30 maggio 2013

I cicli settennali della vita


La vita possiede uno schema interiore che è bene comprendere.
I medici affermano che ogni 7 anni il corpo e la mente attraversano una crisi e un cambiamento.
Ogni 7 anni tutte le cellule del nostro corpo si rinnovano…allo scadere del 7° anno, ogni cosa è cambiata in noi, proprio come cambiano le stagioni. La linea della vita inizia alla nascita e termina con la morte. Dopo i 70 anni, il cerchio si chiude. Quel cerchio è diviso in 10 parti.
Durante i primi 7 anni, il bimbo è concentrato su di sé, come se fosse il centro del mondo. Tutta la famiglia gli ruota intorno pronta a soddisfare ogni suo desiderio e se nn lo fa, il bimbo fa i capricci, cade in preda alla collera, all’ira.
Nei suoi primi 7 anni, il bambino è un perfetto egoista. Lui vive in uno stato di “ masturbazione “, totalmente appagato di se stesso…. Non ha bisogno di altro: si sente completo.
Trascorsi i 7 anni, avviene il passaggio: nn è più concentrato su se stesso e si muove verso gli altri … pone un sacco di domande. Annoia a morte i genitori, diventa un tormento vivente perché diventa sempre più filosofo: è un ricercatore scettico che vuole penetrare nelle cose. Distrugge un giocattolo perché vuole vedere come funziona; uccide una farfalla per vedere come è fatta dentro. Il suo interesse si orienta sugli altri ma solo su quelli del suo sesso. Gli psicologi definiscono questo secondo settennale lo stadio “ omosessuale “.
Dopo il 14° anno di età, si apre una nuova porta: l’interesse per l’altro sesso. Questo è il periodo dell’eterosessualità. La sessualità è matura, il ragazzo/a comincia a pensare al sesso e nei suoi sogni predominano le fantasie sessuali. Comincia il corteggiamento…fa il suo ingresso nel mondo.
A partire dal 21° anno, se tutto si è evoluto nella normalità il/la giovane comincia a interessarsi a mete più ambiziose e un po’ meno all’amore. Desidera beni materiali, vuole il successo…si manifesta l’ambizione, come competere e lottare per far carriera. Tutto il suo essere è attratto dal potere,dal prestigio e su come ottenerli.
Verso i 28 anni, capisce che non può ottenere tutto ciò che vuole..
Ha compreso che molti suoi desideri sono impossibili e comincerà a focalizzare la possibilità di aprirsi un’altra porta. Li focalizzerà sulla comodità e la sicurezza anziché sull’avventura e sull’ambizione. A 28 anni termina la vita da “ spensierato “. Ora è l’età in cui si diventa inquadrati . Si pensa ad aprirsi il conto in banca, a prendere casa,  a stipulare un’assicurazione…insomma, pensa a sistemarsi.
A 35 anni l’energia vitale raggiunge il punto Omega: metà del cerchio della vita è stato completato. Da questo momento inizia il declino dell’energia. Ora non ci si interessa più solo alla sicurezza e comodità, ma si diventa anche conformisti. Ciò che può destabilizzare o sconvolgere la propria vita diventa tabù. A partire da ora, si entra a far parte del mondo convenzionale: cominci a credere nelle tradizioni, nel passato, nella religione. Ora le regole non fanno più paura, l’ordine e la disciplina entrano a far parte del nostro mondo.
A partire dai 42 anni, iniziano i disturbi fisici e mentali. Inizia il declino. Questa è l’età più pericolosa; quella che mette in crisi. I capelli diventano grigi, cominciano a cadere…la pelle è più spenta e cede sotto la forza della gravità. Intorno ai 42 anni ci si comincia a interessare seriamente alla religione. Si sente il bisogno di credere in qualcosa di supremo e di meditare.
A 49 anni inizia il declino sessuale e con esso anche tutti i sensi di colpa che ne derivano. La società esercita una grande pressione visto che impone un ruolo sessuale attivo e un uomo comincia a sentirsi in colpa o a colpevolizzare la patner perché non ha tutti i rapporti che la società “ dice “ che dovrebbe avere.
A 56 anni in poi si inizia a perdere interesse verso gli altri, verso le formalità e la società. INIZIA IL PROGRESSIVO CAMMINO VERSO LO SANNYASIN, ovvero la ricerca del vero. Inizia la scalata verso la concentrazione di se stessi, che arriva al culmine a 63 anni. Ora si è come dei bambini….si pensa solo a se stessi. Si entra nella propria interiorità, proprio come nella fanciullezza, ma arricchiti di conoscenza, di maturità e in grado di comprendere. E’ anche il momento in cui ci si prepara internamente alla morte. Il che non significa aspettare di morire, ma essere pronti a morire con calma e serenità, consapevoli di essere venuti al mondo per imparare dagli altri e da se stessi….
A 70 anni si dovrebbe essere pronti. Se la vita ha seguito uno schema naturale, prima della morte, giusto nove mesi prima, si diventerà consapevoli che la morte stà arrivando. Così come il feto ha impiegato 9 mesi per poter vedere la luce, così si diventerà – 9 mesi prima – consapevoli della morte : ora si entra di nuovo nell’utero, quello dentro di noi. Gli indiani lo chiamano “ Garbha “ ed è ovviamente simbolico. E’ semplicemente il nostro ricettacolo interiore, dove vive il nostro Dio, da sempre.
Questo processo naturale settennale, è il ciclo della vita !!
Tratto da : La maturità – di Osho
http://www.visionealchemica.com/i-cicli-settennali-della-vita/

29 maggio 2013

♥: OSHO: Matrimonio e bambini


 Estratti da un’intervista con Howard Sattler di “6PR Radio”, Australia.

“La libertà per me è il valore supremo: non esiste nulla di più elevato della libertà.” Osho
D.: Ti sei mai trovato sul punto di sposarti?

R.: No, mai. Fin dall’inizio sono stato contrario al matrimonio. Perché vorrebbe dire limitare la propria libertà. Legarsi legalmente a una donna o a un uomo, no! Per me la libertà è il valore supremo: non esiste nulla di più elevato della libertà.
È stato difficile, perché ho dovuto lottare fin dall’inizio: i miei genitori erano perplessi, la mia famiglia era allibita, ma io dissi loro con estrema chiarezza che non mi sarei mai sposato. Sarebbero stati felicissimi se fossi diventato un monaco celibe; ma dissi: “No, non sarò neppure un monaco votato al celibato!”
Quello per loro era il guaio: se fossi stato un monaco celibe, sarebbero stati felici. Sarebbero stati orgogliosi del loro figlio: era diventato un grande monaco! Dissi: “No, entrambe sono sventure. Io camminerò esattamente nel mezzo, sul filo del rasoio”. E mi sono goduto incredibilmente questo cammino.

D.: Allora cosa puoi dire a tutte le persone che nel mondo sono sposate? Tutti devono divorziare?

