martedì 20 maggio 2014

L'uomo è disumano

Perché le persone si trattano nel modo che vediamo? È tutto il risultato di un condizionamento, o c'è qualcosa nell'uomo che lo porta facilmente ad andare fuori strada?
 
Entrambe le cose sono vere.
In primo luogo, c’è qualcosa nell’uomo che lo porta fuori strada. E, in secondo luogo, ci sono quelli che hanno un interesse nel portare le persone fuori strada. Queste due cose insieme creano un essere umano che è finto, falso. Il suo cuore ha una gran voglia d’amore, ma la mente condizionata gli impedisce di amare.
Il problema è proprio questo: il bambino nasce con un cuore che desidera appassionatamente l’amore, ma nasce anche con una mente che può essere condizionata.

La società deve condizionarlo ad opporsi al cuore, perché il cuore sarà sempre un ribelle rispetto alla società, seguirà la propria strada.
 
Non puoi fare del cuore un soldato. Può diventare un poeta, un cantante, un danzatore, ma non un soldato.
Può soffrire per la sua individualità, può morire per la sua individualità e libertà, ma non può essere reso schiavo. Questa è la condizione del cuore. Ma la mente… Il bambino viene al mondo con una mente vuota, un semplice meccanismo, che puoi formare come vuoi. Imparerà la lingua di tua scelta, la religione e la morale che le insegni. È un computer, al quale fornisci le informazioni. Ogni società si preoccupa di rafforzare sempre di più la mente in modo che, se si verifica un conflitto tra la mente e il cuore, sia sempre la mente a vincere. Ma ogni vittoria della mente sul cuore vuol dire infelicità. È una vittoria degli altri sulla tua natura, sul tuo essere – su di te. Hanno coltivato la tua mente proprio a questo scopo.
La mente è vuota, e puoi introdurre al suo interno ciò che vuoi. Con venticinque anni di educazione sei in grado di renderla così forte da farti dimenticare il cuore; ma allora sarai sempre infelice. Solo il cuore può darti gioia e felicità, solo il cuore può farti danzare.

La mente può fare dei calcoli aritmetici, ma non può cantare una canzone. Questo semplicemente non fa parte delle capacità della mente. Così sei spaccato tra la tua natura – il cuore – e la società che hai dentro la testa. Il fatto è che nasci – tutti nascono – con questi due centri. La difficoltà è proprio questa.
 
Un centro è vuoto; in una società migliore verrebbe usato in sintonia con il cuore, al servizio del cuore. Allora sarebbe una vita bella, colma di gioia. Ma finora abbiamo vissuto in una società molto brutta, dalle idee vecchie e marce, che ha solo usato la mente. E la vulnerabilità è reale: la mente può essere usata.
Ora i comunisti la usano in un certo modo, i fascisti l’avevano usata in Germania in un altro modo, tutte le religioni la usano in modi diversi. Questa vulnerabilità è presente in ogni individuo, perché hai una mente che viene al mondo vuota. In effetti, è un dono dell’esistenza, che però viene sfruttato e male adoperato. Ti viene data vuota in modo che possa servire perfettamente il cuore, le tue aspirazioni più profonde, il tuo potenziale. Non c’è nulla di male in questo. Ma i poteri costituiti in tutto il mondo hanno scoperto che per loro questa è un’opportunità straordinaria di usare la mente contro il cuore. Così resti infelice, e loro possono sfruttarti come vogliono.
Ecco perché tutti al mondo sono infelici.

Tutti vogliono essere amati, tutti vogliono amare, ma la mente è un enorme ostacolo che non ti permette né di amare né di essere amato. In entrambi i casi si mette di mezzo e inizia a falsare ogni cosa.
 
Se anche per caso incontri una persona per la quale provi amore e lei prova amore per te, le vostre menti non troveranno comunque pace. Sono state educate da sistemi diversi, religioni e società diverse.
È un diritto naturale di ognuno quello di essere felice, ma sfortunatamente la società, le persone con le quali abbiamo vissuto, che ci hanno messo al mondo, non hanno dedicato alcun pensiero a questo fatto. Si sono riprodotti come animali – o peggio, perché almeno gli animali non sono condizionati. Questo processo di condizionamento dovrebbe essere completamente trasformato. La mente dovrebbe essere addestrata a servire il cuore.
La logica dovrebbe servire l’amore. E allora la vita diventerebbe una festa di luci.

