lunedì 23 aprile 2018

Il coraggio della solitudine

23/4/2018 Sulle montagne, come al mercato, la nostra natura è essere soli...

Un raro brano di Osho apparso su Osho Times n. 246



Una strana situazione
La prima cosa da comprendere è che sei solo, che tu lo voglia o no. La solitudine è la tua natura. Puoi tentare di dimenticarlo, puoi cercare di non essere solo trovando amici e amanti, gettandoti nella mischia… Ma qualunque cosa fai rimane in superficie: nel profondo di te la tua solitudine è irraggiungibile, fuori dalla tua portata.
Ogni essere umano si ritrova nella stessa strana situazione: la nascita accade sempre in una famiglia. E non c’è altro modo, perché il cucciolo dell’uomo è il più debole di tutta l’esistenza. 
Gli altri animali nascono completi. Un cane resta un cane per tutta la vita: non cresce né si evolve. Certo invecchia, ma non diventa più intelligente e consapevole, non si illumina. In questo senso, tutti gli animali restano esattamente al punto in cui sono nati: non vanno incontro ad alcun cambiamento essenziale. Per loro la nascita e la morte sono orizzontali, accadono sullo stesso piano.
Solo l’uomo ha la possibilità di muoversi in verticale, verso l’alto, e non solo in orizzontale. Ma la maggior parte dell’umanità si comporta come gli altri animali: la vita è solo un processo di invecchiamento, non di crescita. E crescere e invecchiare sono esperienze del tutto diverse.


Una paura misteriosa
L’uomo nasce in una famiglia, in mezzo ad altri esseri umani. Fin dal primo istante non è mai da solo e per questo motivo sviluppa una particolare psicologia che lo spinge a stare insieme agli altri. Da solo comincia ad avere paura, una paura misteriosa. Non sa esattamente di che cosa abbia paura, ma non appena si allontana dalla moltitudine, qualcosa dentro di lui comincia a sentirsi a disagio. In compagnia degli altri si sente al sicuro, tranquillo, protetto.
È per questa ragione che non scopre mai la bellezza della solitudine: la paura glielo impedisce. Dal momento che è nato in un gruppo, continua a farne parte e man mano che cresce comincia a formare nuovi gruppi, nuove associazioni, nuovi amici. Le collettività già esistenti – la nazione, la religione, il partito politico – non lo soddisfano, per cui comincia a crearne di nuove: il Rotary Club, il Lions Club. Ma tutte queste strategie servono solo a una cosa: a non stare mai da solo.


Quasi come una morte
L’esperienza della vita nel suo complesso consiste nello stare in compagnia degli altri e la solitudine è percepita quasi come una morte. In un certo senso è così: è la morte della personalità che hai creato nella collettività, un dono che hai ricevuto dagli altri. Nel momento in cui ti allontani dalla moltitudine, ti allontani anche dalla tua personalità. 
Nella collettività sai esattamente chi sei: conosci il tuo nome, il tuo titolo di studio, la tua professione e sai tutto ciò che ti serve per il passaporto e la carta d’identità. Ma quando ti allontani dalla folla, qual è la tua identità? Chi sei? 
Improvvisamente ti accorgi di non essere il tuo nome: è un nome che ti è stato attribuito. Non sei la tua etnia: che rapporto ha un’etnia con la consapevolezza? Il tuo cuore non è né hindu né musulmano, il tuo essere non è limitato ai confini politici di una nazione, la tua consapevolezza non fa parte di alcuna organizzazione né di una chiesa. Chi sei?
All’improvviso la tua personalità comincia a disperdersi. Questo è ciò che fa paura: la morte della personalità. Ora dovrai scoprire e chiederti la prima volta chi sei. Dovrai cominciare a meditare sulla domanda: “Chi sono?”. E c’è il timore, la possibilità, di non essere affatto! Forse non eri altro che la combinazione di tutte le opinioni degli altri, forse non eri altro che la tua personalità.
Nessuno vuole essere nulla. Nessuno vuole essere nessuno. 
Ma invece tutti sono nessuno. 