R.: Tutti dovrebbero divorziare, senza eccezioni. Le persone dovrebbero incontrarsi e amarsi occasionalmente, quando si presenta l’occasione. Non dovrebbero sussistere situazioni sgradevoli, come quando una moglie deve fare l’amore con un uomo che non ama più, perché deve fare il suo dovere. E il marito fa il suo dovere: facendo l’amore con la moglie forse sta pensando a un’altra… e la donna potrebbe pensare a un altro uomo! Che sorta di società nevrotica avete creato? Se non vi amate, quantomeno siate umani e ditevi francamente che è stato bello stare insieme, ma adesso è finita: ditevi addio!
Io vorrei che il matrimonio scomparisse completamente dal mondo; e con il matrimonio scomparirà il divorzio. Con il matrimonio scomparirà la prostituzione. Con il matrimonio scomparirà la maggior parte del lavoro dei preti. Con il matrimonio in pratica scomparirà il novantanove per cento del lavoro degli psicanalisti, dei terapisti, degli psichiatri. È il matrimonio che crea ogni sorta di perversione psicologica, le repressioni e il senso di colpa.
È semplicemente umano vedere una bella donna e voler passare un po’ di tempo con lei: non occorre alcun permesso divino. Anche il vostro Dio ha commesso uno stupro nei confronti della Vergine Maria, che non era consenziente!

D.: Credi a quella storia?

R.: Credo a quella storia perché dimostra che il vostro Dio è uno stupratore; altrimenti, non ci credo. Gesù dev’essere un bastardo: di certo non era il figlio di Giuseppe e, solo per coprire ogni cosa, è stata inventata quella storia incredibile.

D.: Si è chiamato in causa Dio!

R.: Si dice che Dio sia una trinità: Dio, lo Spirito Santo e il figlio. Lo Spirito Santo agì, ma è parte di Dio. È come la mia mano che è parte di me, e i tuoi genitali sono parte di te: lo Spirito Santo è parte di Dio… forse si tratta dei suoi genitali! Altrimenti, come avrebbe potuto mettere incinta una vergine?

D.: Che dire delle responsabilità familiari? Le responsabilità dei coniugi verso i loro figli, per esempio?

R.: I bambini dovrebbero essere una responsabilità della Comune, non della famiglia. È la famiglia che crea problemi incredibili nelle menti dei bambini. Trasmette loro tutte le malattie, tutte le superstizioni, tutti gli stupidi pregiudizi, teologie, religione, appartenenze politiche: li impone al bambino! Il bambino dev’essere liberato dalla famiglia. Se volete un uomo nuovo… ebbene, la famiglia è un’istituzione orribile, il suo tempo è finito. Dovrebbe essere sostituita dalla Comune. In quel caso sarebbe semplicissimo: la Comune si prenderebbe cura di tutti i bambini.
Ci saranno il padre, la madre che potranno incontrare il bambino, il bambino potrà andare a trovarli; ma, fondamentalmente, sarà una responsabilità della Comune prendersi cura dei bambini. I bambini avranno molti zii e molte zie, e avranno molte più opportunità di contatti umani con tipologie di persone differenti: ne verranno incredibilmente arricchiti.
I nostri bambini sono davvero deprivati: conoscono solo un uomo, una donna, e conoscono il continuo bisticciare tra di loro. La donna punzecchia il marito, il marito picchia la moglie. Ed è a questo che li addestrate: il tuo figliolo ti imiterà; sarà una tua fotocopia, consciamente o inconsciamente. Tua figlia replicherà tua moglie, consciamente… inconsciamente. È per questo che nessun figlio riesce mai a perdonare suo padre, e nessuna figlia riesce a perdonare sua madre: perché hanno distrutto la loro vita. È un fenomeno psicologico assolutamente dimostrato.
Viceversa, se la Comune se ne prende cura, conosceranno tanti tipi di persone diverse. E questa è la mia esperienza: ogni persona è così unica che più incontri, più occasioni di intimità, più relazioni d’amore hai, più sarai ricco.

Tratto da: The Last Testament, vol. 1, discorso # 15
♥: OSHO: Matrimonio e bambini