Osho, Beyond Psychology # 43

domenica 18 maggio 2014

Neurobiologia vegetale

Le piante sono sessili, ma non immobili e insensibili. Anzi, presentano sofisticate modalità di interazione con l’ambiente e di comunicazione intra e interspecifica ed è proprio questo il campo di indagine di un’insolita disciplina: la neurobiologia vegetale.
di Valentina Murelli
Partiamo con un quiz: qual è l’organismo più grande del pianeta? Molti probabilmente risponderanno «la balena». E invece sbaglieranno, perché il più grande è la sequoia gigante. Una pianta. Del resto, è facile dimenticarsi delle piante, o addirittura considerarle organismi di serie B, con la giustificazione che non si muovono e non si fanno sentire. Anche questi però sono errori, e piuttosto grossolani. Le piante si muovono eccome, solo che i loro movimenti, a differenza di quelli degli animali, sono “sul posto” (pensiamo alle giovani piante che orientano la crescita in base alla direzione della luce solare) e sono in genere molto lenti. Con qualche eccezione, come quella della Mimosa pudica, che al minimo contatto chiude le foglie molto velocemente. O come gli scatti rapidissimi delle piante carnivore. Quanto al fatto che “non si fanno sentire”, be’, molto dipende dalla nostra capacità di “ascoltare”. Le piante, infatti, hanno un ricchissimo sistema di comunicazione, costituito da una grande varietà di molecole (amminoacidi, zuccheri, metaboliti secondari, sostanze volatili) con cui “dialogano” con le proprie vicine o con gli animali. E sempre sul fronte comunicazione, è degli ultimi anni la scoperta di un sistema interno di trasmissione delle informazioni a livello delle radici che può essere considerato in qualche modo analogo al sistema nervoso degli animali. Tra gli artefici di questa scoperta c’è Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze e uno dei fondatori della nuova disciplina della neurobiologia vegetale.
Professor Mancuso: ma allora anche le piante hanno un sistema nervoso?
Facciamo subito chiarezza: nelle piante non c’è un analogo “fisico” del tessuto nervoso, quel tessuto costituito da neuroni e altre cellule nervose e specializzato nella trasmissione di segnali elettrici. Eppure possiamo parlare di neurobiologia vegetale perché c’è un’analogia funzionale. In altre parole le piante non hanno neuroni, ma alcune cellule vegetali – in particolare le cellule dell’apice radicale, cioè la punta della radice – sono in grado di produrre segnali elettrici sotto forma di potenziali d’azione (variazioni della differenza di potenziale tra interno ed esterno della membrana plasmatica, NdR) e di trasmetterli alle cellule vicine. Ricordiamo che già Charles Darwin riteneva che gli apici radicali rappresentassero una sorta di “cervello diffuso” delle piante, in grado di percepire segnali dall’ambiente e di “prendere decisioni” sulle strategie da seguire. Oggi sappiamo che le radici possiedono anche meccanismi per l’elaborazione e la trasmissione di questi segnali.
Negli animali uno degli elementi chiave della trasmissione nervosa è rappresentato dai neurotrasmettitori, le molecole che trasportano l’informazione da un neurone all’altro a livello delle sinapsi. C’è qualcosa di simile anche tra i vegetali?
Sì: molti neurotrasmettitori presenti nel nostro cervello (glutammato, serotonina, dopamina, acetilcolina ecc.) sono presenti anche nelle piante. In questo caso non li chiamiamo neurotrasmettitori, perché non stanno in un cervello e perché non sempre la loro funzione è nota, però ci sono. E per alcuni è stato mostrato un ruolo fondamentale in meccanismi di trasmissione delle informazioni. Per esempio: una radice ha la costante necessità di sapere con estrema precisione che cosa accade nell’ambiente circostante. Questa “conoscenza” le deriva dall’attività degli apici radicali, ciascuno dei quali è in grado di “sentire”, cioè percepire e valutare, almeno 15 parametri chimici e fisici differenti (temperatura, grado di salinità, grado di umidità e così via), che devono essere integrati ed elaborati per individuare la direzione di crescita ottimale. È stato scoperto che il glutammato è fondamentale per questa elaborazione: se manca oppure è presente in eccesso, la radice si comporta come se avesse perso il senso dell’orientamento e cresce in modo anomalo.
