6 agosto 2013

Allo specchio

 
“Quando ci guardiamo allo specchio, l’unica cosa che non vogliamo vedere è un essere umano qualunque. Vorremmo vedere una persona speciale. Che ne siamo coscienti oppure no, non siamo affatto contenti di vedere un essere umano qualunque con le sue nevrosi, contrarietà e problemi. Vogliamo vedere una persona felice, ma vediamo qualcuno che è in difficoltà. Vogliamo credere di essere compassionevoli, ma ci scopriamo egoisti.

Ci piacerebbe essere eleganti, ma l’arroganza ci rende sgraziati. E invece di un individuo forte e immortale, vediamo qualcuno che è vulnerabile alle quattro correnti di nascita, vecchiaia, malattia e morte. Il conflitto tra quello che vorremmo vedere è fonte di enorme dolore. A imprigionarci in questo dolore è il nostro sentirci speciali, in altri termini la presunzione. La presunzione è quel fondamentale “attaccamento all’Io, io, io, io, me, me, me, mio, mio, mio” che colora la totalità della nostra esperienza.

Se guardiamo attentamente, noteremo una spiccata componente di presunzione in tutto ciò che pensiamo, diciamo e facciamo. Che posso fare per stare bene? Che penseranno gli altri? Che ci guadagno? Che ci perdo? Tutte domande radicate nella presunzione. Anche il sentimento di non essere all’altezza di chi ci crediamo di dover essere è una forma di presunzione.

Ci piace vederci forti e padroni di noi, ma siamo più simili a un fragile guscio che si rompe per un nonnulla. Quindi ci sentiamo profondamente vulnerabili, nel senso negativo del termine. Questo io vulnerabile richiede protezione, corazze, concentrazione di forze e pareti divisorie. Il risultato è una condizione di penosa prigionia. Abbiamo sempre più paura di rilassarci con le cose come sono, e dubitiamo sempre di più che le cose vadano come piacerebbe a noi.

Ci vuole coraggio per andare oltre la presunzione e vedere chi siamo veramente, ma è la strada che dobbiamo percorrere: questo processo inizia con l’autoriflessione. Il grande pandit indiano Aryadeva disse che il semplice mettere in dubbio che le cose siano come appaiono può scuotere alle fondamenta l’attaccamento abituale. Questo spirito di indagine è il punto di partenza dell’autoriflessione. Potrebbe essere che questo io così compatto si riveli diverso da come appare?

Abbiamo proprio bisogno di tenere in piedi la realtà, e possiamo farlo davvero? C’è vita oltre l’orizzonte della presunzione? Domande come queste sono il punto d’accesso all’investigazione della causa del nostro dolore. La pratica dell’autoriflessione richiede di prendere le distanze e osservare la nostra esperienza senza soccombere alla forza trainante della mente abituale. Così facendo siamo in condizione di guardare senza giudizi qualunque cosa si manifesti, e ciò direttamente contro la natura della nostra presunzione.

L’autoriflessione è il filo conduttore che collega le diverse tradizioni e lignaggi buddisti, inoltre ci consente di varcare i confini della pratica formale. Lo spirito di indagine dell’autoriflessione si può applicare in ogni situazione, ogni momento. L’autoriflessione è un atteggiamento, un approccio e un tirocinio. In parole povere è fare della pratica qualcosa di autentico e valido per noi personalmente.

Se guardiamo la nostra mente abituale senza falsità e senza giudizi, vediamo oltre i suoi limiti chi siamo veramente. Oltre l’io e quello che vuole e che non vuole, oltre l’io che respinge e che pretende continuamente, c’è la nostra vera natura, il nostro vero volto. È il volto della nostra condizione naturale, libera dallo sforzo di diventare quello che non siamo. È il volto di un essere potenzialmente realizzato che dispone di saggezza, qualità e coraggio illimitati.

Vedendo tanto il nostro potenziale più profondo quanto i nostri limiti, cominciamo a capire la causa della nostra sofferenza e a fare qualcosa per porvi rimedio. Quando pratichiamo l’autoriflessione ci assumiamo la responsabilità della nostra liberazione. Questa via intransigente richiede uno spirito coraggioso e impavido. Trascendere l’ordinaria nozione di sé porta direttamente alla verità della nostra essenza di buddha, al nostro vero volto, e alla libertà dalla sofferenza.

Aderire all’ordinaria nozione di sé o io, è la fonte di tutto il dolore e la confusione che ci abitano. Il paradosso è che quando cerchiamo questo “io” tanto amato e protetto, non troviamo nulla. L’io è sfuggente e inafferrabile. Quando diciamo: “Sono vecchio” l’io diventa il corpo. Quando diciamo: “Il mio corpo” l’io diventa il proprietario del corpo. Quando diciamo: “Sono stanco” l’io si identifica con le sensazioni fisiche ed emotive. L’io è le nostre percezioni quando diciamo: “Io vedo,” e i nostri pensieri quando diciamo: “Io penso.”