28 maggio 2013

L' ego

 
L’EGO: IL FALSO CENTRO
Come prima cosa, si deve comprendere cos’è l’ego. Un bimbo nasce. Egli viene al mondo senza alcuna cognizione, né coscienza del suo sé. E quando un bimbo nasce la prima cosa di cui diventa consapevole non è se stesso: come prima cosa diventa consapevole dell’altro. E’ naturale, perché gli occhi si aprono verso l’esterno, le mani toccano gli altri, le orecchie ascoltano gli altri, la lingua sente il sapore del cibo e il naso sente gli odori esterni. Tutti questi sensi sono aperti verso l’esterno. Nascere significa questo. Nascita significa venire in questo mondo: il mondo di ciò che sta fuori. Per cui, quando nasce un bambino, egli nasce a questo mondo. Apre gli occhi, vede gli altri.
Gli “Altri” significano il tu. Egli dapprima diventa consapevole della madre. Poi, un po’ alla volta, diventa consapevole del suo corpo. Anche questo è l’altro, anche questo appartiene al mondo esterno. Ha fame e sente il suo corpo; il suo bisogno viene soddisfatto, ed egli si dimentica del corpo. E’ così che un bimbo cresce. Prima diventa consapevole dell’altro, e poi, a poco a poco, in contrasto con l’altro, diviene consapevole di se stesso.
Tale consapevolezza è una consapevolezza riflessa. Egli non è consapevole di chi lui sia. E’ semplicemente consapevole della madre e di ciò che lei pensa di lui. Se sorride, se gli fa dei complimenti, se gli dice: “Quanto sei bello”, se lo abbraccia e lo bacia, il bimbo è soddisfatto di sé. In questo modo, è nato l’ego. Attraverso i complimenti, l’amore, le cure, egli si sente bene, sente di essere apprezzato, sente di avere un significato. Nasce un centro. Ma questo centro è un centro riflesso. Non è il suo vero essere.
Egli non sa chi è; sa solo quello che gli altri pensano di lui. E questo è l’ego: il riflesso, ciò che pensano gli altri. Se nessuno pensa che lui sia utile, se nessuno gli fa i complimenti, se nessuno gli sorride, anche in questo caso nasce un ego: un ego malato, triste, rifiutato, simile a una ferita; un ego che si sente inferiore, indegno. Anche questo è ego. Anche questo è un riflesso. Dapprima viene la madre, e all’inizio la madre rappresenta tutto il mondo. Poi alla madre si uniscono gli altri, e il mondo continua a crescere. E più il mondo cresce, più l’ego diventa complesso, perché vi si riflettono le opinioni di molte altre persone.
L’ego è un fenomeno di accumulazione, un sottoprodotto della vita vissuta con gli altri. Se un bambino vive completamente solo, non accadrà che in lui cresca un ego. Ma questo non aiuta affatto. Egli rimarrà come un animale. Questo non vuol dire che arriverà a conoscere il suo autentico sé, per nulla! Il reale può essere conosciuto solo attraverso il falso, quindi l’ego è necessario. Bisogna passarci attraverso. E’ una disciplina. Il reale può essere conosciuto solo attraverso l’illusione.
Non potete conoscere la verità direttamente. Prima dovete conoscere ciò che non è vero. Prima dovete scontrarvi con il falso: questo incontro, vi aiuterà a conoscere la verità. Se conoscete il falso in quanto tale, la verità sorgerà in voi. L’ego è una necessità; è una necessità sociale, è una conseguenza della società. La società è tutto ciò che vi circonda: non siete voi, ma quello che vi sta intorno. Tutto, eccetto voi, è la società. E tutti riflettono. Andrai a scuola e il maestro rifletterà chi sei. Diventerai amico di altri bambini, e gli altri bambini rifletteranno chi sei. Pian piano, tutti quanti aggiungono qualcosa al tuo ego, e tutti cercano di modificarlo, in modo tale che tu non divenga un problema per la società. Gli altri non si preoccupano di te. Il loro unico interesse è la società.
La società si preoccupa di se stessa, e così dev’essere. A loro non importa che tu divenga un conoscitore di te stesso. A loro importa che tu divenga una parte efficiente del meccanismo della società: devi adattarti allo schema. Quindi, cercano di darti un ego compatibile con la società. Ti insegnano una morale. La morale comporta il darti un ego compatibile con la società. Se sei immorale, in un modo o nell’altro, sarai sempre un disadattato. Ecco perché mettiamo i criminali in prigione: non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato; non perché la prigione possa aiutarli a migliorare, anzi… semplicemente, essi non sono compatibili.
Sono fonte di problemi. Hanno ego particolari, che la società non approva. Se la società li approvasse, tutto andrebbe bene. Un uomo ammazza qualcuno: è un assassino. E lo stesso uomo, in tempo di guerra, uccide migliaia di persone… e diventa un grande eroe. La società non è disturbata da un delitto, però il delitto deve essere commesso negli interessi della società: in questo caso è pienamente accettato.
La società non si preoccupa della moralità. La moralità presuppone semplicemente che tu ti debba adattare alla società. Se la società è in guerra, la morale cambia. Se la società è in pace, esiste una morale diversa. La morale è politica sociale. E’ diplomazia. E ogni bambino deve essere allevato ed educato in maniera tale, da rientrare negli schemi della società: questo è tutto, in quanto alla società interessa avere componenti efficienti. Alla società non interessa che tu raggiunga la conoscenza di te stesso.
La società crea un ego, perché l’ego può essere controllato e manipolato. Il sé non potrà mai essere né controllato né manipolato. Nessuno ha mai sentito parlare di un società che controlli il sé: non è possibile. E il bambino ha bisogno di un centro; il bambino è totalmente inconsapevole del suo centro. La società gli dà un centro, e il bambino a poco a poco, si convince che quello sia il suo vero centro: l’ego che gli dà la società. Un bambino torna a casa: se è risultato il primo della classe, tutta la famiglia è felice. Lo abbracciate e lo baciate, ve lo prendete sulle spalle, lo fate ballare, e gli dite: “Figlio bello! Siamo orgogliosi di te.” Gli state dando un ego, un ego sottile. E se il bambino torna a casa deluso, sconfitto, una frana — non ce l’ha fatta, oppure lo hanno messo nell’ultimo banco — allora nessuno gli fa complimenti, ed egli si sente rifiutato… la prossima volta ci metterà più impegno, perché il suo centro è stato scosso.
L’ego è sempre agitato, è sempre in cerca di alimento, in cerca di qualcuno che gli faccia delle lodi. E’ per questo motivo che chiedete continuamente attenzione. Ho sentito raccontare: Mulla Nasruddin e sua moglie stavano uscendo da un cocktail party, e Mulla disse: “Cara, nessuno ti ha mai detto che sei affascinante, che sei bella, che sei stupenda?” Sua moglie si sentì salire alle stelle, era felicissima. Rispose: “Mi domando come mai nessuno me l’abbia mai detto.” Nasruddin replicò: “E allora, cosa te lo fa pensare… ?” Tu prendi dagli altri l’idea di chi sei. Non è un’esperienza diretta. Sono gli altri a darti l’idea di chi sei. Essi danno forma al tuo centro.
Questo centro è falso, perché porti in te stesso il tuo vero centro. Nessun altro può metterci voce… non sono affari suoi! Nessun altro gli può dare una forma… vieni al mondo con quel centro. Tu sei nato con lui. Quindi, tu hai due centri. Un centro tuo, che ti è dato dall’esistenza stessa: questo è il sé. E l’altro creato dalla società: questo è l’ego.