In che modo lei e il suo gruppo di ricerca siete arrivati a capire che gli apici radicali possiedono la capacità di integrazione, elaborazione e trasmissione di informazioni?
Il punto di svolta è stato la scoperta che una particolare zona degli apici radicali – la zona di transizione – consuma molto più ossigeno delle zone vicine, una condizione che è indizio di forte richiesta energetica e, dunque, della presenza di qualche intensa attività. Eppure, all’inizio la zona di transizione non sembrava partecipare ad attività a forte dispendio energetico, come può essere la moltiplicazione cellulare. E allora: perché la zona di transizione consuma tanto ossigeno se – in apparenza – non fa nulla di speciale? La nostra ipotesi era che possedesse un’attività analoga a quella dei neuroni e in effetti con il tempo abbiamo mostrato che le cellule di questa zona sono in grado di generare e trasmettere potenziali d’azione.
Con quali approcci e strumenti affrontate in laboratorio questi argomenti? E con quali organismi modello lavorate?
Usiamo metodi e strumenti di differenti discipline. Dalla biologia cellulare abbiamo “preso” i microscopi, sia ottici (compreso il microscopio confocale a fluorescenza, che permette di visualizzare nel campione differenti molecole opportunamente marcate), sia elettronici. Dall’elettrofisiologia abbiamo mutuato l’uso di microelettrodi (dotati di punte con dimensioni inferiori al millesimo di millimetro), gli strumenti che servono a misurare i potenziali d’azione nei neuroni. Noi li utilizziamo per studiare la produzione di segnali elettrici in singole cellule vegetali, oppure i flussi ionici, cioè i movimenti degli ioni verso l’interno e l’esterno delle cellule. Infine, dalla biologia molecolare abbiamo imparato ad analizzare e manipolare DNA e RNA. Lavoriamo molto con Arabidopsis thaliana, una piccola pianta versatile e di cui si conoscono molti dettagli. Però lavoriamo anche con altri modelli: tabacco, mais e pomodoro come piante erbacee e olivo e vite come piante arboree.
Gli apici radicali possono dunque essere considerati, in metafora, il “cervello” della pianta. Ma perché proprio gli apici? E quali sono, allora, le “attività cognitive” vegetali?
Una delle ragioni più ovvie per spiegare perché le piante hanno sviluppato un’attività simil neurale a livello degli apici sta nel fatto che questi risiedono sottoterra: il suolo, infatti, è un ambiente più stabile rispetto all’atmosfera per temperatura e umidità, e per di più protetto dalla predazione animale e dalla radiazione ultravioletta solare. Quanto alle attività “cognitive”, alcune le abbiamo già accennate: per esempio, la capacità di raccogliere informazioni ambientali, integrarle e reagire di conseguenza. Le piante, poi, mostrano grandi capacità di comunicazione intra e interspecifica, ma anche di apprendimento (e dunque di memoria) e di calcolo di costi-benefici.
Mi sta dicendo che le piante ricordano?
Non nel senso comune che diamo alla parola ricordare, naturalmente: le piante non ricordano volti o emozioni, ma possono ricordare particolari condizioni ambientali che hanno incontrato in passato e la risposta fisiologica adeguata per quelle condizioni. Per capire meglio che cosa intendo dire partiamo dagli animali. Per “misurare” la capacità di apprendimento di un animale, in genere gli si sottopone un problema più volte e si valuta se la sua capacità di risolverlo migliora nel tempo. Se questo accade, diciamo che l’animale ha imparato a riconoscere il problema – quindi lo ricorda – e a reagire di conseguenza. Ecco: lo stesso si può fare con le piante.
Quali problemi si possono sottoporre a una pianta?
Si tratta di problemi intesi come condizioni ambientali, per esempio una condizione di difficoltà, di stress, come la presenza di un’eccessiva salinità nel suolo. La prima volta che una pianta incontra questa condizione mette in atto una serie di risposte metaboliche necessarie a permetterle di sopravvivere; se la condizione torna alla normalità (la salinità si abbassa), anche il metabolismo della pianta lo fa. Ma supponiamo ora che torni a verificarsi una situazione di alta salinità: se la pianta reagirà più in fretta, mettendo in atto più velocemente le risposte metaboliche necessarie a sopravvivere, significa che avrà ricordato il caso e avrà imparato come reagire al meglio. Ebbene: è stato verificato che questo è esattamente quello che accade.
