Portare
rancore. Un proverbio buddista lo definisce come tenere carboni ardenti
nelle proprie mani. Viene dal latino “rancido”, sta a significare
portare dentro di sè qualcosa di marcio.
Il
rancore arriva quando trasformiamo il dolore per una ferita che per sua
natura guarirebbe in una sofferenza costante. Arriva se indossiamo gli
abiti della vittima e non siamo disposti a riconciliarci.
Il
rancore esclude, crea tensione, chiude il cuore, fa ammalare. Se
serbiamo rancore probabilmente non vogliamo assumerci qualche
responsabilità, e abbiamo agito in ritardo rispetto a qualcosa che ci
stava accadendo.
Riconciliamoci con le ferite, guardandolo,
facciamo un passo indietro rispetto al passato con un inchino,
accogliendolo come maestro di vita, voltiamoci ora verso il futuro
sollevando il capo, rivolti a quel mistero leggero che la vita ci offre
quando siamo liberi dai pesi.
Man mano che conosci la vita, lentamente la tua consapevolezza
cresce. E con l’aumento della consapevolezza, cominci a sentire che non
sei il corpo. Sei dentro il corpo, ma non sei il corpo. Con l’ulteriore
aumento della consapevolezza, cominci a sentire che non sei neppure la
mente; sei dentro la mente, ma non la mente.
Piano piano ti stai avvicinando al tuo vero centro. E quel centro è
semplice consapevolezza, da cui puoi osservare la tua mente, le tue
emozioni, i pensieri, il corpo, la sofferenza, il piacere – ogni cosa. Ma sei un semplice osservatore, disidentificato da tutto il resto che stai osservando.
Ora questo osservatore rimane a guardare, anche nel sonno. Il giorno in
cui puoi percepire il tuo osservatore anche nel sonno, quel giorno
saprai: adesso la morte è nient’altro che un sonno più lungo. Per il corpo è il sonno eterno, ma l’osservatore semplicemente prosegue oltre, entra in un altro grembo, in un altro corpo.
E questo movimento continua, questa trasmigrazione dell’anima continua
finché la tua osservazione consapevole è assolutamente cristallina.
Quando la fiamma è del tutto priva di fumo, allora scompari
nell’universale, nell’esistenziale. Allora non vai più in un’altra casa:
non ti occorre più un’altra casa, hai imparato la lezione. Era una scuola: passare da una casa a un’altra era passare da una classe all’altra.
Ma un giorno ti laurei – diventi parte dell’esistenza.
Ecco perché noi
celebriamo: perché non c’è morte alcuna. O l’uomo entra in una nuova
casa – un buon motivo per celebrare – oppure l’uomo entra nell’esistenza
eterna. Quello è il momento migliore per celebrare, ed è l’ultima volta
per celebrare. E celebrare la morte ti aiuterà a comprendere che non
c’è nulla nella vita di cui avere paura. Se la morte è una celebrazione,
allora cos’altro può essere causa di paura? E se puoi celebrare la
morte, hai raggiunto una maturità.
Questo è possibile solo a coloro che vivono la vita come un festeggiamento, una celebrazione costante.
In questo caso la morte non è il termine, ma solo un piccolo episodio
per cambiare i tuoi vestiti, la tua casa, il tuo corpo. Ma tu rimani
esattamente lo stesso per sempre – nulla cambia nel tuo essere
intrinseco: dall’eternità all’eternità sei esattamente lo stesso. Osho https://www.meditare.net/wp/meditazione/il-momento-migliore-per-celebrare-osho/
Tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le culture,
tutte le civilizzazioni ti hanno aiutato a rimanere preoccupato in
continuazione.
Vi hanno trasformati tutti in sordi; non vogliono che siate
persone che capiscono. Hanno paura della vostra comprensione, perché, alla luce
della vostra intelligenza, tutte le loro invenzioni scomparirebbero e loro
vivono come parassiti su quelle fantasie.
Quello che vogliono è che quelle
finzioni rimangano nella vostra mente come delle realtà.