Nessuno
C’è una bellissima storia… Alice è appena arrivata nel Paese delle Meraviglie. Va a far visita al re che le chiede: “Alice, hai incontrato un messaggero che veniva nella mia direzione?”.
Lei risponde: “Nessuno”.
Il re dice: “Se hai incontrato Nessuno, perché non è ancora arrivato?”.
Alice è molto confusa e dice: “Non hai capito. Nessuno è nessuno”.
Il re risponde: “È ovvio che Nessuno è Nessuno, ma dov’è? A quest’ora dovrebbe essere arrivato. Questo vuol dire semplicemente che Nessuno cammina più lentamente di te”.
Naturalmente Alice è molto contrariata e si dimentica di trovarsi davanti al re. Esclama: “Nessuno cammina più velocemente di me!”.
Ora tutta la conversazione ruota intorno a questo “nessuno”. 
Alice interpreta ciò che il re dice come: “Nessuno cammina più lentamente di te”. E pensa: “Io sono velocissima. Sono arrivata dall’altro mondo fino al Paese delle Meraviglie, un mondo piccolissimo, e questo mi insulta”. Naturalmente ribatte: “Nessuno cammina più velocemente di me!”.
Il re replica: “Se è vero, perché non è ancora arrivato?”.
E la discussione prosegue in questo modo.


Una presenza pura
Tutti sono nessuno.
Quindi, il primo problema per un ricercatore è comprendere esattamente la natura della solitudine. Vuol dire “essere nessuno”, vuol dire abbandonare la personalità che è un dono della moltitudine. Quando ti allontani dalla folla, non puoi portare quel dono nella tua solitudine. Nella tua solitudine dovrai riscoprirti nuovamente e nessuno può garantire che dentro di te troverai qualcuno. 
Chi ha raggiunto la solitudine non ci ha trovato nessuno. E voglio dire davvero nessuno: nessun nome, nessuna forma, ma una presenza pura, una vita pura senza nome e senza forma. Questa è l’autentica resurrezione e certamente richiede coraggio. 
Solo persone molto coraggiose sono state capaci di accettare con gioia il proprio essere nessuno, il proprio essere nulla. Il loro nulla è l’essere allo stato puro, è allo stesso tempo una morte e una resurrezione.


Tratto da: Osho, The Invitation #23, tradotto in italiano in Con te e senza di te, Mondadori
https://www.oshoba.it//index.php?id=articoli_view_x&xna=292

domenica 22 aprile 2018

Meditazione: la medicina per la salute spirituale – Osho


Silenzio condiviso con le parole. Meditazione: la medicina per la salute spirituale.
D: Perché essere come bambini è paragonato alla meditazione?
R: Quando un essere umano rinasce, solo allora comprende la bellezza e lo splendore dell’infanzia. Il bambino è ignorante, pertanto è incapace di comprendere l’immensa innocenza che lo circonda. Nel momento in cui un bambino si rende conto della propria innocenza, non c’è più differenza tra il bambino e il saggio. Il saggio non è superiore e il bambino non è inferiore. L’unica differenza è questa: il bambino non sa chi è mentre il saggio lo sa.
Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - mindfulness - zen - buddhismo - benessere - salute
Mi torna in mente Socrate. Nei suoi ultimissimi momenti di vita disse ai suoi discepoli: “Quando ero giovane, pensavo di conoscere molte cose. Invecchiando, man mano che ne sapevo di più, iniziò ad accadere una cosa strana: mi rendevo conto che conoscere sempre di più mi portava a saperne sempre meno.” E infine, quando l’oracolo di Delfi dichiarò che Socrate era l’uomo più saggio del mondo, gli ateniesi ne furono molto felici e si recarono da Socrate, ma Socrate disse: “Tornate dall’oracolo e ditegli che almeno questa volta la sua profezia si è rivelata sbagliata. Socrate non sa nulla.” La gente rimase scioccata. Si recarono dall’oracolo, ma l’oracolo rise e disse: “Ecco perché ho dichiarato che lui è l’uomo più saggio del mondo!”
https://www.meditare.net/wp/meditazione/meditazione-la-medicina-per-la-salute-spirituale-osho/