Diceva che le piante possono effettuare calcoli di rapporti costi-benefici. Può fare un esempio?
Supponiamo di osservare una pianta che cresce accanto a un’altra. Le due competono per un bene essenziale per la vita vegetale: la luce solare, fonte primaria di energia. Supponiamo che la “nostra” pianta sia più bassa dell’altra e che quindi riceva meno luce. Questa è una tipica situazione in cui la pianta deve prendere una decisione: restare com’è, accontentandosi della poca luce che le arriva, oppure investire risorse nella crescita, nel tentativo di superare l’altezza della sua competitrice? Per il mio modo di vedere, scegliere questa seconda strada significa tentare una previsione del futuro: “immaginare” che i sacrifici richiesti per allungarsi saranno ricompensati dalla maggior disponibilità di luce.
Ma come si fa a sapere che l’allungamento della pianta è frutto di un calcolo e non di un meccanismo automatico, geneticamente determinato?
Certo, il dubbio può venire. Però proviamo a pensare a che cosa accade se, invece che un solo fattore – la luce solare – ne prendiamo in considerazione contemporaneamente altri, proprio come deve fare la pianta: salinità, umidità, concentrazione di azoto, presenza di parassiti e così via. Di fronte a un quadro così complesso, la “decisione” sulla direzione in cui crescere (puntare di più sullo sviluppo fogliare? Sull’allungamento del fusto? Sullo sviluppo delle radici? Sulle difese contro i patogeni?) non può essere una risposta automatica, ma deve dipendere dall’integrazione ed elaborazione delle informazioni, fino a stabilire quale necessità, di volta in volta, è più stringente.
Ci può dire qualcosa anche sulla comunicazione tra piante?
Comunicazione è sicuramente una delle parole chiave della neurobiologia vegetale. Abbiamo visto che le cellule di un’unica pianta comunicano tra di loro, in modi analoghi a quelli che finora si ritenevano esclusivi degli animali. Le piante, però, sono abilissime anche nel comunicare con altri organismi della stessa specie o di altre. Le radici, per esempio, secernono nel suolo una gran quantità di sostanze che costituiscono veri e propri messaggi di segnalazione, e lo stesso fanno le foglie e i fiori, con molecole volatili. In alcuni casi si tratta di “armi chimiche”, dirette contro le piante circostanti con l’obiettivo di ostacolarne crescita e sviluppo, o contro predatori, per allontanarli. Altri segnali, invece, sono “amichevoli”, e servono per attirare impollinatori o per avvertire altre piante della propria comunità della presenza di pericoli: numerosi studi hanno mostrato che le piante attaccate da insetti erbivori o da patogeni emettono sostanze volatili in grado di segnalare il pericolo alle piante vicine, dando loro il tempo di prepararsi per affrontarlo, con modifiche della propria fisiologia che le rendano più resistenti.
Ma non converrebbe a una pianta sottoposta all’attacco da parte di un patogeno concentrarsi sulla sua risposta, senza perdere tempo e risorse per avvisare gli altri? Non le converrebbe essere egoista piuttosto che altruista?
Consideriamo il problema in ambito evolutivo e immaginiamo di avere una pianta infestata “egoista”, cioè concentrata solo a difendere sé stessa. Poiché non ha avvertito le piante vicine, è molto probabile che anche queste finiranno con l’essere attaccate dal patogeno che, di conseguenza, rimarrà “in zona” e potrà tornare a infestare più volte la pianta egoista. Non solo: in seguito all’infestazione, le vicine possono morire, e allora la nostra pianta egoista, anche se rimasta in vita, non avrà nessuno nei dintorni con cui riprodursi. Insomma, proprio come nel mondo animale, anche in quello vegetale ci sono situazioni in cui conviene, evolutivamente parlando, essere altruisti.
Le piante non comunicano solo all’interno del loro mondo, ma anche con gli animali…
È proprio così, basti pensare ai segnali visivi (i colori) e olfattivi che emettono i fiori per attirare gli insetti e indurli in questo modo a effettuare il servizio di impollinazione. E ancora: molte piante attaccate da predatori o da patogeni producono sostanze repulsive nei confronti del nemico, oppure in grado di attirare predatori del nemico stesso (secondo la nota logica “il nemico del mio nemico è mio amico”). Tra le più comuni, lo fanno per esempio il tabacco, il pomodoro, le melanzane. Questa proprietà e quella di avvertimento alle piante vicine possono essere sfruttate in ambito agrario: se inondiamo una coltura con un “messaggio di avvertimento”, la prepariamo all’attacco, rispetto al quale sarà più resistente.