Dal momento che non è possibile trovarlo all’interno o al di fuori di queste componenti, si potrebbe concludere che l’io sia ciò che è cosciente di tutto questo, il conoscitore o mente. Ma se cerchiamo la mente, non troviamo nulla che abbia forma, colore o aspetto. Questa mente che identifichiamo con noi stessi, quella che si potrebbe definire la mente egocentrica, controlla tutte le nostre azioni. Eppure nessuno l’ha mai vista, il che è un po’ inquietante, come avere in casa un fantasma tuttofare. […]

Lo strano è che non ci poniamo la domanda. Diamo per scontato che debba esserci qualcuno o qualcosa. Ma fino a oggi la nostra vita è stata gestita da un fantasma, ed è venuto il momento di dire basta. Da un lato la mente egocentrica ci ha servito, ma non ha fatto i nostri interessi. Ci ha adescato nella sofferenza del samara e ci ha schiavizzato. Se esaminiamo il rapporto ‘ schiavistico’ che abbiamo con la mente egocentrica, ci accorgiamo di come sa essere insistente e fraudolenta, istigandoci a fare cose che sortiscono conseguenze indesiderabili.

Se volete smettere di essere schiavi di un fantasma, dovete intimare alla mente egocentrica di mostrarsi. Nessun fantasma che si rispetti apparirà su richiesta! Fatelo specialmente quando sentire che sta avendo la meglio, quando vi minaccia, vi intimidisce o vi tiranneggia. Raddrizzate la schiena e sfidatela. Non siate ingenui, vaghi o arrendevoli. Quando sfidate la mente egocentrica siate decisi ma pacati, acuti, ma non aggressivi. Quando nessuna mente uscirà fuori per dire: “Eccomi!” la mente egocentrica comincerà a perdere la sua presa su di voi e il peso dei problemi si allevierà. Verificate di persona.

Quando la investighiamo direttamente, la mente egocentrica si rivela per quella che è: l’assenza di tutto ciò che crediamo che sia. Smascherare questa mente, questo io all’apparenza così compatto, è assolutamente possibile. Ma, a questo punto, cosa resta? Resta una consapevolezza aperta, intelligente, libera da un io da amare e proteggere. È la mente della saggezza primordiale che tutti gli esseri possiedono. Rilassarsi in questa scoperta è vera meditazione, e la vera meditazione porta alla comprensione suprema e alla libertà dalla sofferenza.

Cercare la mente egocentrica è molto importante. È l’unico modo per accertarsi che non può essere trovata. E se non è possibile trovarla, non è possibile neppure trovare un io: come faremo, allora, a prendere i nostri pensieri, le nostre emozioni ed esperienze in modo tanto personale? […] Possiamo scoprire la bellezza della nostra natura interiore quando smettiamo di manipolare tutto ciò che incontriamo allo scopo di rafforzare un’identità personale. Questo è l’approccio alla vita del praticante.

A pensarci, come è possibile praticare l’autoriflessione quando ci si afferra a un io? Tutto diventa personale: il nostro dolore, la nostra rabbia, i nostri difetti. Quando pensieri ed emozioni sul piano personale, ci tormentano. Osservate i pensieri e le emozioni in questo modo è come cacciare il naso in qualcosa di maleodorante: a che serve, se non ad aumentare il dolore? Non è il tipo di osservazione di cui stiamo parlando.

La prospettiva dell’assenza dell’io ci permette di gustare qualunque cosa emerga dalla coscienza. Prendiamo atto che tutto ciò che emerge è una conseguenza delle nostre azioni passate, o karma, ma non si identifica con noi. Pensieri ed emozioni sogeranno sempre. Lo scopo della pratica non è quello di sbarazzarsene. Non si può mettere fine ai pensieri proprio come non si può mettere fine alle circostanze mondane apparentemente favorevoli o avverse.

Quello che si può fare, però, è accoglierli e lavorarci sopra. A un certo livello, non sono altro che sensazioni. Quando non li solidifichiamo o giudichiamo come buoni o cattivi, giusti o sbagliati, favorevoli o sfavorevoli, possiamo metterli a frutto per progredire sul sentiero. Mettiamo a frutto pensieri ed emozioni guardandoli emergere e dissolversi. Così facendo, ne vediamo l’insostanzialità. Quando siamo capaci di vederli in trasparenza, ci rendiamo conto che non hanno potere di legarci, sviarci o distorcere il nostro senso della realtà. E non ci aspettiamo più di vederli cessare.

L’aspettativa stessa che pensieri ed emozioni debbano cessare è un fraintendimento. Questo fraintendimento si può superare con la meditazione. Nei sutra si dice: “A che serve il concime, se non a fertilizzare le piantagioni delle canne da zucchero?” Analogamente potremmo dire: “A che servono pensieri ed emozioni (di fatto tutte le nostre esperienze), se non a nutrire la nostra comprensione?” Quello che ci impedisce di farne buon uso sono le paure e le reazioni derivanti dalla nostra presunzione. Perciò il Buddha ci esortava a lasciare queste cose a se stesse.

Senza farvi intimorire o cercare di controllare alcunché, lasciate che tutto si manifesti spontaneamente senza interferire. Quando la mente egocentrica diventa trasparente per effetto della meditazione, non c’è più motivo di temerla. Ciò riduce di molto la nostra sofferenza. Si può arrivare a nutrire una vera e propria passione per la contemplazione della mente in tutti i suoi aspetti. Questo è l’atteggiamento che sta al cuore dell’autoriflessione.”

(Dzigar Kongtrul, Ora sta a voi: la pratica dell’autoriflessione nel sentiero buddista, Astrolabio, 2006)


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