E’ una cosa falsa… ed è in se stesso un grandissimo stratagemma. Attraverso di esso la società ti controlla: devi comportarti in un certo modo, perché solo in questo caso la società ti apprezza. Devi camminare in un certo modo; devi ridere in un certo modo; devi assumere un certo comportamento, avere una morale, un codice. Solo così la società ti apprezzerà, e se ciò non accade, il tuo ego ne sarà sconvolto. E quando l’ego viene scosso, tu non sai più dove sei, non sai più chi sei.
Gli altri ti hanno dato quell’idea. Quell’idea è l’ego. Cercate di capirlo quanto più profondamente possibile, perché questa è una cosa che si deve gettare via. E a meno che non la gettiate via, non potrete mai raggiungere il sé… perché voi tutti siete dipendenti dal centro: non potete muovervi, e di conseguenza non siete in grado di guardare nella direzione del sé. E ricordate: ci sarà un periodo di transizione, un intervallo di tempo, durante il quale l’ego sarà fatto a pezzi; voi non saprete più dove siete né chi siete, e tutti i confini si confonderanno. Sarete confusi, nel caos. In questo caos, avrete paura di perdere il vostro ego, ma deve essere così.
Bisogna passare attraverso il caos per arrivare a toccare il vero centro. Se avrete coraggio, questo periodo sarà breve. Se invece avete paura e ricadete nell’ego, e ricominciate ancora una volta a organizzarlo, allora ci vorrà moltissimo tempo, forse addirittura intere vite. Una volta un bambino andò a far visita ai nonni; aveva solo quattro anni. La sera, quando la nonna lo mise a letto, improvvisamente si mise a gridare, a piangere: “Voglio andare a casa, ho paura del buio.” La nonna allora gli disse: “So bene che anche a casa dormi al buio, non ho mai visto la luce accesa, perché allora qui hai paura?” Il bambino rispose: “E’ vero, ma quello è il mio buio; questo buio qui, invece, non lo conosco.” Anche dell’oscurità si pensa: “Questa è la mia”. All’esterno… un’oscurità sconosciuta. Con l’ego la sensazione è: “Questa è la mia oscurità.” Può anche essere difficoltoso; può creare molte sofferenze, tuttavia si pensa: è mio. Qualcosa da afferrare; qualcosa a cui aggrapparsi; qualcosa sotto i piedi… non siete in un limbo, nel vuoto. Puoi anche essere infelice, ma perlomeno esisti. Persino l’essere sofferente ti dà il senso di “Io sono”.
Se te ne allontani, arriva la paura; inizi a temere l’oscurità che non conosci e il caos… perché la società è riuscita a far luce solo su una piccola parte del tuo essere. E’ come entrare in una foresta: fai un po’ di pulizia, liberi un piccolo spazio, lo recinti, costruisci una capanna, un giardinetto, un prato… e sei soddisfatto. Oltre la siepe, la foresta, il mondo selvaggio. Qui tutto è a posto: hai pianificato tutto. E’ accaduta la stessa cosa. La società ha fatto un po’ di pulizia nella vostra consapevolezza. Ha ripulito perfettamente una piccola parte e l’ha recintata. E lì dentro tutto è a posto. E’ questo che fanno tutte le vostre università.
Tutta la cultura e tutti i condizionamenti, servono solo a ripulire quella piccola porzione del vostro essere in modo tale da farvi sentire a casa. Ma ecco che vi spaventate. Oltre la siepe c’è il pericolo. Voi esistete oltre la siepe, così come esistete al suo interno, e la vostra mente cosciente è appena una parte, un decimo di tutto il vostro essere. Gli altri nove decimi sono in attesa, nell’oscurità, e in questi nove decimi è nascosto, da qualche parte, il vostro centro reale. E’ necessario rischiare… essere coraggiosi.
Occorre fare un passo nell’ignoto. Per un attimo, tutti i confini spariranno. Per un attimo, avrete le vertigini. Per un attimo, sarete spaventati e sconcertati, come se fosse avvenuto un terremoto. Ma se siete coraggiosi e non tornate indietro, se non ricadete di nuovo nell’ego e continuate ad andare avanti… dentro di voi esiste un centro, che possedete da vite intere. Questa è la vostra anima, il vostro sé.
Quando vi ci avvicinerete, tutto cambierà, tutto si organizzerà di nuovo. Ma questa volta l’assestamento non sarà opera della società. Ora ogni cosa diventerà un tutto organico e armonico, non un caos: nascerà un nuovo ordine. Ma questo non è più l’ordine della società: è l’ordine stesso dell’esistenza: è ciò che Buddha, chiama Dhamma; Lao Tzu, Tao; Eraclito, Logos. Non è fatto dall’uomo: è l’ordine stesso dell’esistenza. Ecco che allora, all’improvviso, tutto sarà di nuovo bello; anzi, per la prima volta, è davvero bello, perché le cose fatte dall’uomo non possono essere belle.
Al massimo se ne può nascondere la bruttezza, ma niente di più. Si può cercare di renderle attraenti, ma non potranno mai essere belle. La differenza è la stessa che esiste tra un fiore vero e uno di plastica o di carta. L’ego è un fiore di plastica, morto. Sembra un fiore, ma non lo è. Di fatto, non lo si può chiamare fiore. Anche da un punto di vista linguistico è sbagliato, perché un fiore è qualcosa che fiorisce, mentre questo oggetto di plastica è solo un oggetto, non può fiorire. E’ morto, in lui non c’è vita alcuna. Tu hai, dentro di te, un centro in fiore. E’ per questo che gli hindu lo chiamano Fior di Loto, perché è qualcosa che fiorisce. Lo chiamano il loto dai mille petali.” Mille”, significa “infiniti petali”.
E continua a fiorire, non si ferma mai, non muore mai. Voi però, vi accontentate di un ego di plastica. E sono molti i motivi per cui vi accontentate. Con una cosa morta ci sono molti vantaggi. Il primo, è che una cosa morta non muore mai. Non può… non è mai stata viva. Quindi, potete comprare fiori di plastica; sotto un certo aspetto vanno bene: durano molto… non sono eterni, ma durano a lungo. Il fiore vero, che spunta in giardino, è eterno, ma non dura a lungo. E ciò che è eterno ha un suo modo di esserlo.
E questa è la via di ciò che è eterno: nascere e morire continuamente. Con la morte si ricrea, torna a essere di nuovo giovane. A noi sembra che il fiore vero sia morto… non muore mai, cambia semplicemente corpo, e in questo modo è sempre fresco.
Lascia il vecchio corpo e entra in quello nuovo. Fiorisce da qualche altra parte… e continua a fiorire. Ma noi non siamo in grado di cogliere questa continuità, perché è invisibile: vediamo solo un fiore e poi un altro fiore… non vediamo mai la continuità. E’ lo stesso fiore che è sbocciato ieri. E’ lo stesso sole… ma con un abito diverso. L’ego ha una sua qualità: è morto, è una cosa di plastica. Ed è molto facile averlo, perché sono gli altri a dartelo. Non hai bisogno di cercarlo, non è richiesta nessuna ricerca.
Ecco perché solo diventando un ricercatore dell’ignoto, potrai essere un individuo, altrimenti non lo sarai mai. Tu sei solo parte della folla. Sei tu stesso una folla. Se non hai un centro reale, come farai a essere un individuo? L’ego non è dell’individuo. E’ un fenomeno sociale, appartiene alla società, non è tuo. Ti dà però una funzione nella società, ti inserisce in una gerarchia. E se ti accontenti di questo, perderai ogni occasione di trovare il tuo “sé”. Ed è per questo che sei così infelice. Con un vita artificiale, come puoi essere felice? Con una vita falsa, come puoi vivere in estasi e in beatitudine? Ed ecco che questo ego crea molte sofferenze, milioni di sofferenze.