Senta professore, dopo tutte queste informazioni una domanda viene spontanea: le piante sentono dolore?
Esiste una specie di convenzione scientifica secondo la quale questa è una domanda che non ci si deve proprio porre. Io però ritengo davvero improbabile che organismi così complessi siano privi di un sistema in grado di distinguere il “bene” dal “male” (inteso come qualcosa di pericoloso per la sopravvivenza), che è proprio la funzione fondamentale del dolore. Seguendo questo ragionamento, mi sembra dunque probabile che le piante possano soffrire anche se, allo stato attuale delle conoscenze, non possiamo dire “come”, né sappiamo in che modo affrontare il problema: è possibile che abbiano meccanismi di percezione di ciò che è bene o male per la loro vita molto differenti dai nostri.
Piante in orbita
La forza di gravità è il parametro fisico che più di tutti ha plasmato la crescita delle piante nel corso della loro storia evolutiva: le radici crescono verso il basso e fusti e foglie verso l’alto proprio come precisa risposta fisiologica a questa forza. Ma qual è esattamente la catena di messaggi cellulari e molecolari che indica a una pianta dove si trovano rispettivamente l’alto e il basso? Per rispondere a questa domanda, da qualche anno il gruppo di ricerca di Stefano Mancuso partecipa ad alcune attività dell’Agenzia spaziale europea (Esa) che consentono di ottenere condizioni di alterazione della gravità (microgravità e ipergravità), come i voli parabolici. Le informazioni raccolte con queste indagini potrebbero avere significative applicazioni pratiche: «Se vogliamo andare su Marte (un viaggio spaziale che richiederebbe anni, NdR) non possiamo pensare di farlo senza le piante, per almeno tre motivi», chiarisce il ricercatore. «Primo: perché producono di continuo ossigeno. Secondo: perché sono alla base della catena alimentare, quindi potrebbero offrire cibo “fresco”. Terzo: perché potrebbero contribuire a mantenere serenità nel gruppo di astronauti, costretti alla convivenza forzata per tempi lunghissimi». Quello delle interazioni tra gli astronauti è il vero punto critico di campagne di questo tipo e alcuni studi in cui sono state simulate a Terra le condizioni di un viaggio su Marte hanno mostrato che la presenza di piantine e la necessità di prendersene cura riducono notevolmente i conflitti. «In assenza totale e prolungata di gravità, una pianta tende a crescere in modo caotico, buttando germogli e radici in tutte le direzioni. Capire che cosa regola la risposta alla gravità potrebbe permettere di intervenire su questi meccanismi, facilitando una crescita “ordinata” della pianta anche nello spazio», conclude Mancuso.
Mozart tra i filari
Montalcino, in Toscana, patria del famoso Brunello, uno dei vini più pregiati d’Italia. Qui, passeggiando tra i vigneti di alcuni produttori, può capitare di trovarsi immersi non solo tra i grappoli, ma anche nella musica: Mozart, Vivaldi, musica barocca. Non è una stravaganza, ma un esperimento scientifico e tra i gruppi di ricerca che ci lavorano c’è anche quello di Stefano Mancuso. «L’idea è semplice: i suoni non sono altro che vibrazioni e sappiamo che le piante sono perfettamente in grado di percepire vibrazioni, attraverso particolari strutture cellulari dette canali meccanosensibili», spiega Mancuso. Non è ancora del tutto chiaro a che cosa serva questa percezione, ma un’ipotesi è che si tratti di un modo per “sentire” il passaggio dell’acqua nel terreno. Il senso degli esperimenti condotti a Montalcino è dunque capire che cosa succede a una pianta sottoposta a vibrazioni sonore di particolari frequenze: a proposito, la scelta del repertorio musicale non ha valore scientifico, ma di “gusto”. I primi risultati stanno arrivando: «Sembra che le viti esposte alla musica maturino una decina di giorni prima delle altre: un comportamento interessante per i produttori, che temono il maltempo in caso di vendemmie tardive». Altre ricerche suggeriscono che le vibrazioni sonore potrebbero proteggere le piante da insetti patogeni, interferendo con il loro comportamento riproduttivo.
http://magazine.linxedizioni.it/tag/neurobiologia-vegetale/ 

