porta con sé una sorta di pace. C’è un assestamento, come quando una grande onda che si infrange sulla sabbia, la lascia di nuovo liscia, rinfrescata e pulita. E alzo la testa a guardare Osho con un’umiltà che per me è nuova, con l’apertura e la volontà di chi ha realizzato di non sapere e vuole imparare. E poi le sue parole cominciano a penetrare in me e vedo che ora sto davvero ascoltando, non con la mente, non aggredendo le parole nervosamente come un cane attaccato a un osso, ma piuttosto bevendole, permettendo che si riversino in me, incurante del significato. E sento che mi riempiono, mi nutrono in qualche luogo interiore profondo e intimo. Mi rendo conto che Osho sta cantando la sua canzone e, rilassato, io semplicemente l’ascolto.
Le sue parole si diffondono sopra di me, scendono fino a me, mi toccano, mi accarezzano, portando con loro il profumo della sua promessa. “Io vi tra­sformerò”, dice lo striscione. E sen­to che il mio cuore si apre a Osho, co­me delle braccia che si allargano, chiedendogli di darmi tutto quello che sa.

Una fragranza ultraterrena
Un turbinio di movimento intorno a me mi richiama all’improvviso da un qualche luogo interiore e solo allora mi accorgo che Osho ha smesso di parlare.
La folla si sta disperdendo e le persone si spostano verso le pareti della sala,  mentre si spogliano, tenendo solo l’essenziale, per la Dinamica.
“Tutti devono avere una benda sugli occhi” sento Osho dire dal podio.
Mi bendo gli occhi. C’è un attimo di pausa, un delizioso momento di attesa e poi Osho grida: “Adesso! Respirazione profonda, veloce, caotica”. E in un’esplosione di musica che inizia   in un crescendo, sono tutto nella respirazione.
“Più profonda. Più veloce. Più pro­fonda. Più veloce”. Sento Osho che ci incita, spingendoci con le sue parole e io gli rispondo, buttandomi completamente nella respirazione. Poi accade una cosa straordinaria: una fragranza riempie improvvisamente la stanza, come se fosse stata spruzzata su di noi da un grande atomizzatore cosmico. È allo stesso tempo dolce e pungente, morbida e graffiante, ma più di tutto è fresca, in modo esilarante e stimolante. Io la respiro profondamente, sapendo, in qualche modo, che proviene da lui. Nel retro della mia mente si muove un ricordo, qualcosa che riguarda Padmagandha, il profumo del loto, la fragranza ultraterrena che sembra emani dalle persone illuminate. Ma prima che la mia testa possa afferrare il pensiero e, con i suoi come e i perché, distruggere quella magia, mi riempio i polmoni di quella fragranza e continuo a respirare. Più profondo e più veloce, più profondo e più veloce è il mio respiro... e poi arriva un punto in cui non riesco più a trovare me stesso, dove il respiro è tutto ciò che accade, tutto ciò che sono.
Quando Osho grida: “Ora esplodete nella seconda fase” comincio subito a piangere. Il mio corpo cade a terra, fra grandi singhiozzi che mi scuotono e lacrime che scorrono lungo le mie guance da sotto la benda. Stranamente, non ho alcuna identificazione con il pianto. Le lacrime sono totalmente scollegate da qualsiasi cosa: la respirazione di prima ha semplicemente provocato un diluvio. Ma mi sento così bene solo a piangere, è un’incredibile pulizia, mi sento così alleggerito.
Quando inizia la terza fase, ancora singhiozzando, mi tiro in piedi con difficoltà. “HU! HU! “gridiamo, con la sala che trema sotto i nostri piedi. Cerco di lasciare che il suono colpisca il centro sessuale, in un punto della mia pancia appena sopra i genitali. Sperimento un po’, spostando il bacino in un modo o nell’altro, fino a quando tutto in una volta trovo il punto giusto. Non ci sono dubbi: ho colpito il bersaglio! E parto: su e su e su, “ HU! HU! HU!”. Posso sentire l’energia che cresce, che si muove sempre più in su, più in alto, e diventa sempre più dirompente, sempre più esplosiva.