Tu non lo puoi vedere, perché è la tua stessa oscurità e tu sei identificato con essa. Non hai mai notato che tutti i tipi di infelicità penetrano in te attraverso l’ego? Non ti può rendere beato, può solo renderti infelice. L’ego è l’inferno. Ogni volta che soffri, cerca semplicemente di osservare, di analizzare… e scoprirai, che è l’ego, in qualche modo, la causa di tutto. Inoltre, esso continua a scoprire nuovi motivi di sofferenza. Una volta mi trovavo a casa di Mulla Nasruddin, e la moglie diceva cose terribili su di lui in modo rabbioso, villano, aggressivo, era quasi sul punto di scoppiare, con violenza.
Il Mulla se ne stava però seduto in silenzio, e ascoltava. All’improvviso la moglie si voltò verso di lui e gli disse: “E così, hai ancora da ridire, vero?” Mulla rispose: “Ma se non ho aperto bocca.” “Lo so”, rispose la moglie, “ma stai ascoltando in modo molto aggressivo.” Sei un egoista, come tutti. Alcuni problemi sono grossolani, superficiali, e non presentano troppe difficoltà. Altri invece sono sottili, profondi e sono questi i veri problemi.
L’ego lotta in continuazione con gli altri, perché non ha nessuna confidenza con se stesso; non può averne, è qualcosa di falso. Quando non hai niente in mano e invece pensi di avere qualcosa, ecco che nasce il problema. Se qualcuno dice: “Non c’è niente”, comincerà subito la lotta, perché anche tu senti che non c’è niente… l’altro ti rende cosciente di questa evidenza. L’ego è falso, è nulla, e questo lo sai anche tu. Come puoi non saperlo? E’ impossibile.
Un essere consapevole, come può non sapere che il suo ego è semplicemente falso? Gli altri gli dicono che non c’è niente, e tutte le volte che gli altri ti dicono che non c’è niente, ti feriscono, dicono la verità, e niente colpisce come la verità. Devi difenderti: se non lo fai, se non stai sulla difensiva, che cosa accadrà di te? Ti perderai. La tua identità si spezzerà. Per questo devi difenderti e lottare: qui nasce il conflitto. Chi è centrato nel suo sé, non è mai in conflitto. Possono essere gli altri a lottare con lui, ma lui non si metterà mai in conflitto con nessuno.
Una volta, mentre un maestro Zen camminava per la strada, un uomo si precipitò su di lui e lo colpì duramente. Il maestro cadde, poi si rialzò, e riprese a camminare nella stessa direzione di prima, senza neppure voltarsi indietro. Un discepolo che era con il maestro rimase molto colpito e chiese: “Chi è quell’uomo? Che cosa vuol dire tutto questo? Nessuno può voler uccidere un essere che vive come te; e tu non lo hai neppure guardato. Chi è, e perché l’ha fatto?” Il maestro rispose: “E’ un problema suo, non mio.” Puoi metterti a combattere con un illuminato, ma sarà un tuo problema, non suo. E se tu rimani ferito in quella lotta, anche questo sarà un tuo problema, non suo. L’illuminato non può colpirti. E’ come picchiare contro un muro: ti potrai anche ferire, ma non è il muro che ti colpisce. L’ego è sempre alla ricerca di guai. Perché? Perché se nessuno ti presta attenzione, il tuo ego inizia a sentirsi affamato.
Vive sull’attenzione degli altri. Perciò, anche se qualcuno lotta ed è in collera con te, questo ti va bene: per lo meno ti ha prestato attenzione. Se qualcuno ti ama tutto va bene; ma se nessuno ti ama, ti va bene anche la rabbia. Perlomeno sei oggetto di attenzione. Se però questa attenzione non esiste, se nessuno pensa che sia importante, che tu sia qualcuno, come farai a nutrire l’ego? E’ necessaria l’attenzione degli altri… e tu cerchi di attirarla in mille modi: ti vesti in un certo modo, cerchi di farti bello, ti comporti in modo educato, cerchi di cambiare.
Quando percepisci che la situazione è di un certo tipo, ti adegui immediatamente, in modo che la gente ti presti attenzione. Questo è vero e proprio mendicare. Un vero mendicante è colui che ricerca e chiede attenzione. E un vero imperatore è colui che vive di se stesso, che ha un proprio centro e non dipende da nessun’altro. Buddha è seduto sotto l’albero del bodhi… se il mondo di colpo scomparisse, farebbe forse qualche differenza per lui? No, per nulla. Se il mondo intero scomparisse, non farebbe alcuna differenza, perché egli ha conseguito il proprio centro.
Tu invece, se tua moglie scappa, divorzia, va con qualcun altro, vai in pezzi, resti completamente sconvolto: lei, infatti, ti prestava attenzione, si dedicava a te, ti amava, ti stava sempre attorno, ti faceva sentire qualcuno. Ora, il tuo impero è completamente perduto, sei semplicemente distrutto. Cominci a pensare al suicidio. Ma perché? Perché se la moglie ti lascia, dovresti suicidarti? Perché se il marito ti lascia, dovresti suicidarti? Perché non hai nessun centro che sia davvero tuo. Erano il marito o la moglie a dartelo. Questo è il modo in cui la gente vive. Questo è il modo in cui si diventa dipendenti dagli altri. E’ una vera e propria schiavitù, ed è molto profonda. L’ego deve essere schiavo: dipende dagli altri. Solo una persona priva di ego è per la prima volta un maestro, non più uno schiavo. Cerca di capirlo. Inizia a cercare l’ego: non negli altri — che non ti riguarda — ma in te stesso.
Tutte le volte che ti senti infelice, meschino, chiudi immediatamente gli occhi: cerca di scoprire dove ha origine questa infelicità, e ogni volta scoprirai che il tuo falso centro è entrato in conflitto con qualcuno. Ti aspetti qualcosa… e non succede niente. Ti aspetti qualcosa… e accade tutto il contrario: il tuo ego ne rimane sconvolto, cadi nell’infelicità più nera. Limitati ad osservarlo: quando ti senti infelice prova a scoprirne il motivo. Le cause non stanno al di fuori di te. Il motivo fondamentale è dentro di te, ma tu guardi sempre al di fuori, chiedi sempre: chi mi rende così infelice? Chi provoca questa mia rabbia, questa mia angoscia? Se guardi all’esterno, non lo scoprirai mai.
Limitati a chiudere gli occhi e a guardare sempre dentro di te. La fonte di ogni miseria, rabbia, angoscia, è nascosta dentro di te: è il tuo ego. E se trovi la fonte, sarà facile andare oltre. Se riesci a vedere che il tuo stesso ego è la causa di ogni sofferenza, preferirai abbandonarlo, perché nessuno può portarsi dietro la causa della propria sofferenza, una volta che la conosce.
E ricordarti che non c’è bisogno di lasciar cadere l’ego. Non puoi farlo. Se ci provi, arriverai ad avere un ego più raffinato che dirà: “Sono diventato umile”. Non cercare di essere umile. Di nuovo sarà una maschera dell’ego, ancora non sarà morto. Non cercare di essere umile. Nessuno può darsi da fare per essere umile; e nessuno lo può diventare attraverso lo sforzo.
Quando l’ego non c’è più, in te nasce l’umiltà. Non è una creazione: è l’ombra del vero centro. Un uomo davvero umile, non è né umile né egoista. E’ unicamente semplice. Non è neppure consapevole di esser umile.
Se si è consapevoli di essere umili, l’ego esiste ancora. Guarda le persone umili… ce ne sono a milioni che credono di esserlo. Si inchinano molto profondamente, ma osservali: sono gli egoisti più elusivi. Ora si nutrono alla fonte dell’umiltà. Dicono: “Sono umile”, e poi ti guardano e aspettano la tua approvazione. “Come sei umile!” vorrebbero sentirti dire. “Sei davvero l’uomo più umile del mondo; nessuno è umile come te.” E osserva il sorriso che compare sui loro volti.