venerdì 16 maggio 2014

Anatomia dell'Irrequietezza - B. Chatwin

oltre i confiniIntro - Frankpro
Qui mi sa che occorre riprendere seriamente in considerazione un punto elementare, evidenziato più volte dai neuroscienziati, al fine di mantenerci giovani e vitali, con un cervello sempre in forma. Sto parlando del “cambiamento”! O cambiare, se invece preferite il verbo.
Farlo – cambiare - in tutte le sue forme, ci fornirebbe la possibilità (che chiaramente i media dell'establisment ben si guardano dallo spiegare, presi come sono dal reiterare contenuti smorti ai loro utenti) di costruirci dei nuovi, simpatici 'ponti neuronali', cioè nuove vie mentali che ci potrebbero condurre su nuove strade, punti vista e scoperte.
In altre parole: cambiare strada al mattino, cambiar mano con cui mangiare la frittata, mettersi un vestito che non avremmo mai messo, oppure decidere di impersonare per un'ora un nostro amico, in realtà avrebbe il pregio (provare per credere) di farci uscire almeno per un po' dalle perniciose abitudini dell'automatismo del corpo e del cervello. Abitudini utili certamente nell'economia del quotidiano dispendio energetico della vita e del lavoro, un po' meno però per il nostro sviluppo personale.
E qual'è però l'apice, l'esaltazione del verbo cambiare?
Acqua.. fuochino.. va beh, ve lo dico lo stesso: viaggiare!