sabato 21 aprile 2018

Mai prendere i propri pensieri troppo sul serio

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21/04/2018
Una persona potrebbe stare in pena pensando: “Mi chiedo se gli piaccio,
scommetto di no.” Eppure riconoscerebbe senza difficoltà che il pensiero
dell’automobilista in autostrada “non era altro che un pensiero”. La
maggior parte di noi ritiene che i propri pensieri meritino di essere
considerati con seria attenzione e interesse, ma quando si tratta di quelli
di un altro, allora li considera come semplici pensieri che non meritano attenzione. 
Perché? Ancora una volta, perché il nostro pensiero
modella la realtà dall’interno e ci tocca così da vicino che è facile
dimenticarsi che siamo noi a crearlo. Il pensiero ci aiuta a trovare un
senso a ciò che vediamo: ne abbiamo bisogno per sopravvivere nel
mondo e per dare un significato alla vita. Tuttavia, se comprendessimo
appieno la vera natura e lo scopo del pensiero, non avremmo bisogno di
prendere a cuore (o troppo seriamente) tutto ciò che ci capita di pensare.
Prenderemmo tutto meno sul serio..
Il pensiero non corrisponde alla “realtà” ma è un semplice tentativo di interpretare
una situazione. La personale interpretazione di ciò che vediamo dà
origine a reazioni emotive che non sono il risultato di ciò che ci accade, ma
derivano dal nostro pensiero, dal nostro sistema di credenze.
Per spiegare meglio questo concetto prendiamo in considerazione l’esempio
dell’arrivo di un circo in città. Per le persone e le famiglie che
amano questo genere di spettacolo, è motivo di festa. Per chi non ama
il circo, l’aumento del traffico e la confusione sono motivo di preoccupazione.
Di per sé il circo è neutro, cioè non causa reazioni né positive
né negative. Potremmo trovare anche molti altri esempi. Una volta
afferrato il concetto, il pensiero può rivelarsi un dono enorme per aiutarci
a vivere. Per contro, possiamo anche diventare vittime dei nostri
pensieri, peggiorando la qualità della nostra vita. Dal momento che i
nostri pensieri cambiano continuamente, la vita può trasformarsi in una
lotta, se non in un campo di battaglia.
In apparenza, il livello di felicità che proviamo aumenta e diminuisce in
base alle circostanze in cui ci troviamo. In realtà, non sono le circostanze
a determinare il nostro livello di benessere, ma il modo in cui le
interpretiamo. Ecco perché circostanze identiche possono significare
cose diverse per persone diverse. Imparando a considerare i pensieri
negativi come una sorta di interferenza mentale, la smetteremo di prestare
loro così tanta attenzione.
Comprendere la natura del pensiero ci permette di vivere in uno stato
di pace neutro, caratterizzato da un sentimento di felicità e appagamento
spensierato. Quando distogliamo l’attenzione da ciò che pensiamo,
soprattutto quando si tratta di pensieri negativi, ci ritroviamo con un
sentimento positivo di tranquillità. Ciò non significa in alcun modo che
non è necessario pensare, anzi, dobbiamo farlo. Significa solo che non
vale la pena di soffermarsi sui pensieri negativi (che provocano angoscia
e sofferenza) perché ci distolgono da quello che cerchiamo: la felicità.
Con un simile appagamento, nella nostra mente si viene necessariamente
a creare uno spazio in cui si insinuano pensieri nuovi e creativi,
permettendoci di recuperare quella visione basata sull’effetto flou (o soft
focus) tipica dell’infanzia che riporta la meraviglia e l’avventura nella
nostra vita.
L’effetto flou ci permette di ascoltare gli altri in modo amorevole. Ci
permette anche di ascoltare le critiche senza infastidirci, perché non
analizziamo più le informazioni: ci limitiamo a incamerarle.
In definitiva, il rapporto che instauri con il pensiero determina il tuo
livello di salute mentale e di felicità. Pensi che un pensiero debba essere
preso sul serio solo perché ti è venuto in mente? O hai capito che il
pensiero è un prodotto della tua natura di essere umano e che non devi
confonderlo con la realtà? Sei in grado di avere dei pensieri e passare
oltre, con l’effetto flou, o ti senti costretto a prenderli in considerazione
e ad analizzarli?