Che cos’è l’ego? L’ego è una gerarchia che si fonda sull’idea: ” Nessuno è come me”, e che può benissimo alimentarsi con l’umiltà. “Nessuno è come me, sono il più umile di tutti gli uomini.” Una volta, accadde che un fachiro, un mendicante, pregasse in una moschea, la mattina presto, quando era ancora buio.
Era una festa religiosa per i mussulmani, e lui pregava dicendo: “Non sono nessuno, sono il più povero dei poveri, il più peccatore tra i peccatori.” All’ improvviso, un’altra persona cominciò a pregare. Era l’imperatore di quel Paese, che non si era accorto che qualcun altro stava pregando — era ancora buio — e anche lui cominciò a dire: “Non sono nessuno, non sono niente. Sono semplicemente vuoto, un mendicante che bussa alla tua porta.” E quando si accorse che qualcun altro stava dicendo la stessa cosa, sbottò: “Smettila! Chi è che cerca di superarmi? Chi sei? Come osi dire davanti al tuo imperatore che non sei nessuno, mentre anche lui lo sta dicendo?”
Ecco come funziona l’ego. E’ così sottile e astuto, che bisogna stare molto, molto attenti: solo così lo si può vedere. Non cercare di essere umile, cerca semplicemente di capire che tutta l’infelicità e l’angoscia nascono dall’ego. Osserva semplicemente! Non c’è bisogno di lasciarlo cadere, non si può. Chi ci riuscirà? A quel punto, colui che lo lascerà cadere, diventerà un nuovo ego, perché l’ego ritorna sempre. Qualunque cosa tu faccia, limitati a metterti in disparte e osserva, guarda: non fare altro.
Qualunque cosa tu faccia — umiliarti, renderti modesto e semplice — niente ti sarà di aiuto. Puoi solo fare una cosa: limitarti a osservare che l’ego è la fonte di ogni miseria. Ma non dirlo, non ripeterlo, osserva. Perché dire che è la fonte di ogni infelicità, e continuare a ripeterlo, non serve a niente.
Tu devi arrivare a capirlo. Ogni volta che ti senti infelice, chiudi semplicemente gli occhi: non cercare di scoprirne le cause all’esterno; prova a vedere da dove viene questa disperazione. E’ il tuo stesso ego. Se continui a sentire e a capire, se questa comprensione che l’ego ne sia la causa, si radica profondamente in te, un giorno, all’improvviso, ti accorgerai che l’ego è semplicemente scomparso. Nessuno lo lascia cadere; nessuno è in grado di lasciarlo cadere.
Puoi semplicemente osservare che, a un certo punto, è scomparso, perché la comprensione stessa che sia l’ego a creare ogni sofferenza, lo fa cadere. Questa profonda comprensione, è la caduta stessa dell’ego. Ma tu sei bravissimo a vedere l’ego degli altri; anche se nessuno, in realtà, è in grado di vedere l’ego di un altro…. quando invece riguarda te, nasce il problema, perché non conosci questa regione, non l’hai mai attraversata.
Il vero sentiero verso il divino, verso l’assoluto, deve passare attraverso la regione dell’ego. Bisogna riconoscere come falso ciò che è falso. Bisogna riconoscere la fonte della nostra sofferenza in quanto tale, e a questo punto l’ego cade da solo, semplicemente. Quando ti rendi conto che è un veleno, cade da sé. Quando ti rendi conto che è fuoco, cade da sé. Quando ti rendi conto che è l’inferno, cade da sé.
Quindi non affermare mai: “Ho lasciato cadere l’ego”. Ridi semplicemente di tutto, del fatto che eri tu stesso l’autore di tutta la tua sofferenza. Stavo guardando dei fumetti di Charlie Brown. In uno di questi, gioca con i cubi, per costruirsi una casa. E’ seduto al centro, e monta le pareti… a un certo punto, si trova chiuso dentro: ha costruito pareti tutt’intorno a sé, e si mette a gridare: “Aiuto! Aiuto!” E’ stato lui a fare tutto! E ora è chiuso dentro, imprigionato. E’ un atteggiamento infantile, ma è quello che avete fatto tutti voi, finora. Avete costruito una casa tutto intorno a voi, e ora gridate: “Aiuto! Aiuto!” E la sofferenza aumenta a dismisura, perché colui che dovrebbe portarvi aiuto, si trova sulla stessa barca. Una donna bellissima va dallo psicanalista per la prima seduta, e lui, d’acchito, le chiede: “Per favore si avvicini”. E non appena la paziente gli si avvicina, il dottore le salta addosso, stringendosela tra le braccia e baciandola.
La donna rimane esterrefatta. Lo psicanalista continua: “Ora si segga pure. Questo risolve i miei problemi… adesso parliamo dei suoi!” Il problema diventa complesso, perché chi dovrebbe portare aiuto, si trova sulla stessa barca. Ed è, inoltre, felice di aiutare, perché in questo modo l’ego si sente molto, molto bene: sei di grande aiuto, sei un guru, un maestro, stai aiutando una infinità di persone; e quanto più numerosi sono i tuoi seguaci, tanto meglio ti senti.
Ma tu sei sulla stessa barca: non puoi aiutarli. Anzi, li danneggerai. Chi ha ancora i propri problemi, non può essere di grande aiuto. Solo chi non ne ha più, può aiutarti. Solo allora, avrà la chiarezza per vedere attraverso di te: una mente che non ha problemi propri, può vederti: per lei diventi trasparente.
Una mente che non ha problemi, può vedere dentro di sé, ed è per questo che è in grado di vedere attraverso gli altri. In Occidente, esistono numerose scuole di psicoanalisi, ma non sono di aiuto alle persone, anzi sono piuttosto un danno. E questo perché chi aiuta gli altri, o cerca di aiutarli, o si propone in quanto aiuto, in realtà si trova sulla stessa barca di coloro che vorrebbe salvare. E’ difficile vedere il proprio ego. E’ molto facile vedere quello degli altri. Ma non è questo il punto, tu non li puoi aiutare. Prova a vedere il tuo ego.
Osservalo semplicemente. E non avere fretta di lasciarlo cadere, osservalo semplicemente. Quanto più lo osservi, tanto più sarai in grado di osservarlo. E un giorno, all’improvviso, ti accorgerai che è semplicemente caduto. E quando cade per conto suo, solo in questo caso cade veramente. Non c’è altro modo. Non puoi farlo cadere prima del tempo. Cade esattamente come una foglia secca.
L’albero non fa niente: basta un soffio di vento, qualcosa che accade… e la foglia secca semplicemente si stacca. L’albero non si accorge nemmeno che la foglia secca sia caduta. Non fa rumore, non pretende niente, proprio niente. La foglia secca cade semplicemente, e non fa altro che frantumarsi sul terreno. Proprio così…
Quando, attraverso la comprensione e la consapevolezza, maturerai, e avrai realizzato davvero che l’ego è la causa di tutta la tua sofferenza, un giorno vedrai semplicemente cadere quella foglia secca. Si poserà a terra, morirà per conto suo, senza che tu abbia fatto nulla, senza la pretesa di essere stato tu a farla cadere. Ti accorgerai che l’ego è semplicemente scomparso, e in quel momento emergerà il vero centro. Questo vero centro è l’anima, il sé, dio, la verità o qualsiasi altro nome gli vogliate dare. E’ senza nome, per cui gli si può dare qualunque nome. Puoi dargli tu stesso il nome che preferisci.
Copyright © 2003 Osho International Foundation Osho,
tratto da:  Tantra: La comprensione suprema
http://www.visionealchemica.com/lego/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lego