E poi, dal podio, un singolo comando: “Stop!”. E, come se il filo di un aquilone fosse stato tagliato bruscamente, d’un tratto non c’è alcun movimento, nessun suono, niente di niente. All’interno, l’energia va verso l’alto per alcuni secondi e poi anche lei si dissolve, assorbita. Poi c’è solo la vastità dello spazio e in quello spazio, l’osservare.
Qualcosa di completamente folle
Quando finalmente mi tolgo la benda, Osho se n’è andato, ma, ricordando la sua fragranza, lo porto con me fuori dalla sala e nell’intenso sole del mattino.
La meditazione che ci è stato detto di fare al pomeriggio durante i dieci giorni di campo non mi pone alcun problema: è il Gibberish. Ma, nonostante il fresco, chiaro, limpido azzurro sopra Mount Abu, non c’è ancora nessun cielo aperto dentro di me. Mi chiedo se ci sarà mai.
C’è un’altra tecnica da fare prima di andare a dormire. Dobbiamo riempirci i polmoni di aria e poi svuotarli facendo il suono “O”; riempirli, svuotarli, riempirli, svuotarli... e così via per 20 minuti.
Ma sulla meditazione nuova nessuno sembra sapere nulla, tranne che si tiene dopo la sessione serale, in presenza di Osho. Quando la spiega resto inorridito: mi sembra non solo impossibile, ma anche qualcosa di completamente folle. Dobbiamo saltare su e giù, con le braccia in aria, gridando “HU!” mentre guardiamo Osho negli occhi senza batter ciglio, per quaranta minuti!
Quaranta minuti! A parte un paio di risatine nervose e incredule che arrivano da un gruppetto di veterani, il resto di noi rimane in silenzio, storditi nel nostro stupore.
E quando la meditazione inizia, quella sera, sono letteralmente sbalordito: alzo le braccia, trovo gli occhi di Osho al di là del mare di teste e, quando inizia la musica, comincio a saltare. Due o tre salti e un dolore paralizzante nella sua improvvisa intensità, come un lampo nella mia testa, mi mette al tappeto e a terra rimango, contorcendomi in agonia per un periodo di tempo che non riesco a calcolare, fino a quando, finalmente, riesco a rimettermi in piedi e ricominciare. Ma il fulmine colpisce ancora, più acuto, più feroce di prima. Questa volta rimango sul pavimento: stare in piedi, anche solo stare in piedi, mi è impossibile.
Sdraiato lì, rannicchiato nel dolore, mi tengo la testa fra le mani dondolando un po’ ed evitando i piedi che saltano in continuazione intorno a me, con lo stesso senso di inadeguatezza che ho provato stamattina. Quella stessa paura mostruosa di perdermi qualcosa, di aver fallito... e, insieme alla tortura nel mio cervello, diventa un cieco, bruciante panico. Voglio scappare dalla stanza, scappare nella notte, lontano da tutta questa frenesia, lontano da tutto questo rumore. Ma alzarmi in piedi è fuori questione. Le braccia degli altri che si agitano mi mandano per due volte a schiantarmi per terra. Carponi, come se strisciassi fra i pistoni in movimento di un motore da corsa, riesco ad arrivare alla porta. Ma non posso andarmene. Oltre la porta aperta c’è la notte del Rajasthan, buia e desolata. Dietro di me c’è vitalità, c’è vita. Sento il freddo sul viso, il fuoco alle mie spalle... e mi giro! Attraverso la massa aggrovigliata di corpi che saltano e ruotano, attraverso una mi­schia serpeggiante di braccia alzate che si spingono ancora più in alto, vedo Osho, bianco e splendente, in piedi sul bordo del palco, le braccia alzate in aria. La sua testa è inclinata indietro, i suoi occhi sono chiusi e, a incorniciare il suo volto, c’è una luce dorata e luccicante che avevo già visto prima, una luce che arriva da dentro di lui, da qualche fonte interiore...
Andarmene? Rido per la mia stupidità e, lasciandomi cadere a terra ancora una volta, mi appoggio al muro. E di nuovo le lacrime... non sono lacrime di dolore questa volta, ma lacrime di stupore e meraviglia che arrivano da un cuore che non può né comprendere né contenere tutto questo.

Tratto dal libro di Jack Allanach (Swami Krishna Prem) Osho, India and Me, A Tale of Sexual and Spiritual Transformation (disponibile, in inglese, www.lulu.com)


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