Viaggiare infatti ci costringe a rivedere tutto, cambiare tutto, ragion per cui i nuovi ponti neuronali verrebbero un po' da soli, la mente si aprirebbe e l'orizzonte ... beh, quello si allarga da se!
Forse è così perchè, come afferma Bruce Chatwin, non abbiamo ancora messo a fuoco che stiamo stupidamente continuando a fare gli “stanziali” (1), seppure invece saremmo nati tutti nomadi?
“L'insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell'oceano del tempo evolutivo.”
Ad ogni modo questo articolo vuole essere si un invito per tutti a cambiare, nel senso più umano e naturale del termine, come già detto alla luce delle scoperte positive delle neurologia, ma anche un invito a farlo tramite la grande occasione che ci offre il viaggio, un'occasione per ritornare per un po' in contatto con la nostra più vera natura, che la civiltà ha saputo così ben travolgere, in nome di una finta sicurezza, ma che in fondo ci basta ancora poco per riconquistare.
Buona lettura e felice cambiamento a tutti!
di B. Chatwin
In uno dei suoi momenti cupi, Pascal dice che tutta l'infelicità dell'uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. «Notre nature» egli scrive «est dans le mouvement ... La seule chose qui nous console de nos misères est le divertissement.» Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo. 
Senza cambiamento, corpo e cervello marcisconoL'uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, essere tormentato da allucinazioni e introspezione.
Neurologi americani hanno fatto l'encefalografia a non pochi viaggiatori. È' risultato che cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell'anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale.
Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente. Nessuna meraviglia - dunque - se una generazione protetta dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all'aria condizionata, trasportata su veicoli asettici da un'identica casa o albergo a un altro, sente il bisogno di viaggi mentali o fisici, di pillole stimolanti o sedative, o dei viaggi catartici del sesso, della musica e della danza.
Passiamo troppo tempo in stanze chiuse. 
Io preferisco lo scetticismo cosmopolita di Montaigne. Per lui il viaggio era «un utile esercizio; la mente è stimolata di continuo dall'osservazione di cose nuove e ignote... Nessuna proposizione mi stupisce, nessuna credenza mi offende, per quanto contraria alle mie. I selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei loro morti mi scandalizzano meno di coloro che perseguitano i vivi. L'abitudine e la fissità degli atteggiamenti mentali ottundono i sensi e celano la vera natura delle cose. L'uomo è naturalmente curioso
«Chi non viaggia non conosce il valore degli uomini» dice Ibn Battuta, l'infaticabile girovago arabo che andò da Tangeri alla Cina e ritornò per il gusto di viaggiare. Ma il viaggio non soltanto allarga la mente: le da forma. Le nostre prime esplorazioni sono la materia prima della nostra intelligenza, e nel giorno in cui scrivo queste righe leggo che secondo la NSPCC i bambini che crescono confinati in certi casermoni rischiano di avere uno sviluppo mentale ritardato. Perché nessuno ci ha pensato prima?
I bambini hanno bisogno di sentieri da esplorare, di orientarsi sulla terra in cui vivono, come un navigatore si orienta in base a noti punti di riferimento. Se scaviamo nelle memorie dell'infanzia ricordiamo dapprima i sentieri, poi cose e persone - sentieri nel giardino, la strada per la scuola, la strada intorno a casa, corridoi attraverso le felci o l'erba alta. Rintracciare i sentieri degli animali era il primo e principale elemento nella educazione dell'uomo primitivo.
La materia prima dell'immaginazione di Proust furono le due passeggiate intorno alla cittadina di Illìers, dove egli trascorreva le vacanze con la famiglia. Queste passeggiate diventarono poi la strada di Méséglise e la strada dei Guermantes nella Recherche du temps perdu. Il sentiero di biancospino che portava al giardino di suo zio diventò un simbolo della sua innocenza perduta. «Fu su questo viottolo» egli scrive «che notai per la prima volta l'ombra rotonda proiettata dai meli sul terreno assolato»; e più tardi, imbottito di caffeina e di veronal, si trascinava dalla sua stanza con le imposte serrate in rare escursioni in taxi a vedere i meli in fiore, tenendo i finestrini ben chiusi per non essere sopraffatto dal loro profumo. 
L'evoluzione ci ha voluto viaggiatori. Dimorare durevolmente in caverne o castelli è stata tutt' al più una condizione sporadica nella storia dell'uomo. L'insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell'oceano del tempo evolutivo. Siamo viaggiatori dalla nascita. La nostra mania ossessiva del progresso tecnologico è una reazione alle barriere frapposte al nostro progresso geografico.
I pochi popoli primitivi degli angoli dimenticati della Terra comprendono meglio di noi questa semplice realtà della nostra natura. Sono in perpetuo movimento. I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari non piangono mai e sono tra i bimbi più contenti del mondo. E diventano anche, crescendo, persone mitissime. Sono felici della loro sorte, che considerano ideale, e chi parla di «un micidiale istinto di caccia innato nell'uomo» dimostra una stolida ignoranza.
Perché crescono così bene? Perché non sono frustrati da un'infanzia tormentosa. Le madri non stanno mai ferme a lungo, e i loro bimbi non sono mai lasciati soli fino all'età di tre anni e più. Stanno vicino al seno della madre in una fascia di pelle, e il lieve ondeggiare della camminata li culla e li con-tenta. Quando una madre culla il suo bambino, essa imita, inconsapevolmente, la buona selvaggia che cammina adagio per la savana erbosa, proteggendo il suo piccolo dai serpenti, dagli scorpioni e dai terrori della boscaglia. Se fin dalla nascita abbiamo bisogno di muoverci, come facciamo in seguito a stabilirci in un luogo?
Il viaggio dev'essere avventuroso. 'La gran cosa è muoversi' dice Robert L. Stevenson in Travels with a Donkey [Viaggi a dorso d'asino] 'sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti'. Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l'adrenalina.
L'adrenalina l'abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse, e, peggio di tutto, noi stessi, se siamo lasciati soli nella stanza singola. L'adrenalina è la nostra indennità di viaggio. Tanto vale consumarla in modo innocuo. Viaggiare in aereo è tonificante da questo punto di vista, ma noi, come specie, siamo terrestri. L'uomo ha camminato e nuotato ben prima di cavalcare o volare. Le nostre possibilità umane si realizzano meglio in terra o in mare. Il povero Icaro si schiantò.