27 maggio 2013

Fare Anima




Di anima non si parla più: manca il tempo per farlo.
La fretta, la furia, il frastuono, le vicissitudini quotidiane
annullano inesorabilmente il nostro tempo,
non lasciano tempo alcuno da dedicare a se stessi. E,
paradossalmente, allorché ci si ritrova di fronte al
cosiddetto "tempo libero" tutta la tensione accumulata
in quel vivere frenetico, l'adrenalina in circolo,
il rimosso a causa di norme, doveri e costrizioni, impongono
di ricercare svaghi che sono di nuovo fonte
di tensione: si vive in coda sull'autostrada per
ore, si fa la fila al cinema, ci si stordisce in discoteca,
ci si svacca sul divano con la tv accesa.
 È un processo di accumulo, stordimento e assopimento
che può solo produrre disarmonia, di certo
non aiuta a entrare in contatto con se stessi, e impedisce
sicuramente di mettere a fuoco i problemi,
frutti inevitabili di tanta incoscienza. Che dire della
ricerca di un significato esistenziale e della realizzazione
del proprio destino di esseri umani?
 Di converso, quella confusione si ripercuote nel
rapporto di coppia, nel contesto sociale, negli abusi
fatti all'ambiente in cui viviamo. Ne consegue un clima
di autodistruzione oggi più che evidente: la parola
fine è scritta ormai a chiare lettere su un orizzonte che
ingloba ancora una o due generazioni al massimo.
 Tra i tanti suggerimenti per cambiare rotta, il più
importante a me sembra quello forse più scontato:
tornare al semplice, rientrare in se stessi, familiarizzare
e iniziare a dialogare con la propria intimità,
senza farsi terrorizzare da ciò che si incontrerà all'inizio.
Infatti di fronte a noi esploderà un caos primordiale,
frutto di accumuli a tutti i livelli: dalle tante
cose non dette, non vissute, non fatte, all'infinito
magma di istinti tenuti e da tenere sotto controllo;
dal volume di esperienze non elaborate, al bombardamento
di notizie, informazioni e sapere mai assimilato;
dai divieti sociali alle norme religiose, con
tutte le conseguenze repressive che questo comporta.
 Non sarà facile districarsi, ma soprattutto non
sarà semplice accettare quello stato di cose: forse è
per questo che, di fronte a un simile disordine, si
cerca oggi una soluzione drastica di annichilimento,
attraverso le droghe, il cui consumo è soggetto a un
aumento esponenziale. Purtroppo senza poter dare
risultati reali: artificialmente non sarà mai possibile
rilassare mente e corpo; chimicamente non sarà mai
possibile riprendere contatto con la propria energia
vitale e, soprattutto, non si potrà mai mettere reali
radici nell'esistenza. Ebbene, è tempo di tornare a
parlare di anima. Infatti, solo tornando a percepire
la propria energia vitale, solo iniziando a sentirsi vivi,
e al tempo stesso liberi da ruoli ed etichette, slegati
da personalità e identità proiettate, solo percependo
la nostra fiamma di vita, nella sua purezza e
semplicità, potremo dare una nuova rotta a noi stessi
e, di conseguenza, al pianeta che ci ospita.
 Tutto questo è "fare anima". Ma è bene comprendere
che, senza un processo di pulizia interiore, e soprattutto
senza il percorso di attenzione che un uso
cosciente della propria energia richiede, l'anima non
esiste: è troppo dispersa in singoli frammenti, formati
da bisogni e desideri, istinti e pulsioni, nuvole di
pensieri e tempeste emotive. È ancora meno di un riflesso
della luna sull'acqua, increspata dalle onde.
 A ciascuno spetta il compito di rendersi conto di
quanto è andato oltre i limiti, ma soprattutto di non
autocommiserarsi per averlo fatto: piangersi addosso
è una forma di autocompiacimento perverso che
annulla ogni possibile presa di coscienza, e di conseguenza
qualsiasi cambiamento: di rotta, di paradigma,
di vita.
 Di nuovo, si potrebbe scegliere una via più semplice
o sbrigativa: ci sono persone che, di fronte all'evidente
fallimento della propria vita, si abbattono,
lasciandosi morire; altre che, non potendo realizzare
alcunché delle proprie aspirazioni, si fanno travolgere
da una furia distruttiva che annienta gli altri e/o
se stessi, a piacere. Altre ancora che mollano tutto e
ricominciano da capo... portando, purtroppo, con sé
il seme di quel malessere che poi, con il tempo, tornerà
a germogliare.
 Un consiglio semplice, che vuole essere il fondamento
dei "rimedi per l'anima" qui proposti: se si
ha coscienza di aver toccato il fondo, è meglio risalire.
E se il contesto in cui ci si trova mette a fuoco un
disagio insopportabile, è meglio ripartire da lì, elaborando
l'insieme della situazione: quello stato di
cose esplosivo può essere usato come uno specchio
in cui viene riflesso ciò che si è.
 Purtroppo, ci si rende conto del proprio disagio
esistenziale quando è troppo tardi: a quel punto è
già diventato un disturbo, oppure una malattia vera
e propria. Non si può quindi pretendere di trovare
qui la cura in senso assoluto: a ogni livello di gravita,
è bene contrapporre il rimedio più appropriato.
Vero è che, qualsiasi sia lo stato di disagio e di
confusione in cui ci si trova, un po' di chiarezza aiuta
sempre a trovare il giusto percorso di guarigione.
 Crearsi lo spazio per acquisire un po' di chiarezza
è quindi la cura preventiva per eccellenza, ed è un rimedio
che si può affiancare senza pericolo di controindicazioni
a qualsiasi cura si stia facendo. In breve:
abituarsi a stare un po' soli con se stessi è un
prendersi cura di sé che non si dovrebbe mai dimenticare,
neppure in assenza di sintomi. Non farlo significa
creare i presupposti, o addirittura alimentare uno
stato di nevrosi che, essendo diventato normalità,
non viene neppure più riconosciuto come malsano.
Oggigiorno, per assurdo, "malata" è la persona che
non riesce ad adeguarsi al malessere collettivo: questo
è un altro dei paradossi con cui ci dobbiamo confrontare,
decidendo di prenderci cura di noi.
 Ebbene, da questo punto di vista, siamo soli, lasciati
a noi stessi: staccare la spina, riconoscere la fatica
o l'incapacità di adeguarsi ai nuovi ritmi, imposti
da un mondo che cambia vertiginosamente,
implica perdere il contatto con il gruppo di appartenenza,
mettere in discussione la propria immagine,
non poter corrispondere a ritmi di vita e bisogni altrui,
ridiscutere le proprie priorità, ridisegnare la
propria vita quotidiana.
 È una scelta drastica, difficile e complessa, ed è
comprensibile che venga rimandata, ignorata, disdegnata,
se non addirittura temuta: i più fortunati la
prendono in considerazione ai primi segnali che
qualcosa si sta inceppando (tensioni muscolari, facilità
a innervosirsi, cattiva digestione), altri si fermano
quando l'ingranaggio si è inceppato (per una gastrite,
un'ulcera, un'ernia), altri ancora quando la macchina
ha letteralmente grippato e non ci regge più (ed ecco
l'insonnia, i disturbi alimentari, i blocchi intestinali).
 Questi sono i livelli detti di somatizzazione sui
quali è possibile intervenire con le cure qui consigliate,
affiancate ovviamente nei casi più gravi dalle cure
mediche del caso: una sana catarsi, un ritorno alla
propria scintilla di vita, un uso consapevole della propria
energia aiuteranno a elaborare il vissuto che ha
prodotto quei sintomi e a vedere la vita come un percorso
di crescita di ben altra portata. Il tutto, ovviamente,
condito con un graduale ritorno alla normalità
in tutti i sensi: rispetto agli impegni, al modo in cui ci
nutriamo e a come usiamo il nostro organismo.