http://divinetools-raja.blogspot.it/
La Via del Ritorno... a Casa

venerdì 20 aprile 2018

L'inizio della risata


20/4/2018
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La risata è iniziata con Mahakashyapa e ha poi continuato a esistere ininterrottamente nella tradizione Zen. Nessun’altra tradizione è veramente in grado di ridere. Ridere appare così irreligioso, profano, che è impossibile immaginare Gesù che ride, è impossibile pensare a Mahavira che ride. Non puoi proprio concepire Mahavira che si fa una bella risata di pancia, o Gesù che ride fragorosamente. No, la risata è stata sempre negata e la tristezza è diventata, in un certo senso, qualcosa di religioso. 

Un famoso pensatore tedesco, il conte Keyserling, ha scritto che la salute non è religiosa. La malattia ha delle qualità in sintonia con la religione, perché una persona malata è triste, priva di desideri: questo non perché si sia lasciata alle spalle tutti i desideri, ma solo perché è troppo debole. Una persona sana vuole ridere, vuole godersi la vita, vuole essere allegra, non può essere triste. Quindi le religioni hanno cercato in tanti modi di renderti malato: digiuna, reprimi il corpo, torturati. Diventi triste, pensi a suicidarti… ti crocifiggi da solo! Come farai a ridere? La risata nasce dalla salute, è energia che trabocca. Ecco perché i bambini possono ridere, e la loro è una risata totale. Tutto il corpo ne viene coinvolto, quando ridono ti sembra che ridano anche le dita dei piedi. Tutto il corpo, ogni cellula, ride e vibra. Sono così pieni di salute, così vitali: l’energia fluisce. 

Un uomo triste è un bambino malato, mentre un vecchio che ride è ancora giovane. Persino la morte non può invecchiarlo, nulla può renderlo vecchio. La sua energia fluisce ancora e trabocca, ne è sempre inondato. La risata è un diluvio di energia. Nei monasteri Zen hanno continuato a ridere e ridere e ridere. La risata diventa preghiera solo nello Zen, perché Mahakashyapa è stato il primo a iniziare. Venticinque secoli fa, in una mattina che era proprio uguale a questa, Mahakashyapa ha dato vita a una nuova tendenza, completamente nuova, sconosciuta alla mente religiosa del passato: si è messo a ridere. Si è messo a ridere di tutta l’idiozia, di tutta la stupidità. E Buddha non l’ha condannato; anzi, al contrario, gli ha detto di avvicinarsi e gli ha dato un fiore e ha parlato alla folla. 

Quando la folla ha sentito la risata, avrà pensato: “Quest’uomo è impazzito. Quest’uomo non ha rispetto per Buddha. Come puoi ridere in presenza di un buddha? Quando un buddha è seduto in silenzio, come puoi ridere? Quest’uomo non ha alcun rispetto”. La mente dirà che tutto questo è mancanza di rispetto. La mente ha le sue regole, che il cuore non conosce; il cuore ha le proprie regole, ma la mente non ne ha mai sentito parlare. Il cuore può ridere eppure continuare a essere rispettoso; la mente non può ridere, può solo essere triste ed essere molto rispettosa. Ma che genere di rispetto è quello che ti impedisce di ridere? Con la risata di Mahakashyapa, è iniziato qualcosa di nuovo e nel corso dei secoli questa risata è andata avanti. Solo i maestri Zen, e i discepoli dello Zen, ridono. 

Tutte le religioni sono diventate malate perché la tristezza è diventata sempre più importante. I templi e le chiese assomigliano a dei cimiteri: non hanno affatto un’aria di festa, non ti danno un senso di celebrazione. Cosa vedi se entri in una chiesa? Non la vita, ma la morte: Gesù crocifisso è l’ultimo tocco nel quadro della tristezza. Puoi forse ridere in chiesa, danzare, cantare in chiesa? È vero, ci sono dei canti, ma sono tristi, e la gente è seduta con la faccia lunga. Non è una sorpresa che nessuno voglia andare in chiesa: è solo un dovere sociale da adempiere. Non sorprende che nessuno si senta attratto dalla chiesa: è una formalità. La religione è diventata una cosa della domenica. Per un’ora puoi tollerare tutta quella tristezza. 