La cosa migliore è camminare. Dovremmo seguire il poeta cinese Li Po «nelle fatiche del viaggio e nelle molte diramazioni della via». Infatti la vita è un viaggio attraverso un deserto. Questo concetto, universale fino alla banalità, non avrebbe potuto sopravvivere se non fosse biologicamente vero. Nessuno dei nostri eroi rivoluzionari vale un soldo finché non ha fatto una buona camminata. Che Guevara parlava della «fase nomade» della rivoluzione cubana. Guardate cosa è stata la Lunga Marcia per Mao Tse-tung, o l'Esodo per Mosè. 
Il moto è la migliore cura della malinconia, come sapeva Robert Burton (The Anatomy of Hìelancholy). «I cicli stessi girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l'aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano ... per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento». 
Uccelli e animali hanno tutti un'orologerìa biologica regolata dal passaggio dei corpi celesti. Questi sono usati come cronometri e sussidi per la navigazione. Le oche migrano obbedendo agli astri, e alcuni scienziati comportamentali si sono finalmente accorti che l'uomo è un animale stagionale. Un vagabondo che ho incontrato una volta ha descritto benissimo questa involontaria coazione a girovagare: «E come se le correnti ti tirassero lungo la strada maestra. Io sono come la sterna artica. È un bell'uccello bianco, che vola avanti e indietro dal Polo Nord al Polo Sud.»
La parola 'rivoluzione', tanto offensiva per i persecutori di Galileo, era usata in origine per denotare il passaggio ciclico dei corpi celesti. La gente quando si ostacolano i suoi movimenti geografici aderisce a movimenti politici. Quando una rivoluzionaria dice: «Ho sposato la Rivoluzione», parla sul serio. Perché la Rivoluzione è un dio liberatore, il Dioniso del nostro tempo. E una cura per la malinconia. La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.
Ogni primavera le tribù nomadi dell'Asia si scrollano di dosso l'inerzia invernale e tornano ai pascoli estivi con la regolarità delle rondini. Le donne si mettono nuove vesti di cotonina fiorita e letteralmente «indossano la primavera». I nomadi ondeggiano al ritmo delle loro selle beccheggiami e segnano il tempo sul ritmo insistente della campanella del cammello. Non guardano né a destra né a sinistra. I loro occhi sono incollati alla via che va - oltre l'orizzonte. La migrazione primaverile è un rito. Essa soddisfa tutte le loro esigenze spirituali, e i nomadi sono notoriamente irreligiosi. La via che porta ai monti è il sentiero della loro salvezza.
I grandi maestri religiosi, Buddha nel Punjab, Cristo e Maometto nel Vicino Oriente, comparvero tra popoli le cui costanti migratene erano state infrante dall'insediamento. L'Islam non germogliò nelle tribù del deserto, ma nelle città carovaniere, nel mondo dell'alta finanza. Ma: «Nessuno» dice Maometto «diventa profeta se prima non è stato pastore». Il Viaggio alla Mecca, la Vita Apostolica e il Pellegrinaggio a un centro religioso furono istituiti per compensare la mancanza di migrazioni, e portarono agli estremi imitatori di Giovanni Battista, «vaganti nel deserto con le bestie selvatiche come se fossero animali essi stessi.»
Da allora la gente stanziale è tornata a idilli arcadici, o ha cercato l'avventura nello «interesse» del proprio paese, imponendo ad altri, a sproposito, la stabilità che non riusciva a sopportare in patria. Vagabondi costeggiano le strade da qui a Katmandu, tuttavia chi se ne lagna dovrebbe ricordare la inguaribile irrequietezza studentesca dell'Europa medievale. Per l'Università di Parigi era una fortuna arrivare alla fine di un anno accademico senza chiudere i battenti. «Gli studenti erano armati» lamenta un rettore. «Quando in estate tornavo a casa da scuola» dice uno studente «mio padre a stento mi riconosceva, tanto ero annerito dal girovagare sotto il sole».
Tutte le strade portavano a Roma, e san Bernardo lamentava che non c'era una sola città in Francia o in Italia senza la sua quota di prostitute inglesi, pioniere dì una grande tradizione. Alla fine la Chiesa fu esasperata dal fatto che i suoi novizi girassero nudi in pubblico, dormissero nei forni e cantassero strofe goliardiche con titoli come L'oracolo della santa bottiglia. Venne impartito un nuovo ordine: «sta' nella tua cella e cammina intorno al chiostro solamente quando ti si chiede di farlo*. Non servì. 
I sufi si dicevano «viaggiatori in cammino» e usavano la stessa espressione usata dai nomadi per il loro percorso di migrazione. Portavano anche le vesti di lana dei nomadi. L'ideale di un sufi era camminare come un mendicante o raggiungere con la danza uno stato di estasi permanente, «diventare un morto che cammina», «uno che è morto prima della sua ora». «Il derviscio» dice un testo «è un luogo sul quale passa qualcosa, non un viandante che segue la sua libera volontà». Questo pensiero è affine al concetto di Walt Whitman: «O strada pubblica, tu mi esprimi meglio di quanto io esprima me stesso... ». Le danze vorticose dei dervisci imitavano i moti del sole, della luna, dei pianeti e delle stelle. «Chi conosce la danza conosce Dio» dice Rumi.
I dervisci in estasi credevano di volare. I loro costumi di danza erano adorni di ali simboliche. Talvolta le loro vestì erano deliberatamente sbrindellate e rappezzate. Ciò denotava che chi le indossava le aveva lacerate nel furore della danza. La moda del patchwork ricompare di solito con i movimenti che praticano la danza estatica.

Danzare è andare in pellegrinaggio; la gente balla di più in periodi di crisi. Durante la Rivoluzione francese Parigi si diede al ballo con un fervore che ha pochi esempi nella storia.
I giochi agonistici sono anch'essi pellegrinaggi. In sanscrito una stessa parola designa il giocatore di scacchi e il pellegrino, «colui che raggiunge la sponda opposta». I calciatori non sanno di essere anch'essi pellegrini. La palla che calciano simboleggia un uccello migratore.
Tutte le nostre attività sono legate all'idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci da ordini per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L'uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d'un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un'ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l'hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.

(1) La parola Civiltà significa letteralmente “vita nelle città”. Non ha nessun'altra connotazione o significato. 

Il brano è tratto da Anatomia dell'Irrequietezza di Bruce Chatwin