 È una normalità che va conservata e coltivata, in
quanto è fondamentale ricordare che non è qualcosa
che si conquista per sempre, solo perché si decide o
si pensa di averlo fatto!
 Anche questo è un passo che si deve decidere di fare
consapevolmente, ogni giorno, malgrado le sollecitazioni
e i possibili giudizi altrui; malgrado il mondo,
inteso come contesto globale in cui siamo immersi:
qualcosa di eccessivo, in tutti i sensi, che ci riempie di
stimoli e sollecitazioni tali da sovraccaricare il nostro
organismo, impedendo qualsiasi assimilazione:
È come se continuassi a mangiare, a rimpinzare il tuo
corpo: il cibo che il corpo non riesce a digerire si trasformerà
in veleno. E ricorda: ciò che mangi è meno
importante di ciò che ascolti o che vedi. Attraverso gli
occhi, le orecchie e tutti ì sensi, ricevi in ogni momento
mille e una informazione, e non esiste un tempo
supplementare per poterle assimilare. È come stare
seduti a tavola ventiquattr'ore su ventiquattro e continuare
a mangiare senza fermarsi mai.
 Questa è la situazione in cui vive la mente moderna:
è sovraccarica, è appesantita da moltissime
cose; non c'è da stupirsi se ha dei crolli. Ogni meccanismo
ha i propri limiti, e la mente è uno tra i meccanismi
più sottili e delicati.
 Ebbene, una persona veramente sana si prende il
cinquanta per cento del tempo per assimilare le proprie
esperienze. Il cinquanta per cento del tempo è
dedicato all'azione, l'altro cinquanta per cento è dedicato
alla non azione: questo è il giusto equilibrio.
Il cinquanta per cento del tempo è dedicato al pensiero
e l'altro cinquanta per cento è dedicato alla
meditazione: questa è la cura.
 La meditazione non è altro che il tempo in cui ti
rilassi totalmente in te stesso: quando chiudi tutte le
tue porte, tutti i tuoi sensi agli stimoli esterni. Scompari
dal mondo; dimentichi il mondo, vivi come se
non esistessero giornali, radio e televisione, ti allontani
dalla gente. Sei solo nel tuo essere più intimo,
rilassato: sei a casa.
 In questi momenti assimili tutto ciò che avevi accumulato:
assorbi ciò che ha valore, getti via tutto
ciò che non ha alcun valore. La meditazione è come
una spada a doppio taglio: da un lato ti fa assimilare
tutto ciò che può nutrirti, dall'altro scarta e getta via
tutta l'immondizia che hai accumulato.
 Purtroppo la meditazione è scomparsa dal mondo
contemporaneo. In passato, l'uomo era naturalmente
meditativo; nelle società tradizionali la vita non
era complicata e tutti avevano il tempo sufficiente
per stare seduti senza fare niente, oppure guardavano
le stelle, osservavano gli alberi o ascoltavano il
canto degli uccelli. La gente aveva intervalli di passività
profonda e, in quei momenti, l'uomo acquistava
salute e integrità, in un crescendo costante.
 Nevrosi significa che hai nella mente un peso insopportabile,
ti opprime al punto da schiacciarti. Non
riesci a muoverti, sei letteralmente paralizzato, la tua
consapevolezza non riesce più a volare; non riesci
neppure a strisciare, il peso è davvero opprimente. E
questo peso va aumentando a ogni istante che passa.
Inevitabilmente, alla fine crolli, ti spezzi; è naturale!
 Devi comprendere alcune cose. La nevrosi è il topo
che tenta e ritenta costantemente di avanzare in
una via senza uscita e che non impara mai. Certo,
nevrosi è non imparare, questa è la prima definizione.
Continui a fare tentativi in una via senza uscita.
 Sei andato in collera. Quante volte sei andato in
collera? E quante volte ti sei pentito di essere andato
in collera? Tuttavia, lascia che ci sia uno stimolo e la
tua reazione sarà di nuovo la stessa; non hai imparato
proprio niente. Sei stato avido e la cupidigia ti ha
creato un'infelicità sempre più grande. Sai che la cupidigia
non ha mai reso beato nessuno, eppure sei
ancora avido, continuerai a esserlo; non hai imparato
niente. Questo non imparare crea nevrosi, è nevrosi.
 Imparare significa assimilare. Tenti qualcosa e
scopri che non funziona. Lasci perdere. Vai in un'altra
direzione, tenti un'alternativa. Questa è saggezza,
è intelligenza. Continuare a sbattere la testa contro
un muro, dove sai benissimo che non c'è nessuna
porta: questa è nevrosi.
 La gente diventa sempre più nevrotica perché tutti
si ostinano a percorrere vie senza uscita, a tentare ripetutamente
cose che non funzionano. Chi è in grado
di imparare non diventerà mai nevrotico, è impossibile
che lo diventi: quando ha di fronte un muro, lo
comprende immediatamente e lascia perdere l'idea di
attraversarlo; si sposta in un'altra dimensione. Ci sono
altre alternative a sua disposizione. L'ha imparato.
 Questo significa imparare: tenti un esperimento
e, vedendo che non funziona, tenti un'alternativa;
vedendo che anche quella non funziona, il saggio la
lascia perdere. Lo sciocco si aggrappa.
 Lo sciocco chiama "coerenza" il suo aggrapparsi,
dice: "Ho provato ieri e ritenterò oggi. Ritenterò anche
domani". È testardo, cocciuto.
 Dice: "Perché dovrei lasciar perdere? Ho investito
tanto in questa cosa! Non posso cambiarla". Quindi
continua a insistere e spreca così tutta la vita. Quando
sarà prossimo alla morte, sarà disperato, sarà assolutamente
disilluso, la sua vita gli sembrerà un vero fallimento.
 Questo crea nevrosi. Chi è in grado di imparare
non diventerà mai nevrotico.
Osho

25 maggio 2013

La verità che cura




Per te la meditazione è solo una parola. Non è ancora
un sapore, non è diventata un nutrimento, per te
non è ancora un'esperienza; per questo posso comprendere
la tua difficoltà ad accettare che qualcosa
di così semplice possa funzionare. Ma anche tu devi
comprendere la mia difficoltà: forse le malattie sono
molte, purtroppo io ho solo una medicina; e la mia
difficoltà è questa: continuare a vendere la stessa
medicina per i pazienti più diversi, per le diverse
malattie. Non mi interessa sapere quale sia la tua
malattia, perché ho solo una medicina. Discuterò
con te, qualsiasi sia il tuo male, ma alla fine voi tutti
dovrete accettare la stessa medicina. Non cambia
mai. Per quanto ne so, in questi trentacinque anni
non è mai cambiata. Ho visto milioni di persone, mi
sono confrontato con milioni di interrogativi, i disagi
più diversi, e prima ancora di sentire le domande
di tutte quelle persone, sapevo la risposta. Non importava
quale fosse la domanda; ciò che conta è
sempre stato questo: come fare in modo di portare
la loro domanda alla mia risposta.
Osho