Mahakashyapa si mise a ridere davanti a Buddha, e da allora i monaci zen, i maestri, hanno fatto cose tali che le menti religiose – le cosiddette menti religiose – non riescono nemmeno a concepire. Se hai visto qualche libro Zen, forse hai visto anche qualche ritratto, qualche dipinto di un maestro Zen. Nessuno di questi ritratti è fedele all’originale. Se guardi il ritratto di Bodhidharma o quello di Mahakashyapa, non sono ritratti fedeli del loro viso, ma ti basta guardarli per avere la sensazione della risata. Sono spassosi, ti fanno ridere.
Osho


giovedì 19 aprile 2018

Ridi di te stesso

19/4/2018
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Se riesci a ridere di te stesso, va tutto bene. La gente ride degli altri, mai di se stessa. È una cosa da imparare. Se puoi ridere di te stesso, la serietà se n’è già andata. Non le lasci alcuno spazio se riesci a ridere di te stesso. 

Nei monasteri Zen, tutti i monaci devono ridere. La prima cosa che si fa al mattino è ridere, la primissima cosa. Non appena il monaco si accorge che non sta più dormendo, deve saltar giù dal letto, assumere un atteggiamento buffo – come un pagliaccio da circo – e cominciare a ridere, a ridere di se stesso. Non c’è modo migliore per cominciare la giornata. 

Ridere di se stessi uccide l’ego, ti rende più limpido, più leggero, quando ti muovi nel mondo. E, se hai riso di te stesso, la risata di chi ride di te non ti potrà certo disturbare. Anzi, stanno semplicemente cooperando, stanno facendo la stessa cosa che hai fatto tu. Ne sarai felice. Ridere degli altri è egoistico, ridere di sé è molto umile. Impara a ridere di te – della tua serietà e di tutte queste cose. 

Ti può capitare di prendere molto sul serio la tua serietà. Allora invece di una malattia, ne avrai create due. E in seguito prendi seriamente anche questa cosa, e così via. Non c’è fine a una situazione del genere, puoi continuare fino alla nausea. Così è meglio se l’affronti fin dall’inizio. Non appena senti che stai diventando serio, mettiti a ridere, e cerca dentro di te dove si trova questa serietà. Fatti una risata, una bella risata, chiudi gli occhi e cerca dove è finita: la serietà si trova solo in un essere che non sa ridere. 

Non c’è situazione più sfortunata di questa, non si riesce a immaginare qualcuno più disgraziato di un uomo che non sa ridere di se stesso. Per cui comincia il tuo giorno ridendo di te stesso, e ogni volta che trovi un momento libero nella tua giornata… quando non sai cosa fare, fatti una gran risata. Senza motivo – solo perché il mondo intero è così assurdo, solo perché è così assurdo il modo in cui sei fatto tu. 

Lascia che la risata nasca proprio dalla pancia, che non sia qualcosa di mentale. Uno può anche ridere di testa, ma allora è una cosa morta. Tutto quello che viene dalla testa è morto, assolutamente meccanico. Certamente, puoi anche ridere di testa, ma la risata non raggiungerà alcuna profondità, non arriverà nella pancia, nell’hara. Non andrà giù fino alle dita dei piedi, non si espanderà in tutto il corpo. 

Una risata vera è come quella di un bambino. Guarda come si scuote la sua pancia, tutto il suo corpo sussulta – si rotola sul pavimento. È una questione di totalità. Ride talmente che comincia a piangere; ride così totalmente che la risata si trasforma in lacrime, cominciano a scendergli lacrime dagli occhi. Una risata dovrebbe essere profonda e totale. Questa è la medicina che prescrivo contro la serietà.

Osho



mercoledì 18 aprile 2018

Diventa un po' sciocco.



18/4/2018
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Da me vorresti qualche rimedio serio. Non ti sarebbe di nessun aiuto. Bisogna che tu diventi un po’ sciocco. La vetta più alta della saggezza contiene sempre un pizzico di follia, i più grandi saggi del mondo erano anche sicuramente molto assurdi. Nei tempi andati, in ogni corte, c’era qualcuno un po’ folle – il buffone di corte. Era una forza equilibratrice, perché troppa saggezza può essere sciocca: qualsiasi cosa, se troppa, diventa stupida. C’era bisogno di qualcuno che riportasse le cose terra terra. Nelle corti dei re un buffone era necessario, per aiutarli a ridere: la gente saggia tende a diventare seria, altrimenti, e la serietà è una malattia. A causa della serietà si perdono le proporzioni, si perde la prospettiva. Il buffone di corte diceva e faceva di tutto per riportare le cose a un livello terreno. 

Ho sentito di un imperatore che aveva un buffone. Un giorno l’imperatore si stava rimirando allo specchio. Arrivò il buffone, fece un salto e lo colpì coi piedi nella schiena. L’imperatore cadde contro lo specchio. Si arrabbiò moltissimo e gli disse: “Spiegami subito la ragione di questo tuo stupido gesto, altrimenti ti condanno a morte”. Il buffone rispose: “Mio signore, non avrei mai immaginato di trovarti qui, davanti a uno specchio. Credevo fosse la regina”. 

L’imperatore fu costretto a perdonarlo: la ragione suonava ancora più assurda dell’atto stesso. Ma per trovare una scusa simile, quello sciocco doveva essere molto saggio. Tutti i grandi saggi – Lao Tzu, Gesù – hanno una certa qualità di sublime follia. E deve essere così, perché altrimenti un saggio sarebbe un uomo insipido – avrebbe un gusto insopportabile. Deve anche essere un po’ sciocco. Solo allora le cose sono in equilibrio. Guardate Gesù – cavalca un asino e va dicendo alla gente: “Sono il Figlio di Dio!”. Guardatelo! Deve aver avuto entrambe quelle qualità. La gente avrà riso: “Dice queste parole e si comporta in questo modo...”. Ma io so che è così che si presenta la vera saggezza. 

Lao Tzu dice: “Tutti sono saggi, tranne me. Io sembro stupido. La mente di tutti è chiara, solo la mia sembra torbida e annebbiata. Tutti sanno cosa fare e cosa non fare: solo io sono confuso”. Cosa intende dire? Quello che sta dicendo è: “In me saggezza e stupidità si incontrano”. E quando saggezza e stupidità si incontrano, là c’è la trascendenza. Così vedi di non essere serio riguardo alla serietà. Ridici sopra, sii un po’ sciocco. Non condannare l’assurdità: ha la sua bellezza. Se riesci a essere tutte e due le cose, dentro di te avrai la qualità della trascendenza. 

Il mondo è diventato sempre più serio. Si spiega così l’aumento del cancro, delle malattie di cuore, della pressione alta, della pazzia. Il mondo è stato forzato verso un solo estremo. Siate anche un po’ sciocchi… Avete mai sentito di uno sciocco che è impazzito? Non è mai accaduto. Sono qua che aspetto sempre di sentire che uno sciocco è diventato pazzo. Non ne ho mai incontrato nessuno. Uno sciocco non può diventare pazzo, perché per impazzire bisogna essere molto seri. 

Ho anche cercato di vedere se gli sciocchi sono in qualche modo più sani dei cosiddetti saggi. Ed è proprio così: gli sciocchi hanno una salute migliore dei cosiddetti saggi. Vivono nel momento, non si preoccupano di quello che gli altri possono pensare di loro. Una tale preoccupazione diventa qualcosa come un cancro, nella mente e nel corpo. Gli sciocchi vivono a lungo e l’ultima risata è la loro. 

Ricordati: la vita dovrebbe avere un equilibrio molto profondo. Allora, proprio nel mezzo – nel punto d’equilibrio – puoi liberarti. L’energia si leva alta e anche tu cominci a innalzarti. Questo dovrebbe succedere per tutti gli opposti. Non essere saggio, non essere sciocco, vedi di essere entrambi, così da poter andare oltre.

Osho

martedì 17 aprile 2018

In Portogallo energia pulita al 100%. - Claudio Mastrodonato

17/4/2018

Energia pulita? Si può. Lo scorso marzo l’energia prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta del Paese.

Arriva un record dal Portogallo. E non ha a che fare con Cristiano Ronaldo, primo nome e argomento che ai più viene in mente se si parla della nazione lusitana. Questa volta il record ha a che fare con la sfera ambientale. Con le fonti di energia rinnovabili.

In Portogallo le rinnovabili superano il consumo totale.

Marzo 2018 sarà ricordato come il mese in cui l’energia pulita prodotta da fonti rinnovabili ha superato la richiesta totale del fabbisogno del Paese iberico.
Entriamo più nel dettaglio.
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Pale eoliche a Sobral de Monte Agraco, in Portogallo
Calcolando la media mensile, si è andati a constatare che la produzione di energia derivante dal sole, piuttosto che dal vento, è stata superiore (il 103%), e quando non lo è stato – ad esempio mercoledì 7 marzo – ha comunque raggiunto il confortante dato dell’86%.
Numericamente, sono 4812 i GW prodotti contro i 4647 richiesti.
Non è corretto, tuttavia, parlare di un exploit. Dietro questo successo ambientale ci sono anni di progressi del settore, di investimenti, di aggiornamenti e sperimentazioni sul campo. Già da 3-4 anni si sono registrati percentuali vicine al 90% del fabbisogno mensile del Portogallo, segno di un costante progresso. Adesso se ne raccolgono i frutti.
Nel dettaglio, i maggiori contributi derivano dall’idroelettrico – che da solo vale più della metà dei dell’energia pulita prodotta – e l’eolico, garantito dai venti che spirano incessanti dall’Oceano Atlantico.
E non ci si vuole fermare qui.
Spostando il naso un po’ più in là, si stima che entro l’anno 2025 si smetterà di utilizzare il carbone per la produzione energetica, ed entro il 2040 le energie rinnovabili saranno sufficienti a soddisfare – sempre, costantemente – il fabbisogno del Portogallo, andando drasticamente ad intervenire sulle emissioni di CO2.

Energia pulita in Italia?

Come i lusitani, anche il Bel Paese sta investendo in maniera massiva sulle rinnovabili, e condivide con lo Stato iberico la prospettiva del carbon free del 2025.
Tuttavia si è ancora lontani dal traguardo portoghese (e da altri Stati ad onor del vero, si pensi alla Penisola scandinava o alla Scozia, con percentuali anche qui vicine alla perfezione): allo stato attuale dalle fonti di energia alternative si copre solo un quinto della richiesta.
Estendendo il focus ai Paesi aderenti all’Unione Europea – comunque – l’Italia è il terzo Stato che genera energia pulita, con più di 10 punti percentuali, dopo Germania e Francia. Ma soprattutto è in linea con le direttive europee e con gli obiettivi fissati per il prossimo triennio.

lunedì 16 aprile 2018

Non sfruttate mai l'amore


16/04/2018
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Non sfruttate mai l'amore. Se qualcuno vi ama, non introducete nessuna condizione. Se amate qualcuno, non storpiatelo. Lascia che il tuo amore si espanda, dona all'altro più spazio di quanto ne abbia mai avuto quando era solo. Nutritelo, ma non avvelenate il suo nutrimento, non possedetelo. Lasciate che sia libero, più libero di quanto non sia mai stato. In questo caso l’amore crescerà in una profonda intimità. Quando l'amore porta con sé la libertà, scende a profondità maggiori. Quando l'amore fa sentire l'altro rispettato, non umiliato, non distrutto ma sostenuto, quando l'amore ci fa sentire nutriti, liberi, allora scende a profondità maggiori. In questo caso diventa preghiera. Diventa l'esperienza più elevata, suprema della vita